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gennaio 29, 2011 / Climacter

METAFICTION!


 “if Realism called it like it saw it, Metafiction simply called it as it saw itself  seeing it”
                                                                                             David Foster Wallace

 

 

– Lei mi parla, se non ho capito male, di un libro mal conservato, con ampie lacune, un tascabile pubblicato abbastanza di recente da una casa editrice che si pregia di utilizzare carta riciclata, ritenendo che dovrebbe interessare a un bibliofilo antiquario come me. Se non sapessi che lei è una persona fidata, penserei che mi stia prendendo in giro. Perché dovrebbe interessarmi il suo pezzo?

 
 
 
– Racconta che depresso com’era e incapace di spiegare in cosa consistesse precisamente, quali pecularità avesse, di che si cibasse, che materia intaccasse la condizione sua di depresso – piuttosto un cambiamento di status che una condizione passiva, un oggetto di studio della Dinamica piuttosto che della Statica Sociale, un balzo in una diversa posizione all’interno di un Campo di Forza, come contratta per una avveduta ma sciaguratissima politica di relazioni intrattenute in vista del passo decisivo, il più prosaico dei passi decisivi, un matrimonio d’interesse, viste le attenzioni che il depresso, racconta, è poi costretto a ricevere, paragonabili alle visite di un parentado impaziente di saggiare l’acquisto nuovo con domande a fior di labbra che, se uscissero senza perifrasi,
scatenerebbero querele – sarà capace lo sposo d’integrarsi nella famiglia? è un uomo probo? è onesto solo perché tutti o quasi sono bravi a fare gli onesti quando posseggono giusto quel poco che basta per riprodurre la propria forza-lavoro? saprà provvedere ai bisogni della sposa? – le quali attenzioni non sarebbero da intendersi dunque come parto d’affettuosa premura, bensì conseguenza di una curiosità pedantesca di chi indaga come a voler ricusare il fatto di non poter esercitare affatto una curiosità professionale, psichiatrica, cioè a dire il polpettone stopposo che sempre, ovunque ci sia un malato, si tenterà di fargli passare per il gozzo, quell’arrosto ripieno di melensaggini e interrogante preoccupazione condita di saggezza occasionalmente raccolta da fonti carismatiche ma dubbie e tuttavia tanto caritatevole quanto autoindulgente del profano che, racconta, al pari di lui, racconta, sebbene in misura minore, è allibito, atterrito dall’impossibilità di spiegarsi in che cosa consista precisamente la condizione-status di depresso, che razza di tarlo sia quella minaccia risibile eppure solenne, così la immagina il depresso, e calcinata come un’intera Dresda dopo mille ore di bombardamenti, che rode senza provocare né rumore né dolore ma una sensazione diffusa non solo per il corpo bensì per tutto l’ambiente circostante di mancanza, una prossemica della mancanza!… una patina in espansione di privazioni intime fattesi corporee che si distenda liquida partendo da un nucleo pesante su cui soffino da tutte le direzioni vènti arroventati senza tregua né pace come spiriti di mort’ ammazzati; racconta dell’incapacità di rompere la campana di vetro dei silenzi, dell’imbarazzo e della vergogna di provare imbarazzo dei propri silenzi,  nonostante che gli venisse chiesto con insistenza, come si fa coi bambini e come fanno i bambini stessi crivellandoti di quei perché che, racconta, ti sospingeranno necessariamente nell’eremo della tautologia a fare i conti con il dio fallimento, di spiegare ciò che provava, di definire ciò che gli pareva di perdere all’urgere della mancanza, cosa che lo affliggeva non poco, perché, in verità, tutto ciò che lo circondava o che lui circondava capiendosene era un mezzo col quale affliggersi e l’afflizione stessa, scritta così com’è, afflizione, ora, in questo momento, perché lui ha già compiuto quel salto temporale decisivo per riconoscere di essere uscito dalla campana di vetro, perché dinanzi a noi, proprio ora e qui, si para l’uomo consapevole di essersi redento, di aver scontato l’umiliazione dei perché irrisolvibili e di corrispondere perciò a un essere ritrovato, l’afflizione lo rende [rendeva] insicuro e nuovamente fragile, potente ed espressiva anche e solo come presenza scenica, l’afflizione, nella fisicità mediata dal codice scrittura e dal linguaggio parlato, con quella triade di consonanti così strana a vedersi, quasi aliena nella forma e coriacea alla pronuncia, refrattaria, vicina all’improponibilità – FFL – da sembrare un memento temibile, il distintivo, il simbolo apotropaico del guardiano posto a difesa del tempio e perciò stesso inguardabile, inavvicinabile; depresso com’era e afflitto e cocciutamente concentrato sull’incomunicabilità di pensieri di una apparente semplicità adamantina che vociavano e complottavano dentro di lui per essere espressi, una