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novembre 14, 2011 / Climacter

Fottila (la vita è troppo breve)

Occorre che tu lo sappia, Sara.

Un giorno di un anno passato da qualche anno, ero poco più che ventenne, un mio caro amico di Biella, ch’era stato il fidanzato di quella che sarebbe diventata in seguito una mia amante, che prima però era stata amante del mio migliore amico e che alla fine tornò a essere fidanzata di Giovanni, il biellese di cui vado parlandoti, si presentò a casa mia con una bottiglia di champagne e la nuova fidanzata. Non è semplice sbrogliare la matassa della contesa a quattro che ti ho per sommi capi illustrata. L’essenziale è che tu capisca che la mia ex, non voglio fare nomi, tornò col suo ex, ossia Giovanni, dopo essersi ripassata il mio migliore amico, quella stessa persona alla quale io la sottrassi con l’intrigo prima d’essere a mia volta buggerato. Da chi? Da Giovanni. 

Io e lui, Giovanni intendo, diventammo amici facendo lega contro quel mio migliore amico che aveva fregato entrambi, prima cioè che io fregassi lui col sostegno interessato di Giovanni e che Giovanni fregasse me riappropriandosi di ciò che in fondo spettava a lui di diritto per mia stessa ammissione. E infatti non me la presi troppo e fui perfino convinto per diverso tempo d’essere felice per quella coppia ricostituitasi come a ripristino dell’armonia primeva del cosmo. Giovanni era molto amico anche dei miei genitori, soprattutto dei miei genitori, infatti lo sciampagna che portò con sé quel giorno, una domenica pomeriggio bagnata del fulgore seminale dei miei vent’anni o poco più, era un regalo per loro, mica per me. Abbiamo stappato lo sciampagna di Giovanni solo lo scorso natale: mai bevuto un vino così buono, lo giuro sui miei poveri natali. Comunque Giovanni i miei lo consideravano un figlio recentemente acquistato. Un trovatello o giù di lì. La sera che, ciucco e drogato di psicofarmaci, sorreggendo sul basto l’eccellente mole di effetti collaterali e interazioni coll’alcol, andai a schiantarmi in auto contro un muro, rigirandomi e sbattendo poi contro un lampione, Giovanni era di fianco a me. Fu lui a dirmi di stare attento alla curva. Io gli dissi che la curva, prima di allora, non c’era mai stata, che non s’era mai scorta una curva in quel tratto a memoria d’uomo, conoscevo a memoria la cazzo di strada, si facesse pure i cazzi suoi, poi sterzai, sbandai, la macchina picchiò, caprioleggiò, si accartocciò e noi uscimmo incolumi dall’abitacolo eccentricamente deforme (buffo, nel ricordo è sferico, con la leva del cambio molle ed elastica). Io bestemmiavo perché mi faceva male un ginocchio, Giovanni, che aveva sbattuto la testa contro tutto ciò che poteva essere abbattuto a testate in uno spazio sferico a superfici convergenti verso un centro rappresentato dal pomello della leva del cambio, venne sollecito da me ch’era tutta una scaturigine di dolori, per assicurarsi che stessi bene. Continuavano a fermarsi veicoli, i conducenti sporgevano la testa dal finestrino, ragazzi, state bene? noi, gironzolando intorno alla macchina come cani che stiano scegliendo la ruota contro cui pisciare, è tutto a posto, grazie. Qualcuno disse qualcosa a proposito della polizia. La polizia arrivò. Poi, al richiamo del cellulare, non so più se il mio o quello di Giò, arrivò mio fratello, che era in zona. Arrivò anche mio padre, che non era in zona.  Padri e fratelli bagnati del fulgore dei mie vent’anni o poco meno.

