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gennaio 18, 2011 / Climacter

Addio, Justin

Lo scorso agosto moriva Bill Cosby per la quarta volta. Dato che ciò dovette sembrargli eccessivo, prese il telefono e chiamò la CNN per annunciare che, senza esagerare, poteva dirsi vivo e che chi si divertiva a spargere la falsa notizia su twitter (dove recentemente imperversano messaggi di commiato al defunto Justin Bieber) avrebbe meritato di fare la sua stessa fine, che a quel punto non si sapeva più se consistesse nell’essere morto, vivo o magari disperso. Se nutrite sdegno e rancore laddove aveste appurato che la mia versione dei fatti (soprattutto il contenuto della telefonata) non è integralmente attendibile, pur essendo vero il nucleo drammatico della vicenda, consolatevi d’aver appreso la notizia da me e non da Studio Aperto.
 Bill Cosby, forse un nome d’arte coniato con materiale di risulta, prodotto spontaneo della reminiscenza di Bing Crosby – non mi curerò di controllare su wikipedia -, fu per diversi anni in testa alle classifiche degli uomini di spettacolo più pagati d’America. A quei tempi la mia fonte di informazioni era tv sorrisi e canzoni.
Cosby, per i pochi che lo ignorassero, 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
interpretava il patriarca di una rispettabile, ironicamente matriarcale – considerato il carattere felicemente burbero della moglie – benestante, giovane e bella famiglia di colore.
Le domande più insulse cominciano a gremire i vostri cervelli – si può scrivere “famiglia di colore”? E’ una sinneddoche? “Bella di colore famiglia e benestante” è invece un iperbato? – senza che intuiate come il vero interrogativo sul quale soffermarsi sia quello del perché appaia così importante specificare che la famiglia Robinson è…
 
– Dillo tu con una circonlocuzione.
 
– …una comunità umana generata a partire da una diade di individui fertili sessualmente complementari di origine afroamericana che, unendosi al fine di compiere quella che si dice una parabola esistenziale comune descritta su di un ideale piano cartesiano anch’esso esistenziale dalle gioie e dalle sofferenze con-patite così come dalle realizzazioni e derealizzazioni, dalle strutturazioni e destrutturazioni compartecipate sia nel senso di uno scambio fattivo o, al contrario, di un reciprocato o non reciprocato comportamento atteggiamento competitivo antagonistico o francamente bellicoso cui vanno sommate quelle ore vuote in cui la diade si scompone per inerzia abulia male di vivere noia decadimento del desiderio e che sono probabilmente la parte più cospicua della vita di coppia, scopano e/o/ma procreano dando origine a una ricca progenie che viene così a… –
 
 
di colore. Ovviamente perché la sitcom era subdolamente razzista, e benché lui, Bill Cosby alias Mr Robinson, fosse un ginecologo neonatologo e chissà cos’altro di formidabile presenza di spirito, utilità, efficienza, preparazione, umanità, senso del ritmo, musicalità e lei un’avvocata ALT!
 
– il prof Sabatini, ogni domenica mattina su rai due accompagnandosi alla ragazza-più-carina-della-storia-dell’umanità Miriam Leone, incoraggia a usare la desinenza nominale del femminile per quelle professioni, cariche, nomine, arti, mestieri, uffici che, tradizionalmente esercitati, rivestiti, acquisiti/acquistati da uomini-giammai-donne, hanno conosciuto e tuttora conoscono solo la flessione maschile, sebbene non siano più di competenza esclusiva del maschio e anzi siano parimenti, almeno ufficialmente e a testimonio della virtualmente raggiunta parità di diritti doveri come dell’altrettanto virtualmente conchiusa equipollenza nella capacità di penetrazione nel mondo del lavoro e in quello che definiremo delle istituzioni, aperti ai due sessi: avvocata, medica, notaia, ministra, cavaliera [del lavoro], cappellana, beccaia, vetturina, sellaia, bottaia, postigliona, stagnaia, calderaia, …
– L’ingoio preferisci fartelo fare da Sabatini o da Miriam Leone?
– Vanno bene entrambi, l’importante è che poi mi mostrino la lingua.
 
un’avvocata ingegnosa, inflessibile, incorruttibile, alla costante ricerca della verità, con una innata predisposizione per la danza jazz e il canto gospel, il paternalismo che spirava dal senso equivoco di egalitarismo a compartimenti stagni, ovvero ghettizzato, implicito nella visione del mondo eufemisticamente ottimista, cordialmente positivista, cautamente progressista veicolata dalla sitcom, peraltro ideata dallo stesso Cosby, a beneficio di un pubblico bianco d’istruzione medio-medioalta sedicente liberal faceva cagare il cazzo.
 
