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febbraio 12, 2012 / Climacter

Honoré de Balzac, le Illusioni Perdute

A quell’epoca le Galeries de Bois costituivano una delle più famose curiosità parigine. Non sarà inutile descrivere questo ignobile bazar, perché durante trentasei anni ha avuto nella vita parigina un ruolo così grande che sono pochi gli uomini sulla quarantina ai quali questa descrizione, incredibile per i giovani, non faccia ancora piacere. Al posto della fredda, alta e ampia galleria Orléans, specie di serra senza fiori, c’erano allora delle baracche o, per essere più precisi, dei casotti di legno assai mal ricoperti, piccoli, malamente illuminati, dalla parte del cortile e del giardino, da certe aperture chiamate invetriate ma che rassomigliavano alle più luride finestrelle delle osterie fuori di porta. Una triplice fila di botteghe formava due gallerie alte circa dodici piedi. Le botteghe della fila di mezzo davano su entrambe le gallerie, da cui prendevano aria, un’aria mefitica, e dalla cui copertura ricevevano la poca luce che riusciva a filtrare attraverso i vetri sempre sporchi. Questi alveoli avevano raggiunto un tale prezzo, a causa dell’affluenza del pubblico, che, malgrado la loro angustia, – alcuni erano larghi appena sei piedi e lunghi da otto a dieci -, l’affitto arrivava a mille scudi. Le botteghe che prendevano luce dal giardino e dal cortile erano protette da piccoli graticciati verdi, forse per impedire alla folla di demolire con il continuo passaggio le pareti di malta che formavano il retro dei negozi. Ne risultava così uno spazio di due o tre piedi in cui vegetavano i prodotti più bizzarri di una botanica sconosciuta alla scienza, mescolati a quelli di diverse industrie non meno fiorenti. Fogliacci di scarto dei libri ricoprivano un rosaio, di modo che i fiori della retorica erano profumati dai fiori abortiti di quel giardino malcurato, ma fetidamente innaffiato. Nastri d’ogni colore e annunci librari fiorivano in mezzo al fogliame. Ritagli di modisteria soffocavano la vegetazione: su un ciuffo di verdura trovavate un nodo di nastri, e sareste stati tratti in inganno circa il fiore che avevate ammirato, scorgendo una cocca di satin che sembrava una dalia. Dalla parte del cortile come da quella del giardino, l’aspetto di quel palazzo fantastico offriva un bizzarro campionario della bruttezza parigina: intonacature scolorite, stuccature rifatte, vecchie pitture, insegne fantastiche. Infine, il pubblico parigino insudiciava i graticciati verdi sia dalla parte del giardino sia da quella del cortile. Così dalle due parti un recinto infame e nauseabondo sembrava impedire l’accesso alle gallerie alle persone delicate; ma le persone delicate non indietreggiavano davanti a quelle orribili cose più di quanto i principi dei racconti di fate non indietreggino davanti ai draghi e agli ostacoli frapposti da un genio cattivo fra loro e le principesse. Quelle gallerie erano, come lo sono oggi, percorse nel mezzo da un passaggio, e come oggi vi si entrava ancora per i due peristili cominciati prima della Rivoluzione e lasciati a mezzo per mancanza di denaro. La bella galleria di pietra che porta al Théâtre-Français formava allora un passaggio stretto, di un’altezza smisurata e così mal ricoperto che spesso vi pioveva dentro. Veniva chiamata la Galerie-Vitrée, per distinguerla dalle Galeries de Bois. Le coperture di quei bugigattoli erano del resto tutte in così cattivo stato che la casa d’Orléans fu in causa con un famoso commerciante di cachemire e di stoffe il quale, in una nottata, ebbe le sue merci avariate per una somma considerevole. Il commerciante vinse la causa. In qualche punto, la copertura era costituita da una tela doppia incatramata. Il piancito della Galerie-Vitrée, dove Chevet cominciò la sua fortuna, e quello delle Galeries de Bois erano costituiti dal suolo naturale di Parigi aumentato dal suolo artificiale portatovi dalle scarpe e dagli stivali dei passanti. In ogni stagione, i piedi urtavano contro montagne e vallate di fango indurito, continuamente scopate dai mercanti e che esigevano dagli inesperti una certa abitudine per potervi camminare sopra.

Questo sinistro ammasso di fango, queste vetrate rese opache dalla pioggia e dalla polvere, quei casotti bassi e coperti di stracci, la bruttezza delle mura incominciate e lasciate a mezzo, quell’accozzaglia di cose che aveva un po’ dell’accampamento di zingari, un po’ dei baracconi da fiera, un po’ delle costruzioni provvisorie con le quali a Parigi si circondano i monumenti che non si costruiscono, quell’aspetto sgangherato, si adattavano mirabilmente ai di versi commerci che pullulavano sotto quel capannone impudico, sfrontato, risonante di voci e di una folle allegria, dove, dopo la Rivoluzione del 1789 fino alla Rivoluzione del 1830, si sono fatti grandissimi affari. Per venti anni la Borsa ha avuto sede lì di fronte, al piano rialzato del palazzo. Così l’opinione pubblica e le reputazioni si facevano e si disfacevano colà, insieme con gli affari politici e con quelli finanziari. Ci si dava appuntamento in quelle gallerie prima e dopo la Borsa. La Parigi dei banchieri e dei commercianti affollava spesso il cortile del Palais-Royal e si riparava sotto le gallerie quando pioveva. Per la sua stessa struttura quell’edificio, sorto in quel luogo non si sa come, risultava stranamente sonoro. Le risate vi rimbombavano. Non scoppiava una lite a un capo delle gallerie che subito non si sapesse all’altro capo di che si trattava. Là c’erano solo dei librai, della poesia, della politica e della prosa, dei negozianti di mode e infine delle prostitute che venivano solamente di sera. Là fiorivano le notizie e i libri, le giovani e le vecchie glorie, gli intrighi dei politicanti e le menzogne della stampa. Là si vendevano le novità al pubblico che si ostinava a comprarle solamente là. Là in una sola sera venivano vendute parecchie migliaia del tale o del talaltro pamphlet di Paul-Louis Courier o delle Avventure della figlia d’un re, il primo colpo sparato dalla casa d’Orléans contro la Carta di Luigi XVIII. All’epoca in cui vi comparve Luciano alcuni negozi avevano facciate e vetrine assai eleganti; ma quei negozi appartenevano alle file che davano sul giardino o sul cortile. Fino al giorno in cui quella strana colonia scomparve sotto il piccone dell’architetto Fontaine, le botteghe situate fra le due gallerie erano completamente aperte, sostenute solo da pilastri, come le baracche delle fiere di paese, e l’occhio spaziava sulle due gallerie attraverso le mercanzie o le porte a vetri. Poiché era impossibile riscaldare quegli ambienti, i commercianti si servivano soltanto di bracieri e facevano essi stessi da vigili del fuoco perché un’imprudenza poteva mandare in fiamme in un quarto d’ora quella repubblica di legname seccato dal sole e già quasi infiammato dalla prostituzione, stipato di garza, di mussola, di carta e qualche volta ventilato da correnti d’aria. I negozi delle modiste erano pieni di cappelli inconcepibili, che sembravano essere là non tanto per la vendita quanto per la mostra e che pavesavano le gallerie con i loro mille colori, appesi, come erano, a centinaia di sostegni di ferro. Per venti anni tutti i passanti si sono domandati su quali teste quei cappelli polverosi terminassero la loro carriera. Le lavoranti, generalmente brutte ma sveglie, abbordavano le donne con parole insinuanti, secondo l’abitudine e con il linguaggio delle Halles. Una lavorante, la cui lingua era sciolta quanto gli occhi erano svegli, se ne stava su uno sgabello e apostrofava i passanti: «Volete comprare un bel cappello signora? Posso vendervi qualche cosa, signore?» Il loro vocabolario fecondo e pittoresco era arricchito dalle inflessioni di voce, dagli sguardi e dalle critiche che esprimevano sui passanti. I librai e i negozianti di mode vivevano in buona armonia. Nel passaggio chiamato fastosamente la Galerie-Vitrée avevano sede i commerci più singolari. Là si accampavano i ventriloqui, i ciarlatani di ogni specie e gli spettacoli in cui non si vede niente e quelli in cui vi si fa vedere il mondo intero. Là si stabilì per la prima volta un uomo che ha guadagnato sette o ottocentomila franchi lavorando nelle fiere. Aveva per insegna un sole che girava in un quadro nero intorno al quale spiccavano queste parole scritte in rosso: Qui l’uomo vede quello che Dio non saprebbe vedere. Prezzo: due soldi. L’imbonitore non faceva mai entrare una persona sola né faceva mai entrare più di due persone. Una volta dentro, vi trovavate di faccia a un grande specchio. Di colpo una voce, che avrebbe spaventato Hoffmann il Berlinese cominciava a parlare come un meccanismo di cui si faccia scattare la molla: «Voi vedete, signori, quello che in tutta l’eternità Dio non saprebbe vedere, cioè a dire il vostro simile. Dio non ha il suo simile!» E voi ve ne andavate tutto confuso senza osare di confessare la vostra stupidità. Da tutte le porticine uscivano voci simili che vi offrivano dei Cosmorama, delle vedute di Costantinopoli, degli spettacoli di marionette, degli automi che giocavano a scacchi, dei cani che distinguevano la donna più bella fra le presenti. Il ventriloquo Fitz-James è diventato celebre là, nel caffè Borel, prima di andare a morire a Montmartre insieme agli allievi del Politecnico. C’erano delle fruttivendole, delle fioraie, un famoso sarto, le cui passamanerie per uniformi splendevano, la sera, come tanti soli. In mattinata, fino alle due del pomeriggio, le Galeries de Bois rimanevano mute, cupe e deserte. I commercianti chiacchieravano come a casa loro. L’afflusso della popolazione parigina cominciava verso le tre, all’ora della Borsa. Con l’affluire della folla, le botteghe dei librai diventavano delle sale di lettura gratuite per i giovani affamati di letteratura e privi di denaro. I commessi, incaricati di sorvegliare i libri esposti, lasciavano caritatevolmente che i poveretti sfogliassero le pagine. Quando si trattava di un volume in dodicesimo di duecento pagine, come Smarra, Peter Schlémihl, Jean Sbogar, Jocko, lo si poteva divorare in due sedute. A quei tempi i gabinetti di lettura non esistevano ancora e per leggere un libro bisognava acquistarlo; perciò i romanzi avevano allora tirature che sembrerebbero favolose al giorno d’oggi. C’era un non so che di tipicamente francese in questa elemosina fatta all’intelligenza giovane, avida e povera. La poesia di quel terribile bazar esplodeva verso la fine della giornata. Nelle strade adiacenti c’era un va e vieni di ragazze che potevano passeggiare impunemente in quel luogo. Da tutti i punti di Parigi, le prostitute si recavano a fare il Palais. Le Galeries-de-Pierre appartenevano a delle case privilegiate che pagavano il diritto di esporre delle creature vestite come principesse, fra questa e quell’arcata e nel posto corrispondente sul giardino; mentre le Galeries-de-Bois erano per la prostituzione un terreno pubblico, il Palais per eccellenza, parola che significava allora il tempio della prostituzione. Una donna poteva venirci e uscirne accompagnata dalla sua preda che portava dove meglio le pareva.

