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febbraio 12, 2012 / Climacter

Honoré de Balzac, le Illusioni Perdute

A quell’epoca le Galeries de Bois costituivano una delle più famose curiosità parigine. Non sarà inutile descrivere questo ignobile bazar, perché durante trentasei anni ha avuto nella vita parigina un ruolo così grande che sono pochi gli uomini sulla quarantina ai quali questa descrizione, incredibile per i giovani, non faccia ancora piacere. Al posto della fredda, alta e ampia galleria Orléans, specie di serra senza fiori, c’erano allora delle baracche o, per essere più precisi, dei casotti di legno assai mal ricoperti, piccoli, malamente illuminati, dalla parte del cortile e del giardino, da certe aperture chiamate invetriate ma che rassomigliavano alle più luride finestrelle delle osterie fuori di porta. Una triplice fila di botteghe formava due gallerie alte circa dodici piedi. Le botteghe della fila di mezzo davano su entrambe le gallerie, da cui prendevano aria, un’aria mefitica, e dalla cui copertura ricevevano la poca luce che riusciva a filtrare attraverso i vetri sempre sporchi. Questi alveoli avevano raggiunto un tale prezzo, a causa dell’affluenza del pubblico, che, malgrado la loro angustia, – alcuni erano larghi appena sei piedi e lunghi da otto a dieci -, l’affitto arrivava a mille scudi. Le botteghe che prendevano luce dal giardino e dal cortile erano protette da piccoli graticciati verdi, forse per impedire alla folla di demolire con il continuo passaggio le pareti di malta che formavano il retro dei negozi. Ne risultava così uno spazio di due o tre piedi in cui vegetavano i prodotti più bizzarri di una botanica sconosciuta alla scienza, mescolati a quelli di diverse industrie non meno fiorenti. Fogliacci di scarto dei libri ricoprivano un rosaio, di modo che i fiori della retorica erano profumati dai fiori abortiti di quel giardino malcurato, ma fetidamente innaffiato. Nastri d’ogni colore e annunci librari fiorivano in mezzo al fogliame. Ritagli di modisteria soffocavano la vegetazione: su un ciuffo di verdura trovavate un nodo di nastri, e sareste stati tratti in inganno circa il fiore che avevate ammirato, scorgendo una cocca di satin che sembrava una dalia. Dalla parte del cortile come da quella del giardino, l’aspetto di quel palazzo fantastico offriva un bizzarro campionario della bruttezza parigina: intonacature scolorite, stuccature rifatte, vecchie pitture, insegne fantastiche. Infine, il pubblico parigino insudiciava i graticciati verdi sia dalla parte del giardino sia da quella del cortile. Così dalle due parti un recinto infame e nauseabondo sembrava impedire l’accesso alle gallerie alle persone delicate; ma le persone delicate non indietreggiavano davanti a quelle orribili cose più di quanto i principi dei racconti di fate non indietreggino davanti ai draghi e agli ostacoli frapposti da un genio cattivo fra loro e le principesse. Quelle gallerie erano, come lo sono oggi, percorse nel mezzo da un passaggio, e come oggi vi si entrava ancora per i due peristili cominciati prima della Rivoluzione e lasciati a mezzo per mancanza di denaro. La bella galleria di pietra che porta al Théâtre-Français formava allora un passaggio stretto, di un’altezza smisurata e così mal ricoperto che spesso vi pioveva dentro. Veniva chiamata la Galerie-Vitrée, per distinguerla dalle Galeries de Bois. Le coperture di quei bugigattoli erano del resto tutte in così cattivo stato che la casa d’Orléans fu in causa con un famoso commerciante di cachemire e di stoffe il quale, in una nottata, ebbe le sue merci avariate per una somma considerevole. Il commerciante vinse la causa. In qualche punto, la copertura era costituita da una tela doppia incatramata. Il piancito della Galerie-Vitrée, dove Chevet cominciò la sua fortuna, e quello delle Galeries de Bois erano costituiti dal suolo naturale di Parigi aumentato dal suolo artificiale portatovi dalle scarpe e dagli stivali dei passanti. In ogni stagione, i piedi urtavano contro montagne e vallate di fango indurito, continuamente scopate dai mercanti e che esigevano dagli inesperti una certa abitudine per potervi camminare sopra.