– Tu sì che sai come spremere un paio di testicoli fino all’ultima goccia, baby.
– Aspetta d’avermi pagato, e vedrai che anche con i portafogli non me la cavo male.
(risate sintetizzate in sottofondo)
 
 
L’asserita morte di Cosby mi ha insufflato l’idea a mio avviso desolante, terribilmente desolante anzi, di inventare una sit-com, parola già tendente al dissueto, pornografica colma di divertentissimi scambi di battute come quello più sopra che vivacizzino il mortifero sul piano diegetico avvicendarsi di… insomma, delle solite cose che si vedono nei pornazzi; scoppi di rude salacità inquadrati in una trama organizzata, fabula pianificata, intreccio intricato sapientemente miscelati, plot-fabula-intreccio, a formare un congegno di precisione che non si limiti a registrare stancamente lo scorrere di ovvietà sullo zerbino roullant abborracciato da un nous demiurgico e cioè per definizione privo della facoltà di creare nel cui sangue schiumi oltretutto il veleno obnubilante dell’esigenza grettamente biologica di fornicare fino allo sfibrarsi non tanto dei lombi quanto dei neuriti, contornati – gli scoppi di salacità – dal campionario di risate, risatine, gridolini, mugugnii, applausi, fischi, deprecazioni, ovazioni, commenti isolati o corali, osanna, acclamazioni e di nuovo risate, becerate, vociferii, putiferi, schiamazzi, sollazzi prefabbricati che sortiscono ogni volta che sono debilitato, solo, inerme, depresso e vorrei averti vicina lontana presente assente ubiqua reale o campionata a seconda delle bizze del mio arbitrio l’effetto di spingermi ancor più tra le braccia pietose della morte.
 
 
– Questa musica non sarà troppo tonitruante per essere la sigla della Sitcom?
– Infatti è l’inno della Comintern. Torniamo a scopare?
 
(brotolii sintetizzati, quasi un diffuso borborigmo collettivista)
 
 
La migliore sitcom mai concepita:
 
 
 
[l’immagine della cameretta coi poster, dal titolo “there’s a lot more now”
di Katia Mamadjanian, è stata sottratta al ‘Reliquiario di Visioni a Soqquadro’ (http://bestiario.tumblr.com) da Romulus Climacter il giorno 13 febbraio 2011, alle ore 10.06]
gennaio 8, 2011 / Climacter

Un Articolo di Costantino Vitaglian

(S) Prologo

Tu sei Costantino Vitellano? Vitaglian? Bene, Vitagliano. Siamo tutti vitagliani. Ma basta indugiare sulle fanfaluche. Oggi è sulle fiche del mondo del porno che indugiamo.

Fica (settentrionale figa) sostantivo femminile [latino tardo fīca per fīcus «fico»; il significato figurato di vulva, vagina è già presente nel greco antico σῦκον (sycon) «fico»]. (fonte: Treccani.it; le modifiche apportate da me non cambiano la sostanza ma rendono più leggibile il testo)

Porno: proviene in ultima analisi dal greco antico πόρνη (porne) «meretrice, puttana» in quanto distinta dalla etèra [gr. ἐταίρα, letteralmente compagna], la cortigiana, ovvero la prostituta d’alto bordo che nel mondo greco [come nel cosmo di Silvio Pelvico] gode di diritti, considerazione e prestigio sociale superiori a quelli di qualsiasi altra donna, attraverso il francese “pornographe” pornografo, ossia “scrittore che tratta di puttane”.

Ovviamente non condivido la tua ammirazione per Jenna Jameson che, ricostruita com’è, ha rinnegato la sua natura di essere vivente col derogare allo statuto di biodegradabilità degli organismi: ci vorranno 400-500 anni prima che cominci a decomporsi e altri 500 perché il processo si concluda, sempre che non si trovino materiali ancora più resistenti all’ingiuria del tempo. Ora, spiegami tu come si possa considerare eccitante una donna perfetta e perfettamente idiota che non invecchi e non faccia i vermi. A parte questa divergenza d’opinioni, tuttavia, il tuo articolo polemico in risposta a Mrkaa, la quale sosteneva che alla non più giovane protagonista dello spot Orzobimbo,