Queste donne attiravano dunque la sera alle Galeries-de Bois una folla così considerevole che vi si camminava al passo, come a una processione o a un ballo mascherato. Questa lentezza non disturbava nessuno, anzi facilitava l’esame. Le donne vestivano in un modo che non usa più; le scollature profonde fino alla metà della schiena e molto basse anche davanti; le bizzarre pettinature inventate per attirare gli sguardi: questa alla paesana, quella alla spagnola; una tutta arricciata come un barboncino, l’altra con i bandeaux lisci; le gambe inguainate nelle calze bianche ed esibite non si sa come, ma sempre a proposito: tutta questa infame poesia è ormai perduta. La licenza delle domande e delle risposte, quel cinismo pubblico in armonia con il luogo, non si ritrovano più né al ballo mascherato né ai balli così famosi che si danno oggi. Era orribile e allegro. La carne abbagliante delle spalle e dei seni risaltava in mezzo ai vestiti degli uomini, che erano quasi sempre scuri, e produceva magnifici contrasti. Il rumore delle voci, il trepestio dei passanti, producevano una sorta di brontolio che si sentiva fino in mezzo al giardino, come un suono basso continuo punteggiato dagli scoppi di risa delle donne o dalle grida di qualche raro litigio. Le persone per bene, gli uomini più importanti, vi si trovavano a gomito a gomito con ceffi patibolari. Quella mostruosa assemblea aveva un non so che di piccante, gli uomini più insensibili rimanevano colpiti. Così tutta Parigi è accorsa in quel luogo fino all’ultimo momento; ha continuato a passeggiare sui tavolati che l’architetto aveva gettato al di sopra delle cantine mentre vi si costruiva. Un rimpianto generale e unanime ha accompagnato la demolizione di quelle ignobili baracche di legno.

febbraio 3, 2012 / Climacter

Lev Nikolaevič Tolstoj, Resurrezione

Il vecchio generale, quando Nechljudov giunse all’ingresso del suo appartamento, era seduto
nel salotto buio davanti a un tavolino intarsiato, e insieme a un giovane pittore, fratello di un suo dipendente, stava
facendo girare un piattino su un foglio di carta. Le dita sottili, umide e deboli del pittore erano intrecciate a quelle dure,
rugose e artritiche del vecchio generale, e quelle mani unite si muovevano a scatti insieme al piattino da tè rovesciato sul foglio di carta, dove erano tracciate tutte le lettere dell’alfabeto. Il piattino stava rispondendo alla domanda del
generale, che voleva sapere come le anime si riconosceranno dopo la morte.

Nel momento in cui un attendente che fungeva da domestico entrò con il biglietto da visita di Nechljudov, per
mezzo del piattino stava parlando l’anima di Giovanna d’Arco. L’anima di Giovanna d’Arco aveva già detto, lettera dopo
lettera, le parole «Si riconosceranno», che erano state trascritte. Quando arrivò l’attendente, il piattino, fermatosi una
volta sulla «p», un’altra volta sulla «o», aveva raggiunto la «s» e si era fermato su questa lettera, dando strappi avanti e
indietro. Dava strappi perché secondo il generale la lettera seguente doveva essere una «l», cioé Giovanna d’Arco
secondo lui doveva dire che le anime si riconosceranno solo «posle», «dopo» la loro purificazione da ogni residuo
terreno o qualcosa di simile, e perciò la lettera seguente doveva essere una «l», mentre il pittore pensava che la lettera
seguente sarebbe stata una «v», che l’anima avrebbe detto che poi le anime si riconosceranno «po svetu», dalla luce
emanata dal loro corpo etereo. Il generale, aggrottando tetro le folte sopracciglia grigie, si fissava intensamente le mani
e, immaginando che il piattino si muovesse da solo, lo tirava verso la «l». Invece il giovane pittore anemico, con i
capelli radi tirati dietro le orecchie, guardava un angolo buio del salotto con i suoi spenti occhi azzurri e, muovendo
nervosamente le labbra, lo tirava verso la «v». Vistosi interrotto nella sua occupazione, il generale fece una smorfia e
dopo un attimo di silenzio prese il biglietto da visita, inforcò il pince-nez e gemendo per il dolore nelle larghe reni, si
levò in tutta la sua alta statura, sfregandosi le dita rattrappite.

– Fallo accomodare nello studio.

– Permetta, eccellenza, che finisca da solo, – disse il pittore alzandosi. – Sento la presenza.

– Va bene, finisca, – disse deciso e severo il generale e si avviò verso lo studio coi lunghi passi decisi e
cadenzati delle sue gambe anchilosate. – Lieto di vederla, – furono le parole cordiali che con voce sgarbata il generale
disse a Nechljudov, indicandogli una poltrona davanti alla scrivania. – È da molto a Pietroburgo?

Nechljudov disse che era arrivato da poco.

– La principessa sua madre sta bene?

– Mia madre è morta.

– Mi perdoni, sono molto spiacente. Mio figlio mi ha detto di averla incontrata.

Il figlio del generale stava facendo la stessa carriera del padre e, finita l’accademia militare, lavorava ai servizi
segreti ed era molto fiero delle mansioni che gli erano state affidate. Le sue mansioni consistevano nel dirigere delle
spie.

– Ma certo, suo padre e io eravamo insieme nell’esercito. Eravamo amici, compagni. E lei, presta servizio?

– No.

Il generale chinò il capo in segno di disappprovazione.

– Avrei un favore da chiederle, generale, – disse Nechljudov.

– Mo-o-o-lto lieto. In che posso esserle utile?

– Se la mia richiesta è fuori luogo mi scusi, per favore. Ma devo rivolgergliela.

– Di che si tratta?

– Da voi è detenuto un certo Gurkevic. Ecco, sua madre chiede un colloquio con lui, o almeno di potergli fare
avere dei libri.

Il generale non manifestò né piacere né dispiacere alla domanda di Nechljudov, ma, reclinando il capo,
socchiuse gli occhi, come se riflettesse. In realtà non rifletteva affatto, e anzi non provava il minimo interesse per la
domanda di Nechljudov, dato che sapeva benissimo che gli avrebbe risposto secondo la legge. Si stava semplicemente
riposando la mente, senza pensare a nulla.

– Vede, questo non dipende da me, – disse quando si fu riposato un po’. -Sulle visite c’è un regolamento
ratificato dall’imperatore, a cui ci si attiene per i permessi. E per quanto riguarda i libri, abbiamo una biblioteca, e
vengono loro dati i libri consentiti.

– Sì, ma lui ha bisogno di opere scientifiche: vuole studiare.

– Non gli creda. – Il generale tacque. – Non è per studiare. Ma così, solo per dar noie.

– Ma come, devono pure occupare il tempo nella loro difficile condizione, – disse Nechljudov.

– Si lamentano sempre, – disse il generale. – Li conosciamo bene. – Ne parlava collettivamente, come di una
razza speciale, inferiore. – Mentre hanno a disposizione delle comodità che si riscontrano raramente nei luoghi di pena, –
continuava il generale.
E cominciò, come per giustificarsi, a descrivere dettagliatamente tutte le comodità messe a disposizione dei
carcerati, come se lo scopo principale di quell’istituzione fosse organizzare un piacevole soggiorno per i suoi ospiti.

– Un tempo era davvero piuttosto duro, ma adesso qui stanno benissimo. Mangiano tre piatti, di cui uno sempre
di carne: polpette o crocchette. La domenica hanno anche un quarto piatto: un dolce. Volesse il cielo che ogni russo
potesse mangiare così.

Il generale, come tutte le persone anziane, una volta azzeccato ciò che conosceva a memoria, diceva le stesse
cose che aveva ripetuto mille volte per dimostrare le loro pretese e la loro ingratitudine.

– Diamo loro dei libri di contenuto religioso e vecchie riviste. Abbiamo una biblioteca di libri adeguati. Ma
leggono raramente. All’inizio sembra che s’interessino, ma poi i libri nuovi restano con le pagine per metà intonse, e
quelli vecchi sempre aperti alla stessa pagina. Abbiamo perfino provato – disse il generale con qualcosa di lontanamente
somigliante a un sorriso, – a metterci apposta un foglietto. Ed è rimasto dov’era. Hanno anche il permesso di scrivere, –
proseguì il generale, – diamo loro una lavagnetta, e anche un gessetto, così possono scrivere per distrarsi. Possono
cancellare e scrivere di nuovo. E anche qui: non scrivono. No, fanno in fretta a calmarsi del tutto. Solo all’inizio sono
irrequieti, ma poi ingrassano perfino e diventano molto tranquilli, – diceva il generale, senza sospettare il significato
terribile delle sue parole.

Nechljudov ascoltava la sua voce rauca e senile, guardava quelle membra irrigidite, gli occhi spenti sotto le
sopracciglia grigie, quegli zigomi rasati e vizzi, da vecchio, puntellati dal colletto militare, la croce bianca di cui
quell’uomo andava fiero soprattutto perché l’aveva ricevuta per un eccidio particolarmente crudele, e capiva che
replicare, spiegargli il significato delle sue parole era inutile. E tuttavia, facendo uno sforzo, gli chiese anche dell’altro
caso, della detenuta Šustova, di cui aveva appena saputo che doveva venir rilasciata.

– Šustova? Šustova… Non ricordo tutti i loro nomi. Sono talmente tanti, – disse, evidentemente rimproverandoli
per quel sovraffollamento. Suonò e ordinò di chiamargli il segretario.
Mentre andavano a chiamare il segretario, esortò Nechljudov a tornare in servizio, dicendo che le persone
oneste e nobili (fra cui ovviamente annoverava se stesso) erano più che mai necessarie allo zar…«e alla patria», –
aggiunse, evidentemente solo per questioni di stile.

– Ecco, io sono vecchio eppure presto servizio, per quanto le forze me lo consentano.

Il segretario, un uomo secco, asciutto, con gli occhi inquieti e intelligenti, venne a riferire che la Šustova era
detenuta in uno strano luogo fortificato e che non era arrivato nessun ordine a suo riguardo.

– Quando arriverà, la rilasceremo il giorno stesso. Noi non li tratteniamo, non ci teniamo particolarmente alla
loro compagnia, – disse il generale con un altro tentativo di sorriso scherzoso, che non fece che storcere il suo vecchio
viso.