domenica, racconta, ora che non è più taciturno ma che ha anzi milioni di cose da dire talché, se interrogato, saprebbe senz’altro dirle (twitter e facebook pongono sempre il medesimo quesito – a che pensi? che stai facendo? -, ecco perché davanti al monitor gli viene la faccia di merda inespressiva di chi non sa formarsi un’opinione neppure sulla penuria delle proprie opinioni e non gli riesce mai di scrivere un cazzo!) gli venne proposta, a lui e alla fidanzata Claudia, una gita in un posto verde e tranquillo e sorridente come se, racconta con un ghigno sarcastico (negli occhi, però, un guazzabuglio di mestizia e terrore, egli specifica subito dopo), un luogo possa essere animato da buone intenzioni per il solo fatto di apparire viride-ridente. Racconta che lui avrebbe rifiutato se solo avesse potuto, ma poiché rifiutare implica una fermezza di spirito che è da sadici pretendere in uno spirito, il suo, che tremava tutto, essendo questo suo spirito l’equivalente spirituale di un vecchio demente buttato a marcire in un istituto detentivo per malati d’Alzheimer, ma qui ci si dilunga troppo (a giudizio di lui in quanto lettore) a cercare di mostrare l’oggetto che in natura o nel campo delle opere umane vibri di un tremore simile a quello comunicato alle membra dall’iperestesia dello spirito, si lasciò tradurre dove gli altri, con la loro curiosità sedicente professionale, ritenevano che gli avrebbe giovato andare, ma che la scampagnata si risolse infine in un disastro. Racconta infatti che l’unica attività che continuava a riuscirgli era il sesso, Claudia glielo confermava, ma che nelle due settimane successive alla gita anche quell’unica certezza, quel singolo spiraglio di riscatto dall’opacità ammiccante tra i cortinaggi delle grand’ eppiccole labbra che gli era rimasto, capitolò stramazzando. Certo si sentiva turbato da quando, poco tempo prima, con l’insediamento della depressione, aveva cominciato a vedere sé (ma anche i propri genitali) dritto o di traverso sopra oppure allato (coitus a latere) o dietro o sotto di lei come se si stesse filmando, sebbene non fosse proprio un vedersi ma un percepirsi all’esterno di sé stesso – commistione delle fattezze della sua persona e di quelle dei suoi genitali – con l’apparecchiatura montata in spalla oppure sul cavaletto e i riflettori, la giraffa e il tecnico dei suoni assiso dietro il mixer visibile dall’oblò quadrangolare, il seggiolino pieghevole del regista e il megafono, un flacone di crema per le mani posato su di un tavolino da campeggio, i fotografi e le controfigure maschile e femminile, tutto quanto possa servire insomma a qualificare come studio cinematografico XXX una stanzetta da letto senza pretese…
e tipo…
un corpo astrale ancora più spostato verso l’esterno ma nel senso dell’altezza, stazionante al di sopra di un soffitto trasparente blandamente tratteggiato in stile planimetria virtuale a tre dimensioni… ma qui il racconto si interrompe e comincia una digressione interminabile su quella volta che, racconta, i suoi amici Andrea detto Tony Manero e Luca Marazzi detto Marazzi si trovarono a percorrere un tratto della A21 Torino-Piacenza per raggiungere Asti. Manero, che guidava, volle sapere a che punto si trovavano perché (racconta che il sesso da alienato continuava a venirgli benissimo prima dell’evento traumatico rappresentato dalla gita e poi introduce, a mo’ di contrappunto, la figura di Cosimo, eiaculatore precoce da tutta una vita) cominciava ad averne piene le palle del viaggio e racconta di come Marazzi, passeggero navigatore, squadernasse il raccoglitore ad anelli di agile consultazione che teneva sulle ginocchia da quando erano partiti contenente, scheda per scheda, fascicolo per fascicolo, l’intero stradario dell’Italia corredato di utili guide ai ristoranti tipici, gli alberghi, i musei, la case circondariali, chiuse, aperte, larghe, slabbrate, … e, vedendo che l’autostrada, nella finzione topografica che è realtà tipografica, andava a scivolare, racconta, proprio sotto uno degli anelli, racconta, non più finzione topografica né realtà tipografica, del raccoglitore, sentenziasse ironicamente, mescolando i piani del reale con voce da cicerone, – tra poco dovremmo passare sotto l’anello che a sud sorge da Rivanazzano, a nord da un punto imprecisato tra Isola Sant’Antonio e Cornale – dando così l’abbrivio al dialogo in cui l’altro, guardando di fronte a sé col dito puntato dice – questo anello? -, Marazzi, distogliendo lo sguardo dalla cartina proprio un istante prima che gli sorvoli la testa una specie di ponte che però non è un ponte, è più la stilizzazione decorativa postmoderna di un’impalcatura a forma di anello o magari lo scheletro di un autogril ad anello o un gasdotto che si arrampica sopra la carreggiata per risprofondare subito dopo nell’epidermide della pianura a forma di anello, replica tartagliando – ma