da me osannata come ultima frontiera dell’erotismo, fosse da preferire Sasha Grey, mi ha dilettato e convinto a tal punto che mi sono ritrovato a meditare sul fatto che avrei potuto scriverlo io, tal quale ma senza refusi. Se sei d’accordo, quindi, lo ricopierei senza refusi per pubblicarlo sul mio blog, indicando a chiare lettere di fuoco il nome dell’autore, cioè il tuo nome, e specificando che, come tributo a una lunga collaborazione di carattere intellettuale, me lo hai ceduto per accrescere il prestigio del suddetto blog, prestigio già affermatosi ma tuttora e sfortunatamente sottodimensionato rispetto alla incommensurabile bravura mia e di tutti quelli che contribuiscono a farne un’opera di somma edificazione spirituale e bla bla bla.

Così parlò Vitaglian

Sasha Grey? A nessuno, sebbene la mia popolarità, fregherà nulla, ma io preferisco attori e attrici degli anni d’oro del Porno, quelli delle megaproduzioni in stile Spielberg Lucas Cameron Cecil B. de Mille ecc. Lo web ci ha fottuti tutti, fratelli. Lo web esalta la quantità a scapito della qualità, è il mercato ideale, è perfino pavloviano. Ci propinano terabyte (Tera mi pare poco, ma ignoro cosa gli subentri) di roba scadentissima, non proprio amatoriale, l’attrezzatura è infatti di buona qualità e le attrici sono delle gran professioniste, ma quasi amatoriale. Basti avere una villa con piscina in un posto dove fa sempre caldo e ci sono tipo gli incendi che qualche volta devastano la villa con piscina di un potenziale attore-produttore-regista per essere stimati potenziali produttori-registi e magari attori, perché per essere attori non serve più neppure un grande arnese, e tu sai che non mi riferisco a un rastrello né a un succhiello, cazzuola o pennello, è sufficiente essere muscolosi, abbronzati, depilati dove conta. Se sei muscoloso e tutto il resto, puoi fare da spalla a un attore vero che, essendo un gran professionista, brigherà le cose in modo tale da dare a intedere allo spettatore, cui non frega un cazzo, che tu, produttore-regista, sei il tipo scafato con una grande esperienza alle spalle, cinquemila donne scopate e più di trecentocinquanta titoli all’attivo ecc. e che lui, lui che davvero ha tipo 600 titoli all’attivo, lui altri non è che la spalla.

Ogni video comincia con la tipa che sale le scale esterne per accedere in veranda, da dove guadagnare infine a quattro zampe l’ingresso nella casa del produttore-regista, tipa fighissima e ben oliata che, tallonata dalla macchina da presa, si ferma tra terzo e quarto gradino – sta ancora salendo le scale, tu eri già in camera da letto, scommetto, ma non devi avere fretta, oltretutto in camera da letto non arriveremo mai, generalmente si fotte sui divani – si piega, scosta le mutandine microscopiche da cui occhieggia un non-proprio-microscopico buchino del culo, emette qualche gemito, infila un dito prima nel buchino del culino poi in bocca, spenzola la lingua da cui si stacca una colata lunga di bava che sembra sbòra (in italiano sborra, il settentrionalismo sbòra è più espressivo), supera la soglia sempre a quattro zampe e trova due arnesi (quelli dei vicini di casa del regista-produttore) non proprio grossi né propriamente all’apice del turgore ad aspettarla, come per caso, e infatti lei sorride un po’ stupita come fosse sul punto d’esclamare – toh, ci sono degli arnesi semiturgidi che mi aspettano, che coincidenza – poi si profonde in un miagolio lungo e roco, li afferra entrambi ma si getta sul più grosso dei due per, diciamo, coprirlo di baci e tenere carezze. Ecco. Per tutto il resto del filmato non c’è una sola invenzione spettacolare, le cose procedono monotone, lo spettatore si masturba con scarsa partecipazione, ripromettendosi una maggiore efficienza operativa al momento della doppia penetrazione, perché la DP è sempre vissuta in modo trepidante, ma quando si accorge che nemmeno la DP lo ha coinvolto troppo, traccheggia di moto uniforme fino al doppio cumshot facciale con ingoio e… e… gargarismi varii, il quale doppio eccetera si risolve però in una pasturazione talmente frugale per la povera attrice, costretta ad aggiungervi del suo in termini di saliva per simulare una più abbondate mescita, che lo spettatore eietta due goccioline di liquido torbido e bigio – nessuno avrebbe il coraggio di definirlo sperma, sembra la risciacquatura di latte in cui immergono le mozzarelle appena confezionate – bestemmia digrignando i denti e dice tra sé e sé, contemplando malinconico certe macchie gialle sul soffitto – Jenna Jameson, quella sì che mi faceva schizzare…-