Nechljudov si alzò, cercando di non manifestare il senso di ripugnanza e insieme di pietà che provava per quel
terribile vecchio. Il vecchio invece credette di non dover essere troppo severo con quel figlio sventato ed evidentemente
fuori strada del suo vecchio compagno d’armi, e non volle lasciarlo senza un ammaestramento.

– Addio, mio caro, non se la prenda con me, lo dico perché le voglio bene. Stia alla larga dalla gente che è
rinchiusa qui da noi. Non ci sono innocenti. Anzi sono sempre persone oltremodo immorali. Noi li conosciamo, – disse
con un tono che non ammetteva possibilità di dubbio. E forse non ne dubitava, non perché così fosse, ma perché se non
fosse stato vero avrebbe dovuto considerarsi, anziché un eroe venerabile che concludeva degnamente una vita onesta,
una canaglia che aveva venduto e anche nei suoi ultimi anni continuava a vendere la coscienza. – Presti servizio
piuttosto, – continuava. – Allo zar sono necessarie le persone oneste… e alla patria, – aggiunse. – E se io e tutti quelli
come lei non prestassimo servizio? Chi rimarrebbe? Ecco, noi critichiamo gli ordinamenti, ma non vogliamo aiutare il
governo.

Nechljudov trasse un lungo sospiro, fece un profondo inchino, strinse la grande mano ossuta che il generale gli
tendeva con degnazione e uscì dalla stanza.

Il generale scosse il capo in segno di disapprovazione e, massaggiandosi le reni, tornò in salotto, dove
l’aspettava il pittore, che aveva già scritto la risposta ricevuta dall’anima di Giovanna d’Arco. Il generale si mise il pincenez
e lesse: «Si riconosceranno dalla luce emanata dai corpi eterei».

– Ah, – approvò il generale, chiudendo gli occhi. – Ma come si fa a riconoscersi, se la luce è uguale per tutti? –
domandò e, intrecciate di nuovo le mani col pittore, si sedette al tavolino.

gennaio 20, 2012 / Climacter

George Bernard Shaw, Uomo e Superuomo

“TANNER (rimasto solo con Ottavio, lo fissa in modo bizzarro) Tavo, vuoi contare qualcosa nel mondo?

OTTAVIO. Voglio contare qualcosa come poeta, voglio scrivere una grande commedia.

TANNER. Con Anna per protagonista?

OTTAVIO. Sì : lo confesso.

TANNER. Vacci piano, Tavo. Va bene la commedia con Anna per protagonista, ma se non stai molto attento, ti giuro che ti sposa.

OTTAVIO (sospirando) Non ho tanta fortuna, Jack!

TANNER. La tua testa, amico, è in bocca alla leonessa: ti ha già inghiottito per metà… in tre bocconi… Boccone primo, Rikki; boccone secondo, Tikki; boccone terzo, Tavi; e giù che vai.

(Rikki Tikki Tavi è il nomignolo dato a Ottavio da Anna. N.d.R)

OTTAVIO. E’ cos con tutti: conosci il suo modo di fare.

TANNER. Sì: spezza la schiena a tutti con una zampata; ma il problema è sapere chi di noi mangerà. Io sono del parere che ha intenzione di mangiare te.

OTTAVIO (alzandosi, piccolo piccolo) E’ molto brutto parlare così di lei, mentre è su a piangere suo padre. Ma ho tanto desiderio di farmi mangiare da lei che sopporto le tue brutalità perché mi danno speranza.

TANNER. Tavo, questo è il lato diabolico del fascino di una donna: arrivare a farti desiderare la tua stessa distruzione.

OTTAVIO. Non è distruzione: è raggiungimento.

TANNER. Sì, dello scopo di lei; e quello scopo non è la felicità di lei né la tua, ma della natura. Nella donna, la vitalità è una cieca furia della creazione. Ella vi si sacrifica: credi che esiterebbe a sacrificare te?

OTTAVIO. E’ proprio perché sacrifica sé stessa che non sacrificherebbe coloro che ama.

TANNER. Ecco il più profondo degli errori, Tavo. Le donne che sacrificano loro stesse sono quelle che hanno minore scrupolo a sacrificare gli altri. Siccome non sono egoiste, sono carine nelle piccole cose. Siccome hanno uno scopo che non è il loro scopo personale, ma lo scopo dell’universo intero, considerano l’uomo soltanto come strumento di quello scopo.

OTTAVIO. Non essere così poco generoso, Jack. Esse hanno per noi le più tenere cure.

TANNER. Sì , come un soldato ha cura del suo fucile o un musicista del suo violino. Ma quando mai ci consentono di avere per scopo la nostra felicità? Ci presterebbero mai a un’altra donna? Può l’uomo più forte sfuggire da loro una volta che esse se ne sono appropriate? Tremano quando siamo in pericolo e piangono quando moriamo; ma quelle lagrime non sono per noi, bensì per un padre sprecato, per un seme perduto. Esse ci accusano di trattarle soltanto come mezzi del nostro piacere, ma com’è possibile che un capriccio debole e transitorio quanto l’egoistico piacere provato da un uomo metta in schiavitù una donna così come l’intero scopo della natura, incorporato nella donna, mette in schiavitù un uomo?

OTTAVIO. Che importa, visto che la schiavitù ci fa felici?

TANNER. Non ha importanza per chi non ha scopi propri ed è, come la maggior parte degli uomini, soltanto un guadagnatore di pane. Ma tu, Tavo, sei un artista; cioè hai uno scopo che ti assorbe ed è privo di scrupoli come lo scopo di una donna.

OTTAVIO. Non è privo di scrupoli.

TANNER. Assolutamente privo di scrupoli. Il vero artista lascerà che la moglie muoia di fame, che i bambini vadano scalzi, che la madre lavori per mantenerlo a settant’anni, piuttosto che dedicarsi a qualcosa che non sia la sua arte. Per le donne egli è mezzo vivisettore e mezzo vampiro. Stabilisce dei rapporti intimi con loro per studiarle, per spogliarle della maschera delle convenzioni, per sorprendere i loro segreti più intimi, sapendo che esse hanno il potere di eccitare le sue più profonde energie creative, di salvarlo dalla fredda ragione, di fargli avere delle visioni e dei sogni, di ispirarlo, come dice lui. Egli persuade le donne che esse possono far questo per il loro scopo personale, mentre egli, in verità, intende che esse lo facciano per il suo. Egli ruba il latte della mamma e lo annerisce per farne inchiostro da stampa e beffarsi di lei glorificando le donne ideali. Pretende di risparmiarle i dolori del parto così da poter avere per sé la tenerezza e la protezione che appartengono di diritto ai suoi pargoli. Da quando esiste il matrimonio, il grande artista si è rivelato un cattivo marito. Ma egli è peggio di questo: egli è un rapitore di bambini, una sanguisuga, un ipocrita e un baro. Perisca la razza e si avvizziscano mille donne purché il sacrificio di esse lo renda capace di recitare meglio l’Amleto, di dipingere un quadro migliore, di scrivere un poema più sentito, una commedia più grande, una filosofia più profonda. Perché, bada, Tavo; l’opera dell’artista ha da mostrare a noi stessi ciò che veramente siamo. Il cervello nostro non è nulla se non questa conoscenza di noi stessi; e colui che aggiunge un ette a questa conoscenza crea una nuova mente così come, ne siamo certi, qualsiasi donna può creare nuovi uomini. Nella furia di quella creazione egli è spietato quanto la donna, pericoloso per lei quanto ella lo è per lui, e altrettanto orrendamente affascinante. Tra tutte le lotte umane non ve n’è alcuna tanto traditrice e priva di rimorso quanto la lotta tra l’artista uomo e la madre donna. Quale dei due eliminerà l’altro? ecco il loro risultato comune. E ciò è tanto più mortale in quanto, nel tuo romantico lamento, essi si amano.

OTTAVIO. Anche se fosse così , ma io non lo ammetto neppure per un istante, è proprio dalle lotte più sanguinose che nascono gli animi più nobili.

TANNER. Rammentati che la prossima volta affronterai un orso americano o una tigre del Bengala.

OTTAVIO. Ma io parlo delle lotte fondate sull’amore, Jack.

TANNER. Oh, la tigre ti amerà. Nessun amore è più sincero dell’amore per il cibo. Credo che Anna ti ami in questo modo: ti ha accarezzato la guancia come se fosse stata una bella braciolina cotta al sangue.

OTTAVIO. La verità, Jack, è che io dovrei scappar via da te se non avessi stabilito per regola di non badare a quello che dici. Talvolta salti fuori con dei discorsi veramente disgustosi.

 

 (Traduzione di Paola Ojetti)

 

novembre 14, 2011 / Climacter

Fottila (la vita è troppo breve)

Occorre che tu lo sappia, Sara.

Un giorno di un anno passato da qualche anno, ero poco più che ventenne, un mio caro amico di Biella, ch’era stato il fidanzato di quella che sarebbe diventata in seguito una mia amante, che prima però era stata amante del mio migliore amico e che alla fine tornò a essere fidanzata di Giovanni, il biellese di cui vado parlandoti, si presentò a casa mia con una bottiglia di champagne e la nuova fidanzata. Non è semplice sbrogliare la matassa della contesa a quattro che ti ho per sommi capi illustrata. L’essenziale è che tu capisca che la mia ex, non voglio fare nomi, tornò col suo ex, ossia Giovanni, dopo essersi ripassata il mio migliore amico, quella stessa persona alla quale io la sottrassi con l’intrigo prima d’essere a mia volta buggerato. Da chi? Da Giovanni. 

