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novembre 4, 2011 / Climacter

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge

L‟angoscia che un piccolo filo di lana che sbuca dall‟orlo della coperta sia duro, duro e aguzzo come un ago d‟acciaio; l‟angoscia che questo bottoncino della mia camicia da notte sia più grosso della mia testa, grosso e pesante; l‟angoscia che questa briciola di pane, che ora cade dal mio letto, divenga di vetro e vada in frantumi, e il pensiero opprimente che con questo si infranga tutto, tutto per sempre; l‟angoscia che questo lembo di busta stracciata sia qualcosa di proibito che nessuno deve vedere, qualcosa di indicibilmente prezioso, per cui non vi è nella camera un posto abbastanza sicuro; l‟angoscia di inghiottire, mentre mi addormento, il pezzo di carbone che sta davanti alla stufa; l‟angoscia che qualsiasi numero cominci a crescere nel mio cervello, fino a non trovar più spazio in me; l‟angoscia che io stia giacendo sul granito, granito grigio; l‟angoscia che io possa gridare e che si raduni gente dinanzi alla porta e che alla fine l‟abbattano, l‟angoscia che io possa tradirmi e dire tutto ciò che temo, e l‟angoscia che io non riesca a dire nulla, poiché tutto è indicibile, e le altre angosce… le angosce.

Ma anch‟io divenivo eccitatissimo quando le trine apparivano. Erano avvolte intorno a un rocchetto di legno che sotto le trine non si riusciva a vedere. E adesso le svolgevamo lentamente e guardavamo i disegni che si succedevano, e trasalivamo un poco ogni volta che una finiva. Cessavano così d‟improvviso.

Venivano dapprima bordure di lavoro italiano, pezzi tenaci a fili tirati, in cui tutto tornava sempre a ripetersi, come in un giardino di contadini. Poi, d‟un tratto, una lunga fila di nostri sguardi era graticciata di trine veneziane ad ago, come se noi fossimo chiostri o prigioni. Ma tornavamo liberi, e si guardava lontano, in giardini sempre più artificiali, finché tutto era fitto e tiepido negli occhi come in una serra: piante sontuose che non conoscevamo spalancavano enormi foglie, viticci si sorreggevano l‟un l‟altro come colti dalla vertigine, e i grandi fiori aperti dei points d‟Alençon annuvolavano tutto con il loro polline. Subito, stanchissimi e confusi, si usciva sulla lunga via dei Valenciennes, ed era inverno e mattina presto e brina. E ci si spingeva attraverso i cespugli innevati dei Binche e si giungeva in luoghi ove ancora nessuno era stato; i rami si piegavano all‟ingiù in modo così strano, sotto ci poteva ben essere una tomba, ma noi ce lo nascondevamo a vicenda. Il freddo ci stringeva sempre più dappresso, e alla fine, quando giungevano le piccole, finissime trine al tombolo, Maman diceva: «Oh, adesso ci verranno i fiori di ghiaccio agli occhi,» ed era proprio così, perché faceva molto caldo in noi.

Al momento di riarrotolare sospiravamo ambedue, era un lavoro lungo, ma non volevamo lasciarlo a nessuno.

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