Jenna

dicembre 30, 2010 / Climacter

Che fine ha fatto il Galateo

Si erano tolti i vestiti. Ma neppure nel pieno abbandonarsi alla liturgia della spogliazione avevano taciuto a sé stessi le remore che li pervadevano almeno quanto la disadorna superfluità del mobilio impregnava la camera d’albergo. Per lui, Andrea Sperelli, il problema stava nell’accettare di fottere un essere più che senziente che avesse la sfrontatezza di annunciarsi con un nome come quello di Cristina. Cristina era la tana di un tarlo, una macchia, un’onta, una natta troppo – pensava – scarlatta nell’altrimenti graziosa (e si compiaceva di pensarla scarlatta) complessione diremo psicosomatica della Donna che gli aliava d’intorno per non instillargli la tentazione di aprire il frigobar, alleggerirlo del contenuto, scardinarlo e lanciarglielo addosso. CristiAna sì sarebbe stato perfetto, avrebbe giustificata, inserendola in un ordine coerente di algoritmi fisiologici, l’attivazione presaga dei centri del piacere, ma Cristina – nome insipiente, vacuo, cencioso, pecoreccio -sovvertiva ogni regola cui volentieri, o per senso del dovere o per un più maturo riconoscimento della crudele diarchia Verità – Necessità aveva soggiaciuto al fine di essere uomo degno di tal titolo, sebbene uomo non sia propriamente né impropriamente un titolo, riducendo l’obbedienza sublime ai Disegni Divini che seminano Caos per raccogliere Ordine a bovina prosternazione e, insomma, scombinandogli cosmo orizzonti e piani per il futuro e soprattutto per l’oggi, come un novello Copernico che comprovi irrefutabilmente che la Galassia ha, così tanto per dire, un buco del culo.

Per Cristina, invece, la difficoltà già palesatasi durante la conversazione giù al bar dell’hotel, stava nel darsi a un uomo che, paragonato il peto ad un motto di spirito, era passato dalla dichiarazione d’intenti alla pratica, dimostrandosi non solo fine dicitore ma un torrente addirittura d’umorismo.

“Nil aliud video, quo te credamus amicum,
       Quam quod me coram pedere, Crispe, soles.”

Marziale, Epigrammaton, liber X, 15

dicembre 24, 2010 / Climacter

fanfan

                                                                                       cara Marina;

 

Mi chiedevi se esisteva un blog dove continuassi a tenere (tenermi in) esercizio. Non c’era, ma ora che mi sono quasi affrancato da twitter, che in fatto di abbrutimento, come dici tu, è forse peggiore di facebook, il quale facebook ho pure frequentato e, dopo vicissitudini (parola che associo a Houdini) di segno opposto (ti dirò: prima che Calma FdD, al secolo Mauro C., staccasse la spina al macchinario dei socialnetwork, l’esperienza fu proficua [profica?] poiché parte della venerazione che lui ispirava alle sue innumerevoli ammiratrici egli la dirottava, per emanazione, su chi come me tribolava per emularne lo charme mediatico), ho abbandonato, mi è venuto il ghiribizzo di aprirne uno nuovo – si parlava di blog, giusto? a proposito, giuro che non capisco, inciso nell’inciso, perché la mia scrittura si debba ingarbugliare incapricciandosi con queste parentesi interruzioni e riprese e reticenze e sviamenti e accalappiamenti per la coda se poi il primo a dimenticare l’argomento portante, ovvero la spina dorsale semantica e sintattica del ragionamento e a dover tornare a monte del discorso sono io… no, proprio non lo capisco (ma lo accetto, come fosse, per usare un’espressione che gongola dalla boria, una mia autentica cifra stilistica) ! -, giusto per non dimenticare che cosa si prova ad essere esercenti di un emporio di fanfaluche.

 

 Le fanfaluche mi evocano un ibrido fantasioso di lepidottero, una specie di farfalla su cui sia stata innestata una talea di libellula.

 

Perché scegliere proprio una libellula in funzione di marza, quando nel sostantivo fanfaluca, o almeno nella sua immagine esteriore, si sente sì l’attrazione gravitazionale  fanfa[luca] – farfa[lla] ma non vi è quasi traccia di un’affinità sonora, se non nel breve tratto fonetico lulaluca , con libellula?