Tutti si faceva pressione perché Giovanni, che intanto dava l’impressione di peggiorare, andasse al pronto soccorso: io, ancora ubriaco, non escludevo lesioni interne, ematomi subdurali, gli avrei diagnosticato anche l’ipotiroidismo perché mi sembrava una cosa risibile e, in quel momento, avevo una gran voglia di ridere, di sbellicarmi, sperticarmi dalle risate. L’agente della pula mi fece qualche domanda sulla dinamica dello schianto, le parole mi si strozzavano in gola oppure si mischiavano al fondiglio vinoso che mi tappezzava la bocca, scaturendone fuori come palle di muco dello stesso diametro della narice che le aveva nutrite in grembo; alla decima frase sconnessa, prima che potessi appigliarmi alla bugia di prammatica, e cioè che un gatto mi aveva tagliato la strada e che io, per non tirarlo sotto, wuuum, avevo scartato a sinistra, wuuum, lei mi capisce, signor agente, wuuum, si va piano ma la macchina s’imbarca, capisce, l’amore per gli amici quattrozampe che vengono col tempo a somigliare sempre più ai padroni e, in conseguenza di ciò, l’amore per gli esseri umani… sentenziò che in ospedale dovevo andarci io, per un prelievo di sangue o piscio, era infatti evidente che non mi reggevo in piedi, ciucco da far pena a uno straccio, e che mi avrebbero ritirato la patente, portato nel reparto psichiatrico dell’ospedale, chiuso in una voliera, incatenato al trespolo. Prima però occorreva aspettare il carrattrezzi. La macchina ostruiva una buona metà della carreggiata e la pula dovette occuparsi di dirigere il traffico fino alla rimozione del cadavere ferroso. Ma il carrattrezzi arrivò con due ore di ritardo; il conduttore, buttato giù dal letto, mica l’aveva capito che m’ero spalmato sulla strada per Sirmione (sogghigno ancora adesso), il poliziotto, trascorse le 2 ore, mi disse che oramai avevo smaltito la sbornia e che comunque non gli andava di infierire, avendo io perso macchina, buona parte del rispetto verso me stesso e probabilmente un amico, un amico vero, quello stesso amico che intanto stava sempre peggio. “No,” continuava a ripetere Giovanni ai miei consanguinei, “se vado in ospedale, lui” e indicava me senz’aria di rimprovero ma solo per illustrare meglio i suoi argomenti ed evitare malintesi per difetto di comunicazione non verbale, “lui si ritrova in un mare di merda”. Era vero. Però, quando papà ci riaccompagnò a casa e giacemmo, io e Giò, nella mia camera da letto – in questa cazzo di casa enorme e inospitale non esiste la camera degli ospiti, perciò se vuoi che ti ospiti, Sara, chiedimelo pure, sarò felice di giacere con te nella mia cameretta trasformata in camera per ospiti (non è meravigliosa l’ambivalenza del vocabolo ospite che ne fa abbracciare il significato attivo di ospitante e quello passivo di ospitato allo stesso tempo?) – non riuscimmo a chiudere occhio, Giò infatti tossiva acremente contorcendosi nel mio letto, io, coricato su di un materasso steso sul pavimento ai piedi del letto, una specie di futon, lo ascoltavo tossire e contorcersi, con un misto di pietà, paura e compiacimento. E anche un po’ di voglia di ridere e biascicare frasi di conforto stando attento a non sogghignare. Il mattino dopo, i miei genitori lo adottarono. Stette male per una settimana ma, per sua fortuna, perché ho fondate ragioni per ritenere che sia stato un bastardo a non farsi accompagnare al pronto soccorso, sebbene lo ammiri per la devozione e il coraggio, sebbene lo detesti per la sua stolidità, incurante di comprendere che io desideravo una punizione severa, il carcere, la pena capitale, sebbene sapesse che intendessi impiccarmi in una cella e dunque abbia agito contro il mio interesse credendo di farmi cosa gradita, cosa gradita un cazzo; per sua fortuna aveva riportato solo ammaccature superficiali, che gli ricoprivano, pare, il novanta per cento della superficie corporea, facendo del suo epitelio un tegumento livido. Ammaccature grigie gialle e paonazze, non scottature. Un novanta per cento di tegumento coperto di scottature, fossero pure solari, non le sopporta nessuno e addio vita troppo breve per essere bella. 