Io e lui, Giovanni intendo, diventammo amici facendo lega contro quel mio migliore amico che aveva fregato entrambi, prima cioè che io fregassi lui col sostegno interessato di Giovanni e che Giovanni fregasse me riappropriandosi di ciò che in fondo spettava a lui di diritto per mia stessa ammissione. E infatti non me la presi troppo e fui perfino convinto per diverso tempo d’essere felice per quella coppia ricostituitasi come a ripristino dell’armonia primeva del cosmo. Giovanni era molto amico anche dei miei genitori, soprattutto dei miei genitori, infatti lo sciampagna che portò con sé quel giorno, una domenica pomeriggio bagnata del fulgore seminale dei miei vent’anni o poco più, era un regalo per loro, mica per me. Abbiamo stappato lo sciampagna di Giovanni solo lo scorso natale: mai bevuto un vino così buono, lo giuro sui miei poveri natali. Comunque Giovanni i miei lo consideravano un figlio recentemente acquistato. Un trovatello o giù di lì. La sera che, ciucco e drogato di psicofarmaci, sorreggendo sul basto l’eccellente mole di effetti collaterali e interazioni coll’alcol, andai a schiantarmi in auto contro un muro, rigirandomi e sbattendo poi contro un lampione, Giovanni era di fianco a me. Fu lui a dirmi di stare attento alla curva. Io gli dissi che la curva, prima di allora, non c’era mai stata, che non s’era mai scorta una curva in quel tratto a memoria d’uomo, conoscevo a memoria la cazzo di strada, si facesse pure i cazzi suoi, poi sterzai, sbandai, la macchina picchiò, caprioleggiò, si accartocciò e noi uscimmo incolumi dall’abitacolo eccentricamente deforme (buffo, nel ricordo è sferico, con la leva del cambio molle ed elastica). Io bestemmiavo perché mi faceva male un ginocchio, Giovanni, che aveva sbattuto la testa contro tutto ciò che poteva essere abbattuto a testate in uno spazio sferico a superfici convergenti verso un centro rappresentato dal pomello della leva del cambio, venne sollecito da me ch’era tutta una scaturigine di dolori, per assicurarsi che stessi bene. Continuavano a fermarsi veicoli, i conducenti sporgevano la testa dal finestrino, ragazzi, state bene? noi, gironzolando intorno alla macchina come cani che stiano scegliendo la ruota contro cui pisciare, è tutto a posto, grazie. Qualcuno disse qualcosa a proposito della polizia. La polizia arrivò. Poi, al richiamo del cellulare, non so più se il mio o quello di Giò, arrivò mio fratello, che era in zona. Arrivò anche mio padre, che non era in zona.  Padri e fratelli bagnati del fulgore dei mie vent’anni o poco meno.

Tutti si faceva pressione perché Giovanni, che intanto dava l’impressione di peggiorare, andasse al pronto soccorso: io, ancora ubriaco, non escludevo lesioni interne, ematomi subdurali, gli avrei diagnosticato anche l’ipotiroidismo perché mi sembrava una cosa risibile e, in quel momento, avevo una gran voglia di ridere, di sbellicarmi, sperticarmi dalle risate. L’agente della pula mi fece qualche domanda sulla dinamica dello schianto, le parole mi si strozzavano in gola oppure si mischiavano al fondiglio vinoso che mi tappezzava la bocca, scaturendone fuori come palle di muco dello stesso diametro della narice che le aveva nutrite in grembo; alla decima frase sconnessa, prima che potessi appigliarmi alla bugia di prammatica, e cioè che un gatto mi aveva tagliato la strada e che io, per non tirarlo sotto, wuuum, avevo scartato a sinistra, wuuum, lei mi capisce, signor agente, wuuum, si va piano ma la macchina s’imbarca, capisce, l’amore per gli amici quattrozampe che vengono col tempo a somigliare sempre più ai padroni e, in conseguenza di ciò, l’amore per gli esseri umani… sentenziò che in ospedale dovevo andarci io, per un prelievo di sangue o piscio, era infatti evidente che non mi reggevo in piedi, ciucco da far pena a uno straccio, e che mi avrebbero ritirato la patente, portato nel reparto psichiatrico dell’ospedale, chiuso in una voliera, incatenato al trespolo. Prima però occorreva aspettare il carrattrezzi. La macchina ostruiva una buona metà della carreggiata e la pula dovette occuparsi di dirigere il traffico fino alla rimozione del cadavere ferroso. Ma il carrattrezzi arrivò con due ore di ritardo; il conduttore, buttato giù dal letto, mica l’aveva capito che m’ero spalmato sulla strada per Sirmione (sogghigno ancora adesso), il poliziotto, trascorse le 2 ore, mi disse che oramai avevo smaltito la sbornia e che comunque non gli andava di infierire, avendo io perso macchina, buona parte del rispetto verso me stesso e probabilmente un amico, un amico vero, quello stesso amico che intanto stava sempre peggio. “No,” continuava a ripetere Giovanni ai miei consanguinei, “se vado in ospedale, lui” e indicava me senz’aria di rimprovero ma solo per illustrare meglio i suoi argomenti ed evitare malintesi per difetto di comunicazione non verbale, “lui si ritrova in un mare di merda”. Era vero. Però, quando papà ci riaccompagnò a casa e giacemmo, io e Giò, nella mia camera da letto – in questa cazzo di casa enorme e inospitale non esiste la camera degli ospiti, perciò se vuoi che ti ospiti, Sara, chiedimelo pure, sarò felice di giacere con te nella mia cameretta trasformata in camera per ospiti (non è meravigliosa l’ambivalenza del vocabolo ospite che ne fa abbracciare il significato attivo di ospitante e quello passivo di ospitato allo stesso tempo?) – non riuscimmo a chiudere occhio, Giò infatti tossiva acremente contorcendosi nel mio letto, io, coricato su di un materasso steso sul pavimento ai piedi del letto, una specie di futon, lo ascoltavo tossire e contorcersi, con un misto di pietà, paura e compiacimento. E anche un po’ di voglia di ridere e biascicare frasi di conforto stando attento a non sogghignare. Il mattino dopo, i miei genitori lo adottarono. Stette male per una settimana ma, per sua fortuna, perché ho fondate ragioni per ritenere che sia stato un bastardo a non farsi accompagnare al pronto soccorso, sebbene lo ammiri per la devozione e il coraggio, sebbene lo detesti per la sua stolidità, incurante di comprendere che io desideravo una punizione severa, il carcere, la pena capitale, sebbene sapesse che intendessi impiccarmi in una cella e dunque abbia agito contro il mio interesse credendo di farmi cosa gradita, cosa gradita un cazzo; per sua fortuna aveva riportato solo ammaccature superficiali, che gli ricoprivano, pare, il novanta per cento della superficie corporea, facendo del suo epitelio un tegumento livido. Ammaccature grigie gialle e paonazze, non scottature. Un novanta per cento di tegumento coperto di scottature, fossero pure solari, non le sopporta nessuno e addio vita troppo breve per essere bella. 

Ti stavo raccontando che Giovanni, passato ormai qualche anno dall’incidente, tornò nel mantovano a mostrarci la donna della sua vita con una bottiglia di sciampagna (che doveva essergli costata mezza gamba) per i miei genitori e niente per il sottoscritto, salvo la fidanzata, che essendo una bella figa colta e intelligente, mi avrebbe fatto impazzire d’invidia. Aspetta che finisca il racconto e converrai con me che Giovanni, la notte dell’incidente, finse d’essere in balia di dolori inenarrabili per indispettirmi. Converrai con me, inoltre, che lui aveva architettato il sinistro nei minimi dettagli: ubriacatura, psicofarmaci, curva e gatto erano opera sua. Ma il racconto non lo finisco, perché già mi accorgo da come sollevi il sopracciglio e imprimi una lieve rotazione al tuo naso, con la punta che, tendendosi verso il basso, segue il declino dell’angolo corrispondente della bocca; già mi accorgo che non mi credi, che forse fai parte del piano di Giovanni per portarmi alla rovina. No? Non ti stai chiedendo se ti prendo per il culo? Giuralo!

Bene.

Dicevo che casa mia è sprovvista di camere per gli ospiti, sicché mi toccò accompagnare i piccioncini allo hotel meno squallido della zona, il Parisinus.

Affittata una matrimoniale, vollero che salissi con loro a vedere la camera. Tutti sanno che ho il terrore degli ascensori, Giò meglio di chiunque altro. Ricordo benissimo di averglielo confessato subito dopo l’incidente. Che non ti venga mai l’idea folle di farmi salire su di un ascensore, gli dissi. Stavamo giusto cercando di aprire le portiere per abbandonare l’abitacolo stranamente deformato dall’urto. E’ buffo che nel ricordo esso continui ad apparirmi sferico. Un ascensore i cui fili abbiano ceduto è l’abitacolo di un’automobile fracassata. Un ascensore sferico e… molle. Ah, se avessi saputo che lui stava annotandosi ogni mia debolezza per rovinarmi e prendere il mio posto nel cuore di papà e mamma, rubarmi la stanza gli amici i libri la vita! No, non puoi capire, tu hai una vita che scorre sotto cieli che variano come prevenendo o secondando i tuoi umori, io esisto semplicemente come un insetto in una teca che venga osservato distrattamente mentre trasferisce il proprio rodìo interno a un qualcosa di esterno, un ceppo di legno da rosicare con le forti mascelle, avanzando nel tenebrore di una tana che gli farà da avello, questo fa di me l’uomo che non avrei mai voluto essere, il non premeditato, il non pianificato, un uomo inverosimile che amo, amo di un amore altrettanto inverosimile, un unicum di insuccessi elusi soggiacente a castighi, desiderio di morte, ideazioni suicidarie la cui realizzazione è sempre procrastinata, perché il piacere sta nel rimandare il piacere stesso per moltiplicarne il gusto… La profondità di un’esistenza, la sua dignità, la si giudica per quell’unico orgasmo sempre differito che è l’incendio dell’occaso prima che faccia buio. Ed è allora che l’appagamento concreta il senso dell’esistere e l’amore si legittima. Se non ne sei convinta, provaci.

Uscito dall’ascensore in uno stato d’agitazione che il viso disfogliato dei sopraccigli dissimulava a stento nonostante la sua parvenza di maschera gommosa, maschera cui avevo lavorato alacremente, passammo per un corridoio scuro. La camera che vidi aveva il soffitto basso. Impossibile respirare. Con i mobili a ridosso l’uno dell’altro, e millimetrici spiragli per muoversi fra fastelli di suppellettile, pareva di essere in un sottomarino. E Giovanni fece quello che mai avrebbe dovuto fare: chiudere la porta a chiave. E la sua fidanza rimarcò che là dentro non si respirava e si abbandonò come una puttana sul letto, guardandomi lasciva e spregevole. Era stata istruita a dovere, doveva amare infinitamente Giovanni per prestarsi a quel gioco. Amare infinitamente lui e odiare me nella stessa proporzione. Impallidii al pensiero di doverla possedere, perché già mi aspettavo l’ordine di Giovanni, che sapeva annullata la mia volontà e, sotto il gravame di un soffitto così schiacciante, poteva disporre di me a piacimento. Per umiliarmi, ecco tutto. Per umiliarmi.
Fottila. Hai il cazzo moscio. Fottila. Dio che pena che fai, cazzetto moscio.
 
Fottila! 
Ma quell’ordine non giunse, sebbene visibilmente tremassi e scongiurassi che tutto finisse presto.
E tu non puoi neppure immaginare quanto mi sentii devastato, deprivato della dignità da quella coercizione mai attualizzata, da quell’imperativo mai sopravvenuto, da quel “fottila” che mai udii proferito, un’umiliazione che attende vendetta, perché Giovanni mi tiene in pugno ed è troppo scaltro per mollare la presa. Capisci? Troppo scaltro per lasciarmi andare.
 