 Pensa, ho fatto una scoperta del cazzo.

Ricercando or ora sul dizionario fanfaluca, mi sono ricordato, riguardando l’etimologia, d’aver in passato dato una scorsa a quel medesimo vocabolo. Se a livello conscio, prima della nuova ricerca, non mi sarei sovvenuto dell’etimo della parola neppure s’ cervellandomi per una settimana (la grafia di s’ cervellarsi è un regalo di Meneghello (libera nos a Malo) – lui la usa ad esempio per mas’ cio [maschio in dialetto vicentino] – e mi consente di operare una sorta di iato nel digramma, così da pronunciare separatamente la / s / e la / c / dolce; tempo fa, rimembri ancora? lo scervellarsi fu uno degli argomenti di una nostra telefonata)

 

[dal lat. mediev. famfaluca, che è dal gr. πομϕόλυξ -υγος «bolla d’aria»]

 (fonte: Treccani.it)

 

risulta invece abbastanza chiaro, ed è questo il motivo d’interesse della scoperta, che l’inconscio aveva registrato e trattenuto l’informazione, non solo “avvisando” la mia parte consapevole che quella cosa non mi giungeva nuova ma che anzi l’avevo già letta in passato, ma, fatto mirabile, addirittura riverberando la bolla d’aria nella libellula:

 

bolla – bell(u)la;

  

e dunque senza necessità alcuna di smascherarsi “avvertendo” il conscio, ma conservando le peculiarità di processo che agisce sotto la soglia della coscienza.

Ecco, mi è venuto in mente che il mio nuovo blog dovrebbe essere pieno di fanfaluche così.

 

giugno 19, 2009 / Climacter

Eclampsia

Arrivò perciò l’ecpirosi, che non fu un big crunch
né una palingenesi, non fu una palinodia dettata
da dio nello stile dell’apostasia al profeta
Abramo, mai mossosi da Ur dei Caldei,
dotato d’armoniosa grafia;
arrivò e fu
poco più di un refolo, refluo,
che si liberi da ogni punto del vuoto geometrico
praticato dentro di noi

giugno 9, 2009 / Climacter

se un giorno le loro schiene dovessero urtarsi, sarà perché Callipige lo tiene in una tale considerazione da pedinarlo all’inverso, sarà perché la repulsione tra poli opposti avrà coinvolto i loro vecchi abbracci, il rizzarsi di capezzoli, bulbi piliferi e via discorrendo con le cariche elettriche migrate ognuna sul davanti, smagnetizzando il retro, non più introversi né estroversi quelli che furono amanti e per un breve tratto di strada (comune) amici ora li ritroveremo retroversi, né varrà la pena, spingendo, torcendo e così via girarli per vederli arretrare come speciali statue innestate su cremagliere scagliandosi improperi quasi facenti parte dei rispettivi campi magnetici, improperi viranti verso il rosso per effetto doppler e non per l’attivarsi di luminarie erotiche formanti binari sospesi a mezzaria finché il mondo non avrà più posto per farsi percorrere in tondo e per quella specie di stalking inverso, vedi note, le loro schiene urtarsi dovranno.

NOTE

pedinare all’inverso significa tra le altre cose ribellarsi al guinzaglio ma non al padrone

chi sia il padrone è da stabilirsi secondo scienzacoscienza: la categoria cui pertiene il guinzaglio è quella dei vincoli. Non è tuttavia sufficiente, neppure come similitudine, appurare la maggiore o minore distanza del nodo scorsoio rispetto all’una o all’altra delle estremità del capestro per affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che esso sia inteso a stringere -con forza proporzionale alla trazione esercitata che, essendo di tipo gravitazionale non varia col variare del peso dell’impiccato (vd scienza)- il collo di quest’ultimo e non il braccio della forca.

la categoria cui pertiene il capestro è quella dei vincoli.

ci sono vincoli che non possono essere spezzati: li chiameremo vincoli di sangue. Non vanno confusi neppure in sede di ipotesi con i legami di sangue

è opportuno separare inoltre la categoria delle pastoie da quella dei vincoli di sangue, ove non intervenga un elemento esterno alla definizione generale che renda inservibile la distinzione

la pastoia va intesa come un impedimento che si configuri come funzionale all’ottenimento di una coazione dal carattere temporaneo e reversibile

in caso di stalking sarà compito dell’accusa il dimostrare che il soggetto persecutore abbia violato la libertà del soggetto paziente operando su di un vincolo e non su di una pastoia. Chi sia il soggetto paziente è da stabilirsi secondo scienza e coscienza. Il reato di stalking inverso è ravvisabile nella fattispecie in cui paziente e padrone siano la stessa persona o persone diverse ma sovrapponibili secondo analisi funzionale e comportamentale.

la coscienza è attualità pura e appurata. La coscienza resta al di sotto di quanto è virtualmente appurabile, ne è un presupposto indimostrato. La scienza del mondo è scienza di ciò che accade.

