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gennaio 2, 2008 / Climacter

                                                                       "abbia almeno il buon gusto di non citare chi copia"
                                                                                             un qualsiasi professore di italiano

                                                                       " if Realism called it like it saw it, Metafiction simply called it as it saw itself  seeing it"
                                                                                             David Foster Wallace

RACCONTA
 
 
Racconta che depresso com’era e incapace di spiegare in cosa consistesse precisamente o quali pecularità avesse, di che si cibasse, che materia intaccasse la condizione sua di depresso, più uno status che condizione visto le attenzioni che poi ricevi che però non sono proprio attenzioni, è più una curiosità sedicente professionale di chi indaga come a voler rinnegare il fatto di non poter esercitare affatto una curiosità professionale, cioè quel pastone stopposo di interrogativi melensaggini e preoccupazione densa di saggezza occasionalmente presa da fonti carismatiche ma dubbie e tuttavia caritatevole del profano che, racconta, come lui, racconta, è allibito, atterrito dall’impossibilità di spiegarsi in che cosa consista, racconta, la condizione-status di depresso, che razza di tarlo sia quella minaccia inconsistente eppure grande, così la immagina, e nera che rode senza provocare né rumore né dolore ma una sensazione diffusa di mancanza, quasi una patina in espansione di privazioni intime che si stende partendo da un nucleo denso su cui soffi un vento arroventato senza tregua, racconta dell’incapacità di rompere la spirale dei silenzi, dell’imbarazzo e della vergogna di provare imbarazzo dei propri silenzi,  nonostante gli venisse chiesto insistentemente, come fanno ai/i bambini, di spiegare ciò che provava o che gli pareva di perdere, cosa che lo affliggeva non poco, perché, in verità, tutto ciò che lo circondava o che lui circondava capiendosene era un mezzo col quale affliggersi e l’afflizione stessa, scritta così com’è, afflizione, ora, in questo momento, e lui sapeva di essere uscito dal circolo vizioso o meglio sa, proprio ora e qui di essersi redento, di aver scontato la condanna insomma e di essere perciò un uomo ritrovato, lo rendeva e lo rende insicuro e nuovamente fragile, potente ed espressiva anche e solo come presenza scenica, nella fisicità mediata dal codice scrittura e dal linguaggio parlato, con quella triade di consonanti strana a vedersi, quasi aliena nella forma e coriacea alla pronuncia, refrattaria, quasi improponibile: FFL da sembrare un memento temibile, il simbolo apotropaico del guardiano menasfiga posto a difesa del tempio e perciò stesso inguardabile e inavvicinabile; depresso com’era e afflitto e cocciutamente concentrato sull’incomunicabilità di pensieri di una apparente semplicità adamantina che vociavano e complottavano dentro di lui per essere espressi, una domenica, racconta, ora che non è più taciturno ma che ha anzi milioni di cose da dire che, se interrogato, saprebbe senz’altro dire, gli venne proposto, a lui e alla fidanzata, di fare una gita in un posto verde e tranquillo come se, racconta, un luogo possa essere animato da buone intenzioni per il solo fatto di apparire viride/scente/mente gentile. Racconta che lui avrebbe rifiutato se solo avesse potuto, ma poiché rifiutare implica una fermezza di spirito che è da veri bastardi pretendere da uno spirito, il suo, che tremava tutto ed era l’equivalente di un vecchio demente, ma qui ci si dilunga troppo (a giudizio del lettore) a cercare di mostrarti l’oggetto che in natura o nel campo delle opere umane vibri di un tremore non troppo dissimile dalla parestesia dello spirito, si lasciò trasportare dove gli altri, con la loro curiosità sedicente professionale, ritenevano che gli avrebbe fatto benissimo andare, ma che la gita si risolse in un disastro. Racconta infatti che l’unica attività che continuava a riuscirgli meravigliosamente era il sesso (scopare), ma che nelle due settimane successive alla gita anche quell’unica certezza, quel solo modo di riscattarsi dall’opacità che gli era rimasto capitolò stramazzando. Certo si sentiva turbato da quando, poco tempo prima, con l’insediamento della depressione, aveva cominciato a vedersi lui sopra di lei oppure di lato o dietro o sotto o in posizione mista come se si stesse filmando, sebbene non fosse proprio un vedersi ma più un percepirsi all’esterno di se stesso con l’apparecchiatura montata in spalla oppure sul cavaletto e i riflettori, la giraffa, il tecnico