 

“Ho il diritto di essere sdegnato contro la Natura e, sul mio onore, lo farò valere. Perché non sono uscito per primo dal ventre di mia madre? Perché non sono figlio unico? Perché mi ha imposto il fardello di questa ripugnante bruttezza? Perché solo io? Come se, alla mia nascita, avesse a disposizione solo qualche misero avanzo? Perché mi ha regalato questo naso da lappone, questa bocca da negro, questi occhi da ottentotto? Io credo che la Natura abbia scelto ciò che vi era di più mostruoso tra tutte le razze umane e mi abbia foggiato di questa pasta. Dannazione! Chi le ha concesso il privilegio di accordare tutto all’altro, e di negare tutto a me? Come poteva essere sensibile agli omaggi di uno e alle offese dell’altro, prima della loro nascita? Perché una simile parzialità nel suo operato? No, no! Sono ingiusto nei suoi confronti. Ci ha dotati d’immaginazione e d’inventiva se ci ha deposti, nudi e miserabili, sulle rive di quel grande oceano che è il mondo. Chi ce la fa nuoti, e chi è pesante vada a fondo! A me non ha regalato un bel nulla e se voglio fare qualcosa di me stesso, devo provvedere da solo. Ognuno può vantare gli stessi diritti nei confronti delle cose più alte e delle cose più piccole: le pretese, gli istinti, le forze si annientano quando contrastano l’una con l’altra. Il diritto è la prerogativa del vincitore, e le leggi non sono altro che i limiti della nostra forza. È vero, sono stati conclusi dei patti in comune, per dare impulso al mondo. Che bella definizione! È proprio una moneta soddisfacente con cui si possono condurre traffici lucrosi, purché si sappia spenderla a proposito. La coscienza… oh sì, certo!, ecco un bellissimo spaventapasseri per cacciar via i passeri dai ciliegi, o meglio una cambiale redatta nei termini giusti per permettere a chi ha dichiarato fallimento di tirarsi d’impaccio in caso di necessità. Ah, non c’è dubbio, sono tutte lodevoli istituzioni per assoggettare gli imbecilli e il popolo sotto lo stivale, fatte apposta perché i furbi possano profittarne liberamente. Ah, sono proprio una buffonata, non c’è che dire! Mi ricordano le siepi con cui i miei contadini recintano astutamente i loro campi perché non ci possa entrare una lepre, nemmeno una sola, per carità! Ma il padrone dà di sprone al suo cavallo e passa tranquillamente al galoppo sul raccolto. Povera lepre! Che ruolo infimo e deplorevole quello di chi, al mondo, è costretto ad essere lepre. Ma il padrone ha bisogno di lepri! Quindi, passiamo oltre! Chi non ha paura di nulla non è meno potente di chi è temuto da tutti. Oggi è di moda portare i pantaloni con delle fibbie che si possono stringere o allargare a volontà. Secondo i dettami della nuova moda, ci faremo tagliare una coscienza su misura, con una fibbia che potremo allentare ogni volta che se ne presenterà la necessità. Cosa possiamo farci? Vedetevela col sarto! Ho sentito un sacco di storie a proposito di una cosiddetta voce del sangue, storie tali da far scoppiare la testa a qualsiasi brava persona… È tuo fratello! Traduciamo: è uscito dallo stesso forno da cui sei uscito anche tu, quindi per te deve essere sacro. Notate ancora, vi prego, che assurda catena di cause ed effetti, che modo grottesco di dedurre dalla parentela dei corpi l’armonia degli spiriti, dalla comune patria d’origine l’affinità dei sentimenti, dagli stessi cibi alle stesse disposizioni! Ma proseguiamo: è tuo padre! Ti ha dato la vita, sei la sua carne e il suo sangue, e per te dev’essere sacro. Ecco un modo di pensare rigidamente conseguente! Tuttavia io chiederei: perché mi ha generato? Non certo per amor mio: io non esistevo ancora. Mi ha conosciuto prima di generarmi o pensava a me, generandomi? Mentre mi generava, desiderava proprio me? Sapeva ciò che sarei diventato? Non glielo auguro, perché in caso contrario dovrei punirlo per avermi dato la vita. Posso essergli grato se sono nato maschio? Tanto poco quanto potrei accusarlo se fossi nato femmina. Posso correttamente valutare un amore che non si fonda sull’apprezzamento della mia personalità? E questo apprezzamento poteva esistere dal momento che la mia personalità doveva nascere solo per mezzo di quell’amore di cui era il presupposto? E allora dov’è il sacro? Forse nell’atto che mi ha messo al mondo? Come se questo atto fosse diverso da un processo bestiale volto a soddisfare una concupiscenza bestiale? O forse sta nell’esito ultimo di questo atto, che in fondo è solo una necessità irrevocabile, di cui si farebbe volentieri a meno se non ci andassero di mezzo la carne e il sangue? Devo forse trattarlo gentilmente perché mi ama? Questa non è che vanità da parte sua, ovvero il peccato prediletto da ogni artista che amoreggia con la sua opera, per quanto ripugnante.” (Friedrich Schiller, I Masnadieri)

 

novembre 11, 2011 / Climacter

Friedrich Schiller, Don Carlos

 

Scena decima

 

 

 

Il re, il marchese di Posa. Il marchese non appena vede il sovrano gli si inginocchia davanti, poi si rialza e rimane in piedi senza manifestare il minimo imbarazzo

.

RE (osservandolo con un certo stupore)

 

Mi avete già parlato in passato?

 

MARCHESE

 

No.

 

RE

 

Voi vi siete reso benemerito della corona. Perché sfuggite la mia riconoscenza? Migliaia di esseri si confondono e sovrappongono nella mia memoria, ma l’onniscienza spetta soltanto a Uno. Voi dovevate cercare l’occhio del vostro re, come mai non l’avete fatto?

 

MARCHESE

 

Sire, sono tornato qui, nel vostro regno, da appena due giorni.

 

RE

 

Non voglio rimanere debitore nei vostri confronti. Chiedetemi un favore!

 

MARCHESE

 

Io profitto delle leggi.

 

RE

 

Un diritto di cui profitta anche l’assassino.

 

MARCHESE

 

E a maggior ragione il cittadino onesto! Sire, io mi ritengo soddisfatto.

 

RE (tra sé)

 

Grande audacia, e grande presunzione di se stesso, per Dio! Ma c’era da aspettarselo, e personalmente amo che lo spagnolo sia orgoglioso, a costo che il vaso trabocchi… (Ad alta voce) Mi dicono che vi siete ritirato dal mio servizio.

 

MARCHESE

 

Mi sono ritirato per lasciare il posto a qualcuno che lo merita più di me.

 

RE

 

Mi rattrista, per il mio Stato è una perdita notevole quando certi cervelli preferiscono oziare… Forse avevate il timore di non trovare un posto alla vostra altezza?

 

MARCHESE

 

Oh no! Non ho dubbi che l’esperto conoscitore, che sa come valutare lo spirito umano, avrà decifrato con un solo sguardo in cosa io possa o meno essergli utile. Umile e grato valuto l’immenso favore di cui Vostra Maestà, con l’opinione che ha espresso, vuole colmarmi, eppure… (S’interrompe)

 

RE

 

Avete dei dubbi?

 

MARCHESE

 

Devo confessarvi, Sire, di non essere pronto a tramutare nelle parole di un suddito i pensieri che ho espresso come cittadino del mondo. Vedete, Maestà, quando mi sono allontanato per sempre dalla corona, ho creduto di essere sollevato dalla responsabilità di illustrare i motivi di questa mia decisione.

 

RE

 

Sono così vaghi allora questi motivi? Rivelandoli avete paura di rischiare qualcosa?

 

MARCHESE

 

Rischierò al massimo la vita, Sire, se mi verrà concesso il tempo di enumerarli uno ad uno! Ma se voi mi negate questo favore, allora metterò a dura prova la verità. Posso scegliere tra il vostro favore e il vostro disprezzo e, se devo assolutamente compiere una scelta, vorrei passare ai vostri occhi per un ladro volgare piuttosto che per uno sciocco.

 

RE (con viva attesa)

 

Allora?

 

MARCHESE

 

Non posso essere il servo di un principe. (Il re lo guarda stupito) Sire, io non voglio ingannare l’acquirente. Se volete affidarmi un incarico, è evidente che pensate a qualcosa che è già stato preordinato. Volete sul campo la mia audacia e il mio braccio, e il mio cervello nel Consiglio. Il fine cui tenderebbero le mie azioni non sarebbe mai l’azione in sé, ma l’applauso rivolto loro dal trono. Per me, invece, la virtù ha un valore inalienabile in sé e per sé. Quella felicità che per mano mia il sovrano seminerebbe, la creerei da solo e in tal modo ciò che dovrebbe risultare un dovere sarebbe un atto di gioia e di libera scelta. È questo ciò che volete? Potete tollerare nella vostra creazione dei creatori diversi da voi? Ed io dovrei limitarmi ad essere lo scalpello quando potrei essere lo scultore? Io amo gli uomini, e nelle monarchie non devo amare nessuno tranne me stesso.

 

RE

 

Questa passione è degna di lode. Voi vorreste fare del bene, e il modo in cui lo fate ha poca importanza sia per il saggio che per il cittadino. Cercate nel mio regno un posto che vi consenta di realizzare questa nobile aspirazione.

 

MARCHESE

 

Non ne trovo nessuno.

 

RE

 

Come?

 

MARCHESE

 

Quella che Vostra Maestà riuscirebbe a spargere per mano mia può definirsi nei termini di felicità umana? E si tratta della stessa felicità che il mio puro amore per gli uomini cerca con tanta determinazione? Di fronte a una felicità simile, il trono comincerebbe a vacillare. No, la corona ha creato un’altra felicità, una felicità diversa che è in grado di soddisfare, e che crea nel cuore umano degli impulsi che si appagano di questa felicità. Essa fa coniare sulle sue monete questa verità, poiché è la sola verità che può permettere, e rigetta impietosa tutti gli stampi diversi da questa immagine. Ma ciò che può essere utile alla corona… è in grado di soddisfare me? Il mio amore fraterno può abbassarsi e tradire fino al punto di defraudare il fratello? Posso credere che sia felice prima che gli venga consentito di pensare? Sire, non scegliete me per propagare la stessa felicità che troviamo coniata sulle vostre monete: io non posso che rifiutarmi di metterle in circolazione… io non posso essere il servo dei principi.

 

RE (con foga inattesa)

 

Voi siete un protestante.

 

MARCHESE (dopo un attimo di riflessione)

 

La vostra fede, Sire, è la mia stessa fede. (Dopo una pausa) Sono frainteso, ed era proprio ciò che temevo. Voi mi state vedendo mentre strappo il velo che nascondeva i segreti del trono: quindi chi vi assicura che ciò che non è più in grado di farmi paura sia ancora oggetto di venerazione ai miei occhi? Io rappresento un pericolo, perché ho riflettuto su me stesso… Ma io non sono pericoloso, Maestà. I miei desideri si arrestano qui. (Si mette una mano sul petto) L’assurdo impeto dei riformatori che incrementano il peso delle catene da cui non riescono a liberarsi, non mi riscalderà mai il sangue. Il secolo non è maturo per il mio ideale. Io sono il contemporaneo dei miei posteri. Una simile immagine può sconvolgere la vostra quiete? Basta un vostro respiro a disperderla.