Questo sinistro ammasso di fango, queste vetrate rese opache dalla pioggia e dalla polvere, quei casotti bassi e coperti di stracci, la bruttezza delle mura incominciate e lasciate a mezzo, quell’accozzaglia di cose che aveva un po’ dell’accampamento di zingari, un po’ dei baracconi da fiera, un po’ delle costruzioni provvisorie con le quali a Parigi si circondano i monumenti che non si costruiscono, quell’aspetto sgangherato, si adattavano mirabilmente ai di versi commerci che pullulavano sotto quel capannone impudico, sfrontato, risonante di voci e di una folle allegria, dove, dopo la Rivoluzione del 1789 fino alla Rivoluzione del 1830, si sono fatti grandissimi affari. Per venti anni la Borsa ha avuto sede lì di fronte, al piano rialzato del palazzo. Così l’opinione pubblica e le reputazioni si facevano e si disfacevano colà, insieme con gli affari politici e con quelli finanziari. Ci si dava appuntamento in quelle gallerie prima e dopo la Borsa. La Parigi dei banchieri e dei commercianti affollava spesso il cortile del Palais-Royal e si riparava sotto le gallerie quando pioveva. Per la sua stessa struttura quell’edificio, sorto in quel luogo non si sa come, risultava stranamente sonoro. Le risate vi rimbombavano. Non scoppiava una lite a un capo delle gallerie che subito non si sapesse all’altro capo di che si trattava. Là c’erano solo dei librai, della poesia, della politica e della prosa, dei negozianti di mode e infine delle prostitute che venivano solamente di sera. Là fiorivano le notizie e i libri, le giovani e le vecchie glorie, gli intrighi dei politicanti e le menzogne della stampa. Là si vendevano le novità al pubblico che si ostinava a comprarle solamente là. Là in una sola sera venivano vendute parecchie migliaia del tale o del talaltro pamphlet di Paul-Louis Courier o delle Avventure della figlia d’un re, il primo colpo sparato dalla casa d’Orléans contro la Carta di Luigi XVIII. All’epoca in cui vi comparve Luciano alcuni negozi avevano facciate e vetrine assai eleganti; ma quei negozi appartenevano alle file che davano sul giardino o sul cortile. Fino al giorno in cui quella strana colonia scomparve sotto il piccone dell’architetto Fontaine, le botteghe situate fra le due gallerie erano completamente aperte, sostenute solo da pilastri, come le baracche delle fiere di paese, e l’occhio spaziava sulle due gallerie attraverso le mercanzie o le porte a vetri. Poiché era impossibile riscaldare quegli ambienti, i commercianti si servivano soltanto di bracieri e facevano essi stessi da vigili del fuoco perché un’imprudenza poteva mandare in fiamme in un quarto d’ora quella repubblica di legname seccato dal sole e già quasi infiammato dalla prostituzione, stipato di garza, di mussola, di carta e qualche volta ventilato da correnti d’aria. I negozi delle modiste erano pieni di cappelli inconcepibili, che sembravano essere là non tanto per la vendita quanto per la mostra e che pavesavano le gallerie con i loro mille colori, appesi, come erano, a centinaia di sostegni di ferro. Per venti anni tutti i passanti si sono domandati su quali teste quei cappelli polverosi terminassero la loro carriera. Le lavoranti, generalmente brutte ma sveglie, abbordavano le donne con parole insinuanti, secondo l’abitudine e con il linguaggio delle Halles. Una lavorante, la cui lingua era sciolta quanto gli occhi erano svegli, se ne stava su uno sgabello e apostrofava i passanti: «Volete comprare un bel cappello signora? Posso vendervi qualche cosa, signore?» Il loro vocabolario fecondo e pittoresco era arricchito dalle inflessioni di voce, dagli sguardi e dalle critiche che esprimevano sui passanti. I librai e i negozianti di mode vivevano in buona armonia. Nel passaggio chiamato fastosamente la Galerie-Vitrée avevano sede i commerci più singolari. Là si accampavano i ventriloqui, i ciarlatani di ogni specie e gli spettacoli in cui non si vede niente e quelli in cui vi si fa vedere il mondo intero. Là si stabilì per la prima volta un uomo che ha guadagnato sette o ottocentomila franchi lavorando nelle fiere. Aveva per insegna un sole che girava in un quadro nero intorno al quale spiccavano queste parole scritte in rosso: Qui l’uomo vede quello che Dio non saprebbe vedere. Prezzo: due soldi. L’imbonitore non faceva mai entrare una persona sola né faceva mai entrare più di due persone. Una volta dentro, vi trovavate di faccia a un grande specchio. Di colpo una voce, che avrebbe spaventato Hoffmann il Berlinese cominciava a parlare come un meccanismo di cui si faccia scattare la molla: «Voi vedete, signori, quello che in tutta l’eternità Dio non saprebbe vedere, cioè a dire il vostro simile. Dio non ha il suo simile!» E voi ve ne andavate tutto confuso senza osare di confessare la vostra stupidità. Da tutte le porticine uscivano voci simili che vi offrivano dei Cosmorama, delle vedute di Costantinopoli, degli spettacoli di marionette, degli automi che giocavano a scacchi, dei cani che distinguevano la donna più bella fra le presenti. Il ventriloquo Fitz-James è diventato celebre là, nel caffè Borel, prima di andare a morire a Montmartre insieme agli allievi del Politecnico. C’erano delle fruttivendole, delle fioraie, un famoso sarto, le cui passamanerie per uniformi splendevano, la sera, come tanti soli. In mattinata, fino alle due del pomeriggio, le Galeries de Bois rimanevano mute, cupe e deserte. I commercianti chiacchieravano come a casa loro. L’afflusso della popolazione parigina cominciava verso le tre, all’ora della Borsa. Con l’affluire della folla, le botteghe dei librai diventavano delle sale di lettura gratuite per i giovani affamati di letteratura e privi di denaro. I commessi, incaricati di sorvegliare i libri esposti, lasciavano caritatevolmente che i poveretti sfogliassero le pagine. Quando si trattava di un volume in dodicesimo di duecento pagine, come Smarra, Peter Schlémihl, Jean Sbogar, Jocko, lo si poteva divorare in due sedute. A quei tempi i gabinetti di lettura non esistevano ancora e per leggere un libro bisognava acquistarlo; perciò i romanzi avevano allora tirature che sembrerebbero favolose al giorno d’oggi. C’era un non so che di tipicamente francese in questa elemosina fatta all’intelligenza giovane, avida e povera. La poesia di quel terribile bazar esplodeva verso la fine della giornata. Nelle strade adiacenti c’era un va e vieni di ragazze che potevano passeggiare impunemente in quel luogo. Da tutti i punti di Parigi, le prostitute si recavano a fare il Palais. Le Galeries-de-Pierre appartenevano a delle case privilegiate che pagavano il diritto di esporre delle creature vestite come principesse, fra questa e quell’arcata e nel posto corrispondente sul giardino; mentre le Galeries-de-Bois erano per la prostituzione un terreno pubblico, il Palais per eccellenza, parola che significava allora il tempio della prostituzione. Una donna poteva venirci e uscirne accompagnata dalla sua preda che portava dove meglio le pareva.