Ti stavo raccontando che Giovanni, passato ormai qualche anno dall’incidente, tornò nel mantovano a mostrarci la donna della sua vita con una bottiglia di sciampagna (che doveva essergli costata mezza gamba) per i miei genitori e niente per il sottoscritto, salvo la fidanzata, che essendo una bella figa colta e intelligente, mi avrebbe fatto impazzire d’invidia. Aspetta che finisca il racconto e converrai con me che Giovanni, la notte dell’incidente, finse d’essere in balia di dolori inenarrabili per indispettirmi. Converrai con me, inoltre, che lui aveva architettato il sinistro nei minimi dettagli: ubriacatura, psicofarmaci, curva e gatto erano opera sua. Ma il racconto non lo finisco, perché già mi accorgo da come sollevi il sopracciglio e imprimi una lieve rotazione al tuo naso, con la punta che, tendendosi verso il basso, segue il declino dell’angolo corrispondente della bocca; già mi accorgo che non mi credi, che forse fai parte del piano di Giovanni per portarmi alla rovina. No? Non ti stai chiedendo se ti prendo per il culo? Giuralo!

Bene.

Dicevo che casa mia è sprovvista di camere per gli ospiti, sicché mi toccò accompagnare i piccioncini allo hotel meno squallido della zona, il Parisinus.

Affittata una matrimoniale, vollero che salissi con loro a vedere la camera. Tutti sanno che ho il terrore degli ascensori, Giò meglio di chiunque altro. Ricordo benissimo di averglielo confessato subito dopo l’incidente. Che non ti venga mai l’idea folle di farmi salire su di un ascensore, gli dissi. Stavamo giusto cercando di aprire le portiere per abbandonare l’abitacolo stranamente deformato dall’urto. E’ buffo che nel ricordo esso continui ad apparirmi sferico. Un ascensore i cui fili abbiano ceduto è l’abitacolo di un’automobile fracassata. Un ascensore sferico e… molle. Ah, se avessi saputo che lui stava annotandosi ogni mia debolezza per rovinarmi e prendere il mio posto nel cuore di papà e mamma, rubarmi la stanza gli amici i libri la vita! No, non puoi capire, tu hai una vita che scorre sotto cieli che variano come prevenendo o secondando i tuoi umori, io esisto semplicemente come un insetto in una teca che venga osservato distrattamente mentre trasferisce il proprio rodìo interno a un qualcosa di esterno, un ceppo di legno da rosicare con le forti mascelle, avanzando nel tenebrore di una tana che gli farà da avello, questo fa di me l’uomo che non avrei mai voluto essere, il non premeditato, il non pianificato, un uomo inverosimile che amo, amo di un amore altrettanto inverosimile, un unicum di insuccessi elusi soggiacente a castighi, desiderio di morte, ideazioni suicidarie la cui realizzazione è sempre procrastinata, perché il piacere sta nel rimandare il piacere stesso per moltiplicarne il gusto… La profondità di un’esistenza, la sua dignità, la si giudica per quell’unico orgasmo sempre differito che è l’incendio dell’occaso prima che faccia buio. Ed è allora che l’appagamento concreta il senso dell’esistere e l’amore si legittima. Se non ne sei convinta, provaci.

Uscito dall’ascensore in uno stato d’agitazione che il viso disfogliato dei sopraccigli dissimulava a stento nonostante la sua parvenza di maschera gommosa, maschera cui avevo lavorato alacremente, passammo per un corridoio scuro. La camera che vidi aveva il soffitto basso. Impossibile respirare. Con i mobili a ridosso l’uno dell’altro, e millimetrici spiragli per muoversi fra fastelli di suppellettile, pareva di essere in un sottomarino. E Giovanni fece quello che mai avrebbe dovuto fare: chiudere la porta a chiave. E la sua fidanza rimarcò che là dentro non si respirava e si abbandonò come una puttana sul letto, guardandomi lasciva e spregevole. Era stata istruita a dovere, doveva amare infinitamente Giovanni per prestarsi a quel gioco. Amare infinitamente lui e odiare me nella stessa proporzione. Impallidii al pensiero di doverla possedere, perché già mi aspettavo l’ordine di Giovanni, che sapeva annullata la mia volontà e, sotto il gravame di un soffitto così schiacciante, poteva disporre di me a piacimento. Per umiliarmi, ecco tutto. Per umiliarmi.
Fottila. Hai il cazzo moscio. Fottila. Dio che pena che fai, cazzetto moscio.
 