 

RE

 

Sono il primo cui vi rivelate sotto questo aspetto?

 

MARCHESE

 

Sotto questo… sì!

 

RE (si alza, fa qualche passo e si ferma davanti al marchese. Tra sé)

 

Il tono, perlomeno, è inedito! (Ad alta voce) L’adulazione si divora da sé, l’imitazione degrada chi la professa. Fare una volta la prova del contrario… Perché no? La fortuna arride a tutto ciò che è insolito. Se queste sono le vostre opinioni, voglio sperimentare un modo diverso di servire la corona. Il forte spirito…

 

MARCHESE

 

Io comprendo, Sire, quale infimo concetto, basso e vile voi avete della dignità umana dal momento che, nelle parole di un uomo libero, voi non scorgete altro che il linguaggio dell’adulatore, e ritengo di sapere come tutto ciò sia potuto accadere: è stata colpa degli uomini che vi ci hanno obbligato, che hanno rinunciato liberamente alla propria dignità, che volontariamente si sono collocati sull’ultimo gradino, che terrorizzati fuggono davanti allo spettro della loro intima grandezza, che privilegiano la loro miseria, che ornano di una incommensurabile viltà le proprie catene e chiamano virtù il fatto stesso di portarle! Così vi è stato presentato il mondo! Così era stato lasciato in eredità al vostro grande padre. Come avete potuto avere stima degli uomini così spaventosamente mutilati?

 

RE

 

In queste parole c’è qualcosa di vero.

 

MARCHESE

 

Che peccato! Quando avete preso l’uomo dalle mani del Creatore, e lo avete tramutato in qualcosa del tutto personale e poi a questa creatura di foggia completamente nuova avete offerto voi stesso come Dio, in un punto vi siete sbagliato: perché siete rimasto un uomo, un uomo creato da Dio, e avete continuato a desiderare e a soffrire come un semplice mortale. Voi sentite la necessità di rendere qualcuno partecipe dei vostri sentimenti, mentre di fronte a un Dio si può solo tremare e pregare, offrirgli dei sacrifici! O infelice scambio di ruoli! Orribile sovvertimento della natura! Se avete degradato a tal punto i princìpi ordinatori della natura umana, chi potrà accanto a voi delibarne la squisita armonia?

 

RE (tra sé)

 

Per Dio, egli mi legge fino in fondo all’anima!

 

novembre 7, 2011 / Climacter

Anton Pavlovic Cechov, Il gabbiano

NINA

E io vorrei essere al vostro posto.

TRIGORIN

Perché?

NINA

Per scoprire cosa sente un famoso scrittore di talento. Come si prova la celebrità? Cosa provate voi ad essere famoso?

TRIGORIN

Cosa? Probabilmente niente. Non ci ho mai pensato. (Dopo aver riflettuto).I casi sono due: o voi esagerate la mia celebrità, o questa non si avverte per nulla.

NINA

E se i giornali che leggete parlano di voi?

TRIGORIN

Quando ne parlano bene, fa piacere, quando male, allora per due giorni non ti senti a posto.

NINA

Che mondo meraviglioso! Quanto vi invidio, se sapeste! È diverso il destino degli uomini. Alcuni trascinano a malapena la propria noiosa, insignificante esistenza, tutti uguali gli uni agli altri, tutti infelici; ad altri invece, come a voi, per esempio, e siete uno su un milione, è toccata in sorte una vita interessante, luminosa, piena di significato… Voi siete felice…

TRIGORIN

Io? (Stringendosi nelle spalle). Hmm… Voi parlate tanto di celebrità, di felicità, di una vita luminosa, ma tutte queste parole per me, mi scuserete, sono proprio, come la marmellata, che non mangio mai, Voi siete tanto giovane e buona.

NINA

La vostra vita è meravigliosa!

TRIGORIN

Ma che cos’ha di tanto meraviglioso? (Guarda l’orologio).Adesso devo andare a scrivere. Scusatemi, non ho tempo… (Ride).Avete toccato, come si suol dire, il mio punto debole, ed io comincio a turbarmi e a seccarmi un poco. Comunque, parliamone pure. Parliamo della mia splendida, luminosa vita… Beh, da dove cominciamo? (Dopo aver riflettuto un poco). Ci sono delle idee ossessionanti, quando un uomo, per esempio, pensa giorno e notte alla luna; anch’io ho una mia luna di quel tipo. Giorno e notte mi tormenta un solo pensiero importuno: devo scrivere, devo scrivere, devo… Non faccio a tempo a finire una novella che già, chissà perché, ne devo scrivere un’altra, poi una terza, e dopo la terza una quarta… Scrivo ininterrottamente, come quando si cambiano i cavalli alle stazioni di posta, non so fare altrimenti Cosa c’è in tutto questo di meraviglioso e luminoso, io vi domando? Oh, che vita selvaggia! Ecco sono qui con voi, mi agito, e intanto penso ad ogni istante che mi aspetta una novella incompiuta. Vedo una nuvola simile ad un pianoforte. Penso: bisogna che in qualche racconto rammenti che fluttuava una nuvola simile ad un pianoforte. C’è odore di eliotropio. Subito mi imprimo nella mente: odore dolciastro, colore vedovile, rammentarsene nella descrizione d’una sera estiva. Colgo ogni singola frase che voi ed io pronunciamo, ogni singola parola e mi affretto a racchiudere queste frasi e parole nel mio scrigno letterario: potrebbero tornare utili! Quando finisco un lavoro, corro a teatro o a pescare; mi potrei riposare, potrei dimenticare, ma no, in testa già rotola una pesante palla di ghisa, un nuovo soggetto che mi trascina al tavolino, e di nuovo bisogna precipitarsi a scrivere, scrivere. E così sempre, sempre, e non ho pace da me stesso, e sento che sto divorando la mia stessa vita, e per il miele che do a qualcuno nello spazio, rubo il polline ai migliori fiori, li strappo e ne calpesto le radici. Forse che non sono pazzo? Forse che parenti e amici mi trattano come una persona sana? “Che cosa state scrivendo? Che cosa ci regalerete?”. Sempre le stesse cose, sempre le stesse, e a me pare che le attenzioni dei conoscenti, le lodi, l’ammirazione siano tutto un inganno, che mi ingannino come si inganna un ammalato, e talvolta io temo che mi si facciano quattamente alle spalle per agguantarmi e portarmi via, come con Poprigšèin, al manicomio. In quegli anni, negli anni migliori, negli anni giovanili, quando ho cominciato, lo scrivere per me altro non era che pura tortura. Uno scrittore giovane, in particolare quando la fortuna non gli arride, si ritiene goffo, imbarazzato, inutile, ha i nervi tesi, irritati; non sa trattenersi dal gironzolare fra la gente che ha a che fare con la letteratura e con l’arte, non accettato, ignorato da tutti, timoroso di guardar dritto negli occhi, come un giocatore accanito che non abbia denaro. Non vedevo il mio lettore, ma me lo immaginavo, chissà perché, scostante, diffidente. Avevo paura del pubblico, lo temevo, e quando si rappresentava una mia nuova commedia, ogni volta mi sembrava che i bruni fossero profondamente ostili, e i biondi freddamente indifferenti. Oh, che cosa terribile! Che tormento!

NINA

Scusate, ma l’ispirazione e lo stesso processo creativo non vi danno momenti sublimi, felici?

TRIGORIN

Sì, quando scrivo, sto bene. E correggere le bozze è un piacere, ma… non appena un lavoro è stampato, non lo sopporto più, e capisco che non è riuscito, che è stato uno sbaglio, che non avrei, dovuto scriverlo affatto, e me ne dispiaccio, e che meschinità nell’anima… (Ridendo).E il pubblico legge: “Sì, grazioso, che talento… Grazioso, ma ben lungi da Tolstoj”, oppure: “Splendido lavoro, ma Padri e figli di Turgenev è meglio”. E così fino alla lapide tombale tutto sarà grazioso e ricco di talento, grazioso e ricco di talento, niente più, e quando sarò morto i conoscenti passando davanti alla mia tomba diranno: “Qui giace Trigorin. Era un bravo scrittore, ma non all’altezza di un Turgenev”.

NINA

Scusatemi, ma mi rifiuto di capirvi. Siete semplicemente viziato dal successo.

TRIGORIN

Da quale successo? Non mi sono mai piaciuto. Non mi piaccio come scrittore. E la cosa peggiore è che vivo come in stato di ebbrezza e spesso non capisco quello che scrivo… Amo quest’acqua, questi alberi, il cielo, sento la natura che suscita in me la passione, il desiderio invincibile di scrivere. Ma io non sono solo un paesaggista, sono anche un cittadino, amo la patria, il popolo, sento che se sono scrittore ho l’obbligo di parlare del popolo, delle sue sofferenze, del suo futuro, di parlare della scienza, dei diritti dell’uomo e di altre cose ancora, e parlo di tutto, mi affretto, mi spronano da ogni lato, si arrabbiano con me, e io mi barcameno da una parte all’altra, come una volpe braccata dai cani, vedo che la vita e la scienza continuano ad avanzare, mentre io resto sempre più indietro, come un contadino che ha perso il treno, e in fondo sento che non so descrivere altro che paesaggi, e che in tutto il resto sono falso, falso fino al midollo.

novembre 4, 2011 / Climacter

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge

L‟angoscia che un piccolo filo di lana che sbuca dall‟orlo della coperta sia duro, duro e aguzzo come un ago d‟acciaio; l‟angoscia che questo bottoncino della mia camicia da notte sia più grosso della mia testa, grosso e pesante; l‟angoscia che questa briciola di pane, che ora cade dal mio letto, divenga di vetro e vada in frantumi, e il pensiero opprimente che con questo si infranga tutto, tutto per sempre; l‟angoscia che questo lembo di busta stracciata sia qualcosa di proibito che nessuno deve vedere, qualcosa di indicibilmente prezioso, per cui non vi è nella camera un posto abbastanza sicuro; l‟angoscia di inghiottire, mentre mi addormento, il pezzo di carbone che sta davanti alla stufa; l‟angoscia che qualsiasi numero cominci a crescere nel mio cervello, fino a non trovar più spazio in me; l‟angoscia che io stia giacendo sul granito, granito grigio; l‟angoscia che io possa gridare e che si raduni gente dinanzi alla porta e che alla fine l‟abbattano, l‟angoscia che io possa tradirmi e dire tutto ciò che temo, e l‟angoscia che io non riesca a dire nulla, poiché tutto è indicibile, e le altre angosce… le angosce.