NOTE

chi è padrone di chi?

è padrone chi esige? Come può esigere chi è in posizione tale da subire la volontà altrui? Padrone non sarà dunque chi la volontà impone? Quale delle due volontà poteva dirsi forte abbastanza da imporsi sull’altra? La volontà non accade. L’avvenimento, l’evento, l’accadimento non rendono manifesti che se stessi. La volontà è un’ipotesi indimostrabile. Esiste fintanto che viene nominata, è nominata fintanto che resiste il principio di assegnare cause ad effetti.

Non lo vedi che la catena della causalità ti condurrà sempre a cercare in un noumeno inconoscibile, esterno all’esperienza perché sottratto alle forme della stessa, escluso dallo spazio come dal tempo, il sostegno ontologico di un fenomeno altrimenti illusorio nella rincorsa disperata al proprio essere frustrata dal divenire che è un balzo nella discontinuità, nella negatività del discreto, nella discrepanza del discreto, nel non essere del presente? 

l’oggetto pedina la propria essenza, è allo pseudosartre di questa massima che intendevi portarmi col tuo stalking inverso?

 

maggio 4, 2009 / Climacter

Improvvisazione in si bemolle maggiore

Le tube di Fallopio (con due /p/ ) possono anche dirsi trombe uterine mentre le trombe di Eustachio sono altresì chiamate tube uditive. Questo ingenera un’oggettiva confusione. L’oggettiva confusione potrebbe essere risolta impiegando la categoria più generale degli ottoni, che però diedero un gran numero di sovrani al Sacro Romano Impero, aggiungendo confusione a confusione. Risalendo ancora di categoria, troviamo i fiati, che malauguratamente suonano come iati e meati di cui è ricco il corpo. Un corpo ricco di iati e meati non è detto però che sia sano. Lo iato ricorda la dieresi e se uno ha la dieresi o è un Goethe oppure è semplicemente un povero diavolo che ha pagato un gastroenterologo dalla grafia quasi incomprensibile per una diagnosi che chiunque avrebbe saputo dare. Il tunnel carpale, non scostandosi molto dalla definizione di meato, è dal canto suo un’altra delle testimonianze di quanto riportato più sopra. Un corpo ricco ma non necessariamente sano è potenziale ricettacolo di confusione in quanto disordine. Continuando a scartabellare nella direzione che dal particolare conduce all’universale, dal nome all’iperonimo, troviamo che i fiati sono strumenti musicali inquadrabili nell’orchestra. Orchestra è categoria troppo generica, tanto più che né Fallopio con due /p/ né Bartolomeo Eustachi furono direttori, compositori o esecutori. Ebbero i loro cazzo di strumenti, è vero, ma dubito che fossero musicali. Essi furono anatomisti. Il tomismo è la corrente filosofica nata per opera di Tommaso d’Aquino e dei suoi seguaci. Tommaso e il tomismo ebbero feraci oppositori. Mi sembra strano che non fossero anatomisti. E’ anche vero che gli anabattisti non sono relazionabili a Battisti. Tommaso fu in odore sia di santità che di eresia: prevalse la santità, ma non in lui, bensì in chi lo giudicò santo. E’ buffo, a pensarci bene, questo essere in odore. E’ buffo anche essere santo per opera di un tribunale e non per opera propria. Ancora lontano era del resto il dibattito sull’efficacia delle opere di matrice luterano-calvinista. Essere inodore è come essere incolore o impalpabile. Nemmeno Lycia Persona è perfettamene inodore. Tu che usi lycia persona, perché pretendi di essere inodore se neppure lycia persona è inodore?