Fottila! 
Ma quell’ordine non giunse, sebbene visibilmente tremassi e scongiurassi che tutto finisse presto.
E tu non puoi neppure immaginare quanto mi sentii devastato, deprivato della dignità da quella coercizione mai attualizzata, da quell’imperativo mai sopravvenuto, da quel “fottila” che mai udii proferito, un’umiliazione che attende vendetta, perché Giovanni mi tiene in pugno ed è troppo scaltro per mollare la presa. Capisci? Troppo scaltro per lasciarmi andare.
 
 

“Ho il diritto di essere sdegnato contro la Natura e, sul mio onore, lo farò valere. Perché non sono uscito per primo dal ventre di mia madre? Perché non sono figlio unico? Perché mi ha imposto il fardello di questa ripugnante bruttezza? Perché solo io? Come se, alla mia nascita, avesse a disposizione solo qualche misero avanzo? Perché mi ha regalato questo naso da lappone, questa bocca da negro, questi occhi da ottentotto? Io credo che la Natura abbia scelto ciò che vi era di più mostruoso tra tutte le razze umane e mi abbia foggiato di questa pasta. Dannazione! Chi le ha concesso il privilegio di accordare tutto all’altro, e di negare tutto a me? Come poteva essere sensibile agli omaggi di uno e alle offese dell’altro, prima della loro nascita? Perché una simile parzialità nel suo operato? No, no! Sono ingiusto nei suoi confronti. Ci ha dotati d’immaginazione e d’inventiva se ci ha deposti, nudi e miserabili, sulle rive di quel grande oceano che è il mondo. Chi ce la fa nuoti, e chi è pesante vada a fondo! A me non ha regalato un bel nulla e se voglio fare qualcosa di me stesso, devo provvedere da solo. Ognuno può vantare gli stessi diritti nei confronti delle cose più alte e delle cose più piccole: le pretese, gli istinti, le forze si annientano quando contrastano l’una con l’altra. Il diritto è la prerogativa del vincitore, e le leggi non sono altro che i limiti della nostra forza. È vero, sono stati conclusi dei patti in comune, per dare impulso al mondo. Che bella definizione! È proprio una moneta soddisfacente con cui si possono condurre traffici lucrosi, purché si sappia spenderla a proposito. La coscienza… oh sì, certo!, ecco un bellissimo spaventapasseri per cacciar via i passeri dai ciliegi, o meglio una cambiale redatta nei termini giusti per permettere a chi ha dichiarato fallimento di tirarsi d’impaccio in caso di necessità. Ah, non c’è dubbio, sono tutte lodevoli istituzioni per assoggettare gli imbecilli e il popolo sotto lo stivale, fatte apposta perché i furbi possano profittarne liberamente. Ah, sono proprio una buffonata, non c’è che dire! Mi ricordano le siepi con cui i miei contadini recintano astutamente i loro campi perché non ci possa entrare una lepre, nemmeno una sola, per carità! Ma il padrone dà di sprone al suo cavallo e passa tranquillamente al galoppo sul raccolto. Povera lepre! Che ruolo infimo e deplorevole quello di chi, al mondo, è costretto ad essere lepre. Ma il padrone ha bisogno di lepri! Quindi, passiamo oltre! Chi non ha paura di nulla non è meno potente di chi è temuto da tutti. Oggi è di moda portare i pantaloni con delle fibbie che si possono stringere o allargare a volontà. Secondo i dettami della nuova moda, ci faremo tagliare una coscienza su misura, con una fibbia che potremo allentare ogni volta che se ne presenterà la necessità. Cosa possiamo farci? Vedetevela col sarto! Ho sentito un sacco di storie a proposito di una cosiddetta voce del sangue, storie tali da far scoppiare la testa a qualsiasi brava persona… È tuo fratello! Traduciamo: è uscito dallo stesso forno da cui sei uscito anche tu, quindi per te deve essere sacro. Notate ancora, vi prego, che assurda catena di cause ed effetti, che modo grottesco di dedurre dalla parentela dei corpi l’armonia degli spiriti, dalla comune patria d’origine l’affinità dei sentimenti, dagli stessi cibi alle stesse disposizioni! Ma proseguiamo: è tuo padre! Ti ha dato la vita, sei la sua carne e il suo sangue, e per te dev’essere sacro. Ecco un modo di pensare rigidamente conseguente! Tuttavia io chiederei: perché mi ha generato? Non certo per amor mio: io non esistevo ancora. Mi ha conosciuto prima di generarmi o pensava a me, generandomi? Mentre mi generava, desiderava proprio me? Sapeva ciò che sarei diventato? Non glielo auguro, perché in caso contrario dovrei punirlo per avermi dato la vita. Posso essergli grato se sono nato maschio? Tanto poco quanto potrei accusarlo se fossi nato femmina. Posso correttamente valutare un amore che non si fonda sull’apprezzamento della mia personalità? E questo apprezzamento poteva esistere dal momento che la mia personalità doveva nascere solo per mezzo di quell’amore di cui era il presupposto? E allora dov’è il sacro? Forse nell’atto che mi ha messo al mondo? Come se questo atto fosse diverso da un processo bestiale volto a soddisfare una concupiscenza bestiale? O forse sta nell’esito ultimo di questo atto, che in fondo è solo una necessità irrevocabile, di cui si farebbe volentieri a meno se non ci andassero di mezzo la carne e il sangue? Devo forse trattarlo gentilmente perché mi ama? Questa non è che vanità da parte sua, ovvero il peccato prediletto da ogni artista che amoreggia con la sua opera, per quanto ripugnante.” (Friedrich Schiller, I Masnadieri)