Queste donne attiravano dunque la sera alle Galeries-de Bois una folla così considerevole che vi si camminava al passo, come a una processione o a un ballo mascherato. Questa lentezza non disturbava nessuno, anzi facilitava l’esame. Le donne vestivano in un modo che non usa più; le scollature profonde fino alla metà della schiena e molto basse anche davanti; le bizzarre pettinature inventate per attirare gli sguardi: questa alla paesana, quella alla spagnola; una tutta arricciata come un barboncino, l’altra con i bandeaux lisci; le gambe inguainate nelle calze bianche ed esibite non si sa come, ma sempre a proposito: tutta questa infame poesia è ormai perduta. La licenza delle domande e delle risposte, quel cinismo pubblico in armonia con il luogo, non si ritrovano più né al ballo mascherato né ai balli così famosi che si danno oggi. Era orribile e allegro. La carne abbagliante delle spalle e dei seni risaltava in mezzo ai vestiti degli uomini, che erano quasi sempre scuri, e produceva magnifici contrasti. Il rumore delle voci, il trepestio dei passanti, producevano una sorta di brontolio che si sentiva fino in mezzo al giardino, come un suono basso continuo punteggiato dagli scoppi di risa delle donne o dalle grida di qualche raro litigio. Le persone per bene, gli uomini più importanti, vi si trovavano a gomito a gomito con ceffi patibolari. Quella mostruosa assemblea aveva un non so che di piccante, gli uomini più insensibili rimanevano colpiti. Così tutta Parigi è accorsa in quel luogo fino all’ultimo momento; ha continuato a passeggiare sui tavolati che l’architetto aveva gettato al di sopra delle cantine mentre vi si costruiva. Un rimpianto generale e unanime ha accompagnato la demolizione di quelle ignobili baracche di legno.

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