(così, solo per dire che il blog non è morto)

aprile 9, 2009 / Climacter

L’ultima apologia di Climacus (la prima di Carlo)

E’ sempre strano per me sentirmi chiamare Carlo. Persino quando mi scrivono, devo trattenermi dal lanciare un’occhiata sopra la spalla per assicurarmi che non stiano cercando qualcuno che mi sta dietro. E poi non è detto che quel qualcuno non si nasconda all’ombra dell’altra spalla, al di sopra della quale non getto mai lo sguardo perché là il collo è più rigido, la testa meno mobile. Forse ho un principio di gobba. O di gotta.

Ci sono punti in cui la testa è friabile. La nuca frana, sdruciolano le meningi, l’una sull’altra. Poi è il soffitto a volta dei ventricoli a cedere. Una macchina emunge lungo una cannula che passa per la spina dorsale, su fino al tronco encefalico: il ponte di Varolio si sgretola e non ci vuole molto perché crolli la cupola e dall’alto si noti l’imbuto dalle ripe che si allargano scivolando nell’aspiratore con un sibilo di risucchio.

Gli ultimi ad andarsene con un suono molliccio sono i bulbi oculari: ciò che è turgido finisce sempre col fare un rumore flaccido.

Già gli avevo dato un nome. Con chi mi scuserò d’averlo abortito?

aprile 2, 2009 / Climacter

Misure anti-stalking (post in divenire)

se un giorno le loro schiene dovessero urtarsi, sarà perché lo tiene in una tale considerazione da pedinarlo all’inverso

NOTE

pedinare all’inverso significa ribellarsi al guinzaglio ma non al padrone

chi sia il padrone è da stabilirsi secondo scienzacoscienza: la categoria cui pertiene il guinzaglio è quella dei vincoli. Non è tuttavia sufficiente, neppure come similitudine, appurare la maggiore o minore distanza del nodo scorsoio rispetto all’una o all’altra delle estremità del capestro per affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che esso sia inteso a stringere -con forza proporzionale alla trazione esercitata che, essendo di tipo gravitazionale non varia col variare del peso dell’impiccato (vd scienza)- il collo di quest’ultimo e non il braccio della forca.

la categoria cui pertiene il capestro è quella dei vincoli.

ci sono vincoli che non possono essere spezzati: li chiameremo vincoli di sangue. Non vanno confusi neppure in sede di ipotesi con i legami di sangue

è opportuno separare inoltre la categoria delle pastoie da quella dei vincoli di sangue, ove non intervenga un elemento esterno alla definizione generale che renda inservibile la distinzione

la pastoia va intesa come un impedimento che si configuri come funzionale all’ottenimento di una coazione dal carattere temporaneo e reversibile

in caso di stalking sarà compito dell’accusa il dimostrare che il soggetto persecutore abbia violato la libertà del soggetto paziente operando su di un vincolo e non su di una pastoia. Chi sia il soggetto paziente è da stabilirsi secondo scienza e coscienza. Il reato di stalking inverso è ravvisabile nella fattispecie in cui paziente e padrone siano la stessa persona o persone diverse ma sovrapponibili secondo analisi funzionale e comportamentale.

la coscienza è attualità pura e appurata. La coscienza resta al di sotto di quanto è virtualmente appurabile, ne è un presupposto indimostrato. La scienza del mondo è scienza di ciò che accade.

NOTE

chi è padrone di chi?

è padrone chi esige? Come può esigere chi è in posizione tale da subire la volontà altrui? Non è padrone chi la volontà impone? Quale delle due volontà poteva dirsi forte abbastanza da imporsi sull’altra? La volontà non accade. L’avvenimento, l’evento, l’accadimento non rendono manifesti che se stessi. La volontà è un’ipotesi indimostrabile. Esiste fintanto che viene nominata, è nominata fintanto che resiste il principio di assegnare cause ad effetti.

Non lo vedi che la catena della causalità ti condurrà sempre a cercare in un noumeno inconoscibile, esterno all’esperienza perché sottratto alle forme dell’esperienza, escluso dallo spazio come dal tempo, il sostegno ontologico di un fenomeno altrimenti illusorio nella rincorsa disperata al proprio essere frustrata dal quel suo divenire che è un balzo nella discontinuità, nella negatività del discreto, nella discrepanza del discreto, nel non essere del presente? 

l’oggetto pedina la propria essenza, è allo pseudosartre di questa massima che intendevi portarmi col tuo stalking inverso?