Ma anch‟io divenivo eccitatissimo quando le trine apparivano. Erano avvolte intorno a un rocchetto di legno che sotto le trine non si riusciva a vedere. E adesso le svolgevamo lentamente e guardavamo i disegni che si succedevano, e trasalivamo un poco ogni volta che una finiva. Cessavano così d‟improvviso.

Venivano dapprima bordure di lavoro italiano, pezzi tenaci a fili tirati, in cui tutto tornava sempre a ripetersi, come in un giardino di contadini. Poi, d‟un tratto, una lunga fila di nostri sguardi era graticciata di trine veneziane ad ago, come se noi fossimo chiostri o prigioni. Ma tornavamo liberi, e si guardava lontano, in giardini sempre più artificiali, finché tutto era fitto e tiepido negli occhi come in una serra: piante sontuose che non conoscevamo spalancavano enormi foglie, viticci si sorreggevano l‟un l‟altro come colti dalla vertigine, e i grandi fiori aperti dei points d‟Alençon annuvolavano tutto con il loro polline. Subito, stanchissimi e confusi, si usciva sulla lunga via dei Valenciennes, ed era inverno e mattina presto e brina. E ci si spingeva attraverso i cespugli innevati dei Binche e si giungeva in luoghi ove ancora nessuno era stato; i rami si piegavano all‟ingiù in modo così strano, sotto ci poteva ben essere una tomba, ma noi ce lo nascondevamo a vicenda. Il freddo ci stringeva sempre più dappresso, e alla fine, quando giungevano le piccole, finissime trine al tombolo, Maman diceva: «Oh, adesso ci verranno i fiori di ghiaccio agli occhi,» ed era proprio così, perché faceva molto caldo in noi.

Al momento di riarrotolare sospiravamo ambedue, era un lavoro lungo, ma non volevamo lasciarlo a nessuno.

ottobre 28, 2011 / Climacter

Henry Fielding, Tom Jones

 

“Ho avuto modo d’osservare –

e non avrò forse mai altra occasione migliore per comunicare questa mia osservazione –

che il mondo si può dividere, per quel che riguarda la carità, in due categorie, ciascuna delle quali nutre un’opinione assolutamente opposta a quella dell’altra. Sembrano pensare gli uni che tutti gli atti di questo genere debbano essere considerati doni volontari e che, per quanto poco si dia (magari anche soltanto un’espressione di simpatia), s’acquisti con questo un gran merito. Altri sembrano invece altrettanto fermamente persuasi che la beneficenza sia un dovere positivo e che quando i ricchi non si preoccupano di sollevare le miserie dei poveri nei limiti delle loro possibilità, anziché farsi dei meriti con elargizioni insufficienti, hanno assolto soltanto metà del proprio dovere e sono quindi in un certo senso ancora più spregevoli di quelli che l’hanno completamente trascurato.

Non sta a me riconciliare queste differenti opinioni. Aggiungerò soltanto che i donatori sono in genere della prima opinione, mentre quelli che ricevono sono quasi universalmente inclini alla seconda.”

 

febbraio 21, 2011 / Climacter

Wii Pmc in sacchi neri Pvc

Negli ultimi mesi, cara Marina, non faccio altro che entrare e uscire di farmacia, perciò

vorrei scrivere il racconto di un uomo recatosi in farmacia con l’intenzione di comprare una Wii PMC. Tra lui e la commessa, che si scusa di non potergli cedere la Wii PMC senza prescrizione medica, nasce un diverbio perché, a sentire l’uomo – subito smentito dalla sua antagonista – i falli vibranti o non vibranti destinati ad alleviare la sofferenza psichica di donne incapaci temporaneamente o meno di condurre una vita sessuale in ultima analisi appagante per loro e per il partner occasionale o stabile, non necessiterebbero di ricetta alcuna. Pare inoltre che le parafarmacie, aggiunge l’uomo sapendo di mentire, pullulino di PMC.

– Se è vero quel che dice – ribatte la coraggiosa commessa con sarcasmo, – perché è venuto da noi? Non sarebbe stato più comodo rivolgersi a un negozio di giocattoli?-

 

 

 

 

 

 

 

Wii PMC ( Presidio Medico-Chirurgico) è un manichino di sesso femminile, dotato di speciali sensori capaci di imitare l’attività degli esterocettori in corrispondenza delle zone erogene segnate sulla mappa della Donna Ideale (pressoché ovunque, sebbene in minore o maggiore quantità: il clitoride in gomma piuma, per esempio, è tutto un sensore, il velopendulo in gomma pane invece ne è quasi privo), il cui funzionamento è simile a quello di una normale Wii, il manichino essendo stato progettato per integrare alle funzioni di quella che potremmo volgarmente chiamare Bambola gonfiabile (sebbene non-insufflabile e molto più sofisticata, sulla falsariga delle real doll nipponiche), un pregnante programma di educazione o rieducazione all’erotismo, attuabile interfacciandosi ad un televisore. Una Wii-PMC, come evidenziato nel celebre spot che fece rizzare i capelli ai benpensanti, certo non potrà menarti una sega, ma coi suoi utili consigli e con la sua paziente guida rimedierà alle tue incertezze, porrà freno alle tue fisime e ubbie, ti insegnerà a vivere senza vergogna il miracolo dell’erezione, a gestire oculatamente la contabilità eiaculatoria, strappandoti alle secche dell’insicurezza e incrementando, ciò che è fondamentale, la tua autostima. Nello spot, il refrain ad effetto “L’autostima passa dalla lingua” – coronamento della serie di messaggi dello stesso tenore “la forza passa dalle mani” e “l’eloquenza passa dalle labbra” – pareva recitato con voce suadente,  il capo vòlto alla cinepresa, dalla stessa PMC, la quale, si intuiva senza troppo lambiccare, stazionava in posizione ginecologica, mentre sul teleschermo – in secondo piano – cinque stelle si coloravano d’oro.

Appena iniziata la commercializzazione del rivoluzionario prodotto, ammette la commessa della farmacia, l’acquisto della PMC risultava essere interamente a carico del consumatore finale, ma col profilarsi netto della questione etica e giuridica sorta dal succedersi di rinvenimenti, da parte delle forze dell’ordine interpellate da cittadini tanto onesti quanto esasperati, in luoghi appartati, discariche, fabbriche dismesse e perfino nei vicoli di città e paesi – gettate a testa in giù in cassonetti irti di lunghe gambe inastate – di PMC con evidentissimi segni di maltrattamenti, sevizie, percosse – per tacere poi dei casi di mutilazioni -, il Ministero, attraverso le aziende sanitarie locali e quindi del personale medico, ha imposto un controllo severo, attuabile non da ultimo con lo spostamento della Wii dalla fascia C alla fascia B dei farmaci e con l’emanazione di una circolare in cui è indicata tramite rigorosa elencazione dei sintomi, quale tipologia di pazienti possa usufruirne.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il racconto, nelle mie intenzioni, prendendo abbrivio da un furto, continuerebbe fino a trasformarsi in una storia d’amore alla Blade Runner, se non sapessi fin troppo bene che già Palahniuk si è occupato del medesimo argomento in Cavie, servendosi di un pupazzo iperrealistico di bambino, sempre il medesimo però e senza interfaccia video.

 

gennaio 29, 2011 / Climacter

METAFICTION!


 “if Realism called it like it saw it, Metafiction simply called it as it saw itself  seeing it”
                                                                                             David Foster Wallace

 

 

– Lei mi parla, se non ho capito male, di un libro mal conservato, con ampie lacune, un tascabile pubblicato abbastanza di recente da una casa editrice che si pregia di utilizzare carta riciclata, ritenendo che dovrebbe interessare a un bibliofilo antiquario come me. Se non sapessi che lei è una persona fidata, penserei che mi stia prendendo in giro. Perché dovrebbe interessarmi il suo pezzo?

 
 