io intendevo veramente… – e sbatte in faccia al pilota raccoglitore e anello insieme, significandogli appunto ciò che lui intendeva veramente, Manero ri-replica – siamo entrati non so come in una puntata de “ai confini della realtà” -; digressione questa talmente incomprensibile da richiedere l’intervento dello scrittore che, in effetto, prende la parola spiegando che il Manero-Marazzi, proprio alla stregua dell’esempio precedente (a noi non pervenuto, data la frammentarietà del testo, le lacune, le pagine smozzicate in carta riciclabile) dell’uomo kafkiano che risvegliatosi da un incubo sùbito si accorge d’aver soltanto sognato di risvegliarsi da un incubo considerato che, accanto a sé, nel lettone, giace lo scarafaggio gigante kafkiano e allora aspetta di addormentarsi di nuovo per potersi definitivamente destare da uno, due, tre incubi, non essendo affatto chiaro dove risieda il terzo incubo, se non nella cornice kafkiana del primo e del secondo che però, siamo avvertiti, potrebbe essere tutta quanta la vita, e infatti dal mesotorace del coleottero si protende una zampa, il cui tarso coi cinque tarsomeri, insinuandosi sotto i pantaloni del pigiama dell’uono kafkiano, si articola dolcemente intorno a pene e testicoli mentre il pulvillo del pretarso cerca carezzevolmente di aprirsi una via nel buco del culo e un ansito stridulo si ode disumano che dice – dormivi? a me è tornata voglia di fottere, sono una maiala? – insomma, racconta che il MaMa e lo Scafka ancora non possono classificarsi come metafiction, perché a suo modo di vedere, metafiction è quel tipo di impianto narrativo anulare sul modello ipersfruttato del nastro di Möbius in cui allo scrittore e al lettore reali vengono contrapposti e sovrapposti uno scrittore e un lettore fittizii che ovviamente, in un momento epifanico del processo di metacomunicazione, risultano risucchiati all’interno della narrazione stessa. Racconta così di un libraio antiquario che telefona a un suo facoltosissimo e appassionatissimo cliente, affermando tra i gridolini di eccitazione paratestuale che adornano il discorso, di avere tra le mani un pezzo unico. Trattasi non di un libro antico ma di un libro arcano (ha detto davvero arcano?) che il cliente, scettico, deve assolutamente vedere con i propri occhi al fine di non credere per l’appunto alla testimonianza, tuttavia verace, dei propri occhi (sarà qui che scrittore e lettore verranno risucchiati insieme nella narrazione?). L’indomani, il ricco collezionista si precipita dall’antiquario e resta sulle prime istupidito nel vedersi consegnare un libriccino consunto dimensioni tascabili duecentopagine-duemilalire sulla cui copertina è riportato un ritratto, questo sì, davvero notevole, forse commissionato dalla casa editrice stessa a un formidabile quanto sconosciuto artista, di un uomo che, perbacco, ha qualcosa di straordinariamente familiare. – Vede il ritratto? – domanda l’antiquario, -quell’uomo è lei in persona! Quell’uomo sei TU! -. Comincia allora un dialogo in cui il cliente appare dapprima incredulo – non può essere vero, questo sono io! -, poi arrabbiato – lei, non so come, si sta prendendo gioco di me! – (- ma no, – dice l’altro, – le assicuro che prima che lei venisse, proprio qui in copertina, mi venga un colpo se non è vero, c’era il mio di ritratto, sputato identico! -), infine furioso – che oltraggio è mai questo? Io le faccio chiudere bottega! – quando rinviene a pagina tre una piccola nota in calce che recita: ” copertina: autore anonimo, ritratto di un uomo di merda.” Il tempo passa -avrà mie notizie!- e il libro rimane a impolverare in un angolo della botteguccia, perché l’antiquario, che è superstizioso, comincia a pensare che ci sia di mezzo il diavolo ed è sicuro che gli si seccheranno le palle se si avvicinerà di nuovo al volume, finché il cliente, un tizio dalla faccia taurina e i baffi arricciati a formare volute di pelo sofisticatissime cui starebbero bene una maglietta senza maniche a righe orizzontali e una barra d’acciaio incurvata stretta tra i pugni per sembrare il forzuto del circo e perché è appunto così che compare nel ritratto in copertina, non si ripresenta dall’antiquario col suo avvocato (magro come una mummia con una impressionante pappagorgia traslucida che, arborescente di venuzze, gli dondola scrotale tra la punta del mento e il pomo d’adamo), ritrova il libro dove l’aveva lasciato, soffia via la polvere, osserva due figure in copertina e legge la stessa dicitura in caratteri microscopici che, questa volta, riporta: “anonimo, ritratto di due teste di cazzo”. Il titolo del libro è

 
METAFICTION!
 
 
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One Comment

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  1. Pharme763 / Feb 12 2011 4:18 am

    Hello! fececad interesting fececad site!

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