 

 

marzo 7, 2009 / Climacter

Borotalco

Il rumore acido di jazz fusion alla Scott Henderson, il penultimo Henderson, o ultimo che sia non importa, in trio, nella stanza di Rose, dove dominano le superfici in formica (non che il trio di Henderson sia presente fisicamente nella stanza di Rose, ma va detto però che quando George è lì pare consustanziarsi, per suo tramite, alle pareti) armonizza con l’amplesso che si bilancia e pesca il baricentro in un blues voracemente lento, come la donna che si accoccola sulla canna della bici e non cade perché pedala forte, George, ma non appena comincia una salita per Pantanì e lui strafoga, giusto per ricordare che l’affogare non è abbastanza, è il pant pant del fumettaro che si sbriciola, è extra-affogare; giusto per ricordare che l’aria è cibo, che il cuore è immerso in un intingolo, un pugno unto da carne di maiale cotta in barili di burro, la digestione una gran fitta nel bianco dello sfintere contratto, quel bianco d’uovo sodo che è l’infarto dell’ano da cui si dipartono tutti gli infarti tipo, lo sapete, le strade del proverbio che portano a Roma, l’ano infartuato, che ridere! che ridere, donna tampone uretrale, donna borotalco, mai isterica se non quando è lì lì per cadere dalla punta della bandiera issata; ma non appena lui non spingerà più sui pedali e le forcelle porteranno segni di contusioni e traumi da torsione, -oh George!- lei dovrà stendergli le braccia intorno al collo, allora, coi piedi piantati in terra, George il Seducultore le alliscerà le concavità ascellari appena sdrucite, da cui uscirà col naso incipriato, che ridere, donna borotalco, fargli l’effetto della coca, e Scott Henderson spetezzerà quei sei-sette bending col tiro hendrixiano, quasi ma quasi con l’intenzione di bucarli entrambi, quasi drammatici come i tre iniziali bending di red house, drammatici come il Riccardo III di Shakespeare, drammatico nel senso della giovinezza di Ivan primo Czar di tutte le Russie e di tutte le terribili giovinezze… ma basta cincischiare,

dice Rose: -oh my gold- (propriò così, sic et simpliciter, e lo dice a George il Seducultore, che ama invece rivolgersi alle donne borotalco con frasi come 

-facciamo che io dormo e tu mi vegli- [proprio così, vegli, e non svegli, come crederebbe volentieri chi vede in George un bifolco australe])

-Oh my gold, oh my gawd, questo cazzo è un dono, all’incirca quanto l’intelligenza…- Ma George, che ancora mellifluo si attarda sull’onda di piena di cui pescava poc’anzi il baricentro, non è stupido al punto da non intuire il seguito della frase inciampato e mai più risollevatosi nella strozza di Rose, qualcosa come  ”… l’intelligenza che in voi difetta” noi presumiamo. Siamo bravi a desumere, quando per esempio ci figuriamo che, col sorriso aperto in una mano che batte un cinquefratello, quelli come George non si berranno neppure un goccio della nostra condiscendenza. Desumiamo dai loro sguardi un surplus di gratitudine, surplus che quelli come noi sorbiranno giulivi in vece di integratori vitaminici. George replica, tenendo il suo gran dono in mano e a lui rivolgendosi, più che a Rose, nonostante l’ondeggiamento del glande, il pigolio della sua boccuccia, ci spinga a ipotizzare che George stia addirittura per fare il ventriloquo, ipotesi scartata perché è tipicamente caucasico affibbiare caratteristiche antropomorfe, il pupazzo del ventriloquo per intenderci, a un cazzo africanus, quasi seguendo a istinto un principio antropico formulato nei cessi degli autogrill:

 -è me che devi ringraziare, lui infatti mi ha chiesto un passaggio per venirti a far visita e, dato che è senza patente, io l’ho accompagnato. Felice che la sua visita ti abbia… uhm… instillato allegria. Ora però è tardi, c’è il coprifuoco, vero piccolo? Vedi come annuisce? Meglio rincasare.-

E sembra tutto finito. Ma Rose, donna borotalco, è solo ingenua, non cattiva. Ha fatto male George a risentirsi per quella frase mai inciampata in una strozza. Quella sull’intelligenza è stata una mia e vostra supposizione; una supposizione davvero razzista se non fosse stato lo stesso George, che è orgoglioso, a farla. Ma noi siamo capaci di supporre orgoglio in un negro?

 Dice lei suadente, con voce vellutata, e assoluta franchezza: -Non puoi lasciarlo qui un altro po’ e andartene da solo? Se è per la patente, a casa ce lo riporto io in macchina.- Ed è in quel momento che, finalmente, in Rose, Marilyn ci appare.

 

Da canfora soap