 

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6 commenti

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  1. tul1pani / Feb 4 2012 2:02 pm

    Che bella questa cosa che hai scritto.

    • Climacter / Feb 5 2012 6:16 pm

      è oltremodo carica di malanimo nei confronti di Giovanni :D

      • tul1pani / Feb 7 2012 9:05 am

        Però è un racconto oltremodo ben costruito (e anche forte, per la mia sensibilità).

  2. Climacter / Feb 14 2012 8:06 am

    facciamo un gioco erotico? Ti offro la definizione del vocabolario di un lessema che dovrai indovinare nonostante che sia stata da me espurgata, la definizione, di quelle parole (che compariranno con la sola iniziale; non trovi che il verbo “espurgare” sia tremendamente eccitante? Be’, forse non sarà eccitante, ma infonde un gran senso di sollievo) necessarie alla sua intelligibilità; così:

    Stilla di u., s.to da apposite g. dell’o. (g. l.), che fuoriesce dalla rima p. in determinate condizioni (p.; stati infiammatorî della c. o delle v. l., ecc.). In partic., spec. al plurale, quelle che s. più abbondanti per viva c., per d. fisico o morale, o anche nel moto convulso del r.

    Se è troppo facile, dimmelo!

    • tul1pani / Feb 15 2012 10:38 am

      Provo subito (“espurgare” a me però fa un po’ schifo, eh).
      Allora: ricostruisco le parole di cui hai lasciato la sola iniziale: ussaro, spuntato, gaverne, ohio, gaverne, lugubri, prudente, portandoconsé, candela, vibranti, lanterne, splodono, cheguevara, dente, rotore.

      L’ho trovato un gioco molto carino (però facile un corno: dallo sforzo mi è sgorgata una lacrima!)

    • tul1pani / Feb 15 2012 11:49 am

      Ripensandoci, secondo me “stilla” è un indizio forte. “stilla di u.” si risolve in fretta. Anche “fuoriesce” ha un ruolo importate. E’ interessante capire quali sono gli indicatori lessicali di una certa area semantica.

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