 
– Racconta che depresso com’era e incapace di spiegare in cosa consistesse precisamente, quali pecularità avesse, di che si cibasse, che materia intaccasse la condizione sua di depresso – piuttosto un cambiamento di status che una condizione passiva, un oggetto di studio della Dinamica piuttosto che della Statica Sociale, un balzo in una diversa posizione all’interno di un Campo di Forza, come contratta per una avveduta ma sciaguratissima politica di relazioni intrattenute in vista del passo decisivo, il più prosaico dei passi decisivi, un matrimonio d’interesse, viste le attenzioni che il depresso, racconta, è poi costretto a ricevere, paragonabili alle visite di un parentado impaziente di saggiare l’acquisto nuovo con domande a fior di labbra che, se uscissero senza perifrasi,
scatenerebbero querele – sarà capace lo sposo d’integrarsi nella famiglia? è un uomo probo? è onesto solo perché tutti o quasi sono bravi a fare gli onesti quando posseggono giusto quel poco che basta per riprodurre la propria forza-lavoro? saprà provvedere ai bisogni della sposa? – le quali attenzioni non sarebbero da intendersi dunque come parto d’affettuosa premura, bensì conseguenza di una curiosità pedantesca di chi indaga come a voler ricusare il fatto di non poter esercitare affatto una curiosità professionale, psichiatrica, cioè a dire il polpettone stopposo che sempre, ovunque ci sia un malato, si tenterà di fargli passare per il gozzo, quell’arrosto ripieno di melensaggini e interrogante preoccupazione condita di saggezza occasionalmente raccolta da fonti carismatiche ma dubbie e tuttavia tanto caritatevole quanto autoindulgente del profano che, racconta, al pari di lui, racconta, sebbene in misura minore, è allibito, atterrito dall’impossibilità di spiegarsi in che cosa consista precisamente la condizione-status di depresso, che razza di tarlo sia quella minaccia risibile eppure solenne, così la immagina il depresso, e calcinata come un’intera Dresda dopo mille ore di bombardamenti, che rode senza provocare né rumore né dolore ma una sensazione diffusa non solo per il corpo bensì per tutto l’ambiente circostante di mancanza, una prossemica della mancanza!… una patina in espansione di privazioni intime fattesi corporee che si distenda liquida partendo da un nucleo pesante su cui soffino da tutte le direzioni vènti arroventati senza tregua né pace come spiriti di mort’ ammazzati; racconta dell’incapacità di rompere la campana di vetro dei silenzi, dell’imbarazzo e della vergogna di provare imbarazzo dei propri silenzi,  nonostante che gli venisse chiesto con insistenza, come si fa coi bambini e come fanno i bambini stessi crivellandoti di quei perché che, racconta, ti sospingeranno necessariamente nell’eremo della tautologia a fare i conti con il dio fallimento, di spiegare ciò che provava, di definire ciò che gli pareva di perdere all’urgere della mancanza, cosa che lo affliggeva non poco, perché, in verità, tutto ciò che lo circondava o che lui circondava capiendosene era un mezzo col quale affliggersi e l’afflizione stessa, scritta così com’è, afflizione, ora, in questo momento, perché lui ha già compiuto quel salto temporale decisivo per riconoscere di essere uscito dalla campana di vetro, perché dinanzi a noi, proprio ora e qui, si para l’uomo consapevole di essersi redento, di aver scontato l’umiliazione dei perché irrisolvibili e di corrispondere perciò a un essere ritrovato, l’afflizione lo rende [rendeva] insicuro e nuovamente fragile, potente ed espressiva anche e solo come presenza scenica, l’afflizione, nella fisicità mediata dal codice scrittura e dal linguaggio parlato, con quella triade di consonanti così strana a vedersi, quasi aliena nella forma e coriacea alla pronuncia, refrattaria, vicina all’improponibilità – FFL – da sembrare un memento temibile, il distintivo, il simbolo apotropaico del guardiano posto a difesa del tempio e perciò stesso inguardabile, inavvicinabile; depresso com’era e afflitto e cocciutamente concentrato sull’incomunicabilità di pensieri di una apparente semplicità adamantina che vociavano e complottavano dentro di lui per essere espressi, una domenica, racconta, ora che non è più taciturno ma che ha anzi milioni di cose da dire talché, se interrogato, saprebbe senz’altro dirle (twitter e facebook pongono sempre il medesimo quesito – a che pensi? che stai facendo? -, ecco perché davanti al monitor gli viene la faccia di merda inespressiva di chi non sa formarsi un’opinione neppure sulla penuria delle proprie opinioni e non gli riesce mai di scrivere un cazzo!) gli venne proposta, a lui e alla fidanzata Claudia, una gita in un posto verde e tranquillo e sorridente come se, racconta con un ghigno sarcastico (negli occhi, però, un guazzabuglio di mestizia e terrore, egli specifica subito dopo), un luogo possa essere animato da buone intenzioni per il solo fatto di apparire viride-ridente. Racconta che lui avrebbe rifiutato se solo avesse potuto, ma poiché rifiutare implica una fermezza di spirito che è da sadici pretendere in uno spirito, il suo, che tremava tutto, essendo questo suo spirito l’equivalente spirituale di un vecchio demente buttato a marcire in un istituto detentivo per malati d’Alzheimer, ma qui ci si dilunga troppo (a giudizio di lui in quanto lettore) a cercare di mostrare l’oggetto che in natura o nel campo delle opere umane vibri di un tremore simile a quello comunicato alle membra dall’iperestesia dello spirito, si lasciò tradurre dove gli altri, con la loro curiosità sedicente professionale, ritenevano che gli avrebbe giovato andare, ma che la scampagnata si risolse infine in un disastro. Racconta infatti che l’unica attività che continuava a riuscirgli era il sesso, Claudia glielo confermava, ma che nelle due settimane successive alla gita anche quell’unica certezza, quel singolo spiraglio di riscatto dall’opacità ammiccante tra i cortinaggi delle grand’ eppiccole labbra che gli era rimasto, capitolò stramazzando. Certo si sentiva turbato da quando, poco tempo prima, con l’insediamento della depressione, aveva cominciato a vedere sé (ma anche i propri genitali) dritto o di traverso sopra oppure allato (coitus a latere) o dietro o sotto di lei come se si stesse filmando, sebbene non fosse proprio un vedersi ma un percepirsi all’esterno di sé stesso – commistione delle fattezze della sua persona e di quelle dei suoi genitali – con l’apparecchiatura montata in spalla oppure sul cavaletto e i riflettori, la giraffa e il tecnico dei suoni assiso dietro il mixer visibile dall’oblò quadrangolare, il seggiolino pieghevole del regista e il megafono, un flacone di crema per le mani posato su di un tavolino da campeggio, i fotografi e le controfigure maschile e femminile, tutto quanto possa servire insomma a qualificare come studio cinematografico XXX una stanzetta da letto senza pretese…
e tipo…
un corpo astrale ancora più spostato verso l’esterno ma nel senso dell’altezza, stazionante al di sopra di un soffitto trasparente blandamente tratteggiato in stile planimetria virtuale a tre dimensioni… ma qui il racconto si interrompe e comincia una digressione interminabile su quella volta che, racconta, i suoi amici Andrea detto Tony Manero e Luca Marazzi detto Marazzi si trovarono a percorrere un tratto della A21 Torino-Piacenza per raggiungere Asti. Manero, che guidava, volle sapere a che punto si trovavano perché (racconta che il sesso da alienato continuava a venirgli benissimo prima dell’evento traumatico rappresentato dalla gita e poi introduce, a mo’ di contrappunto, la figura di Cosimo, eiaculatore precoce da tutta una vita) cominciava ad averne piene le palle del viaggio e racconta di come Marazzi, passeggero navigatore, squadernasse il raccoglitore ad anelli di agile consultazione che teneva sulle ginocchia da quando erano partiti contenente, scheda per scheda, fascicolo per fascicolo, l’intero stradario dell’Italia corredato di utili guide ai ristoranti tipici, gli alberghi, i musei, la case circondariali, chiuse, aperte, larghe, slabbrate, … e, vedendo che l’autostrada, nella finzione topografica che è realtà tipografica, andava a scivolare, racconta, proprio sotto uno degli anelli, racconta, non più finzione topografica né realtà tipografica, del raccoglitore, sentenziasse ironicamente, mescolando i piani del reale con voce da cicerone, – tra poco dovremmo passare sotto l’anello che a sud sorge da Rivanazzano, a nord da un punto imprecisato tra Isola Sant’Antonio e Cornale – dando così l’abbrivio al dialogo in cui l’altro, guardando di fronte a sé col dito puntato dice – questo anello? -, Marazzi, distogliendo lo sguardo dalla cartina proprio un istante prima che gli sorvoli la testa una specie di ponte che però non è un ponte, è più la stilizzazione decorativa postmoderna di un’impalcatura a forma di anello o magari lo scheletro di un autogril ad anello o un gasdotto che si arrampica sopra la carreggiata per risprofondare subito dopo nell’epidermide della pianura a forma di anello, replica tartagliando – ma io intendevo veramente… – e sbatte in faccia al pilota raccoglitore e anello insieme, significandogli appunto ciò che lui intendeva veramente, Manero ri-replica – siamo entrati non so come in una puntata de “ai confini della realtà” -; digressione questa talmente incomprensibile da richiedere l’intervento dello scrittore che, in effetto, prende la parola spiegando che il Manero-Marazzi, proprio alla stregua dell’esempio precedente (a noi non pervenuto, data la frammentarietà del testo, le lacune, le pagine smozzicate in carta riciclabile) dell’uomo kafkiano che risvegliatosi da un incubo sùbito si accorge d’aver soltanto sognato di risvegliarsi da un incubo considerato che, accanto a sé, nel lettone, giace lo scarafaggio gigante kafkiano e allora aspetta di addormentarsi di nuovo per potersi definitivamente destare da uno, due, tre incubi, non essendo affatto chiaro dove risieda il terzo incubo, se non nella cornice kafkiana del primo e del secondo che però, siamo avvertiti, potrebbe essere tutta quanta la vita, e infatti dal mesotorace del coleottero si protende una zampa, il cui tarso coi cinque tarsomeri, insinuandosi sotto i pantaloni del pigiama dell’uono kafkiano, si articola dolcemente intorno a pene e testicoli mentre il pulvillo del pretarso cerca carezzevolmente di aprirsi una via nel buco del culo e un ansito stridulo si ode disumano che dice – dormivi? a me è tornata voglia di fottere, sono una maiala? – insomma, racconta che il MaMa e lo Scafka ancora non possono classificarsi come metafiction, perché a suo modo di vedere, metafiction è quel tipo di impianto narrativo anulare sul modello ipersfruttato del nastro di Möbius in cui allo scrittore e al lettore reali vengono contrapposti e sovrapposti uno scrittore e un lettore fittizii che ovviamente, in un momento epifanico del processo di metacomunicazione, risultano risucchiati all’interno della narrazione stessa. Racconta così di un libraio antiquario che telefona a un suo facoltosissimo e appassionatissimo cliente, affermando tra i gridolini di eccitazione paratestuale che adornano il discorso, di avere tra le mani un pezzo unico. Trattasi non di un libro antico ma di un libro arcano (ha detto davvero arcano?) che il cliente, scettico, deve assolutamente vedere con i propri occhi al fine di non credere per l’appunto alla testimonianza, tuttavia verace, dei propri occhi (sarà qui che scrittore e lettore verranno risucchiati insieme nella narrazione?). L’indomani, il ricco collezionista si precipita dall’antiquario e resta sulle prime istupidito nel vedersi consegnare un libriccino consunto dimensioni tascabili duecentopagine-duemilalire sulla cui copertina è riportato un ritratto, questo sì, davvero notevole, forse commissionato dalla casa editrice stessa a un formidabile quanto sconosciuto artista, di un uomo che, perbacco, ha qualcosa di straordinariamente familiare. – Vede il ritratto? – domanda l’antiquario, -quell’uomo è lei in persona! Quell’uomo sei TU! -. Comincia allora un dialogo in cui il cliente appare dapprima incredulo – non può essere vero, questo sono io! -, poi arrabbiato – lei, non so come, si sta prendendo gioco di me! – (- ma no, – dice l’altro, – le assicuro che prima che lei venisse, proprio qui in copertina, mi venga un colpo se non è vero, c’era il mio di ritratto, sputato identico! -), infine furioso – che oltraggio è mai questo? Io le faccio chiudere bottega! – quando rinviene a pagina tre una piccola nota in calce che recita: ” copertina: autore anonimo, ritratto di un uomo di merda.” Il tempo passa -avrà mie notizie!- e il libro rimane a impolverare in un angolo della botteguccia, perché l’antiquario, che è superstizioso, comincia a pensare che ci sia di mezzo il diavolo ed è sicuro che gli si seccheranno le palle se si avvicinerà di nuovo al volume, finché il cliente, un tizio dalla faccia taurina e i baffi arricciati a formare volute di pelo sofisticatissime cui starebbero bene una maglietta senza maniche a righe orizzontali e una barra d’acciaio incurvata stretta tra i pugni per sembrare il forzuto del circo e perché è appunto così che compare nel ritratto in copertina, non si ripresenta dall’antiquario col suo avvocato (magro come una mummia con una impressionante pappagorgia traslucida che, arborescente di venuzze, gli dondola scrotale tra la punta del mento e il pomo d’adamo), ritrova il libro dove l’aveva lasciato, soffia via la polvere, osserva due figure in copertina e legge la stessa dicitura in caratteri microscopici che, questa volta, riporta: “anonimo, ritratto di due teste di cazzo”. Il titolo del libro è

 
METAFICTION!