dei suoni, un elmetto da speleologo appoggiato su una sedia, i fotografi e le B-girl eccetera e tipo… un corpo astrale ancora più spostato verso l’esterno ma nel senso dell’altezza, stazionante oltre un soffitto blandamente tratteggiato in stile planimetria virtuale a tre dimensioni… ma qui il racconto si interrompe più volte e comincia una digressione interminabile su quella volta che, racconta, i suoi amici Tony Manero e Marazzi si trovarono a percorrere un pezzo della Torino-Piacenza per raggiungere Asti. Manero, che guidava, volle sapere a che punto si trovavano perché (racconta che il sesso da alienato continuava a venirgli benissimo prima dell’evento traumatico rappresentato dalla gita e poi introduce, a mo’ di contrappunto, la figura di Cosimo Palazzi, eiaculatore precoce da sempre) cominciava ad averne piene le palle del viaggio e racconta di come Marazzi, passeggero e navigatore, squadernasse il raccoglitore ad anelli di agile consultazione che teneva sulle ginocchia da quando erano partiti e che conteneva, scheda per scheda, fascicolo per fascicolo, l’intero stradario del Mediterraneo completo di guide turistiche e, vedendo che l’autostrada nella finzione topografica andava a scivolare per così dire, racconta, proprio sotto uno degli anelli, non più finzione topografica, del raccoglitore, sentenziasse: -tra poco dovremmo passare sotto un anello,- dando così l’abbrivio al dialogo in cui l’altro, guardando di fronte a sé dice -questo anello?-, Marazzi, distogliendo lo sguardo dalla cartina proprio nel momento in cui gli scorre sopra la testa una specie di ponte che però non è un ponte, è più la stilizzazione decorativa postmoderna di un’impalcatura a forma di anello o magari lo scheletro di un autogril ad anello o un gasdotto che si arrampica sopra la carreggiata per risprofondare subito dopo nell’epidermide della pianura a forma di anello, replica tartagliando -ma io intendevo veramente…- e sbatte in faccia al pilota raccoglitore e anello insieme, Manero ri-replica -siamo entrati non so come in una puntata de "ai confini della realtà"-; digressione questa talmente incomprensibile da richiedere l’intervento dello scrittore che, in effetti, prende la parola spiegando che il Manero-Marazzi, proprio alla stregua dell’esempio precedente dell’uomo kafkiano che si risveglia da un incubo e subito si accorge d’aver soltanto sognato di risvegliarsi da un incubo considerato che, accanto a sé, nel lettone, giace lo scarafaggio gigante kafkiano e allora aspetta di addormentarsi di nuovo per potersi definitivamente destare da uno, due, tre incubi, non essendo affatto chiaro dove risieda il terzo incubo, se non nella cornice del primo e del secondo che però, siamo avvertiti, potrebbe essere la vita tout court, insomma, racconta che il MaMa e lo Scafka ancora non possono classificarsi come metafiction, perché a suo modo di vedere, metafiction è quel tipo di impianto narrativo anulare sul modello ipersfruttato del nastro di Möbius in cui allo scrittore e al lettore reali vengono opposti e sovrapposti uno scrittore e un lettore fittizi che ovviamente, in un momento epifanico del p
rocesso di metacomunicazione, risultano risucchiati all’interno della narrazione stessa. Racconta così di un antiquario che telefona a un suo facoltosissimo e appassionatissimo cliente, affermando tra i vari rumorini di eccitazione del caso che adornano e contornano il discorso, di avere tra le mani un pezzo unico. Trattasi non di un calembeur sessuale ma di un libro veramente antico e arcano (ha detto davvero arcano?) che il cliente deve assolutamente vedere con i propri occhi (sarà qui che scrittore e lettore verranno risucchiati insieme nella narrazione?). L’indomani, il ricco amatore si precipita dall’antiquario e resta sulle prime istupidito nel vedersi consegnare un libricino ( con due c?) tutto consunto versione tascabili sulla cui copertina è riportato un ritratto, questo sì, davvero notevole, forse commissionato dalla casa editrice stessa a un formidabile quanto sconosciuto artista, di un uomo che, perbacco, ha un che di straordinariamente familiare. -E’ lei in persona!- dice l’antiquario. -Sputatoidentico!- aggiunge. Comincia allora un dialogo in cui il cliente appare dapprima incredulo: -non può essere vero, questo sono io!,- poi arrabbiato: -lei si sta prendendo gioco di me!,- (-ma no,- dice l’altro, -prima in copertina, mi venga un colpo se non è vero, c’era il mio di ritratto! Sputatoidentico!-), infine furioso: -che oltraggio è mai questo? Io le faccio chiudere bottega!- quando rinviene sul fondo di pagina 3 una piccola nota che recita: "in copertina: autore anonimo, ritratto di un uomo di merda." Il tempo passa -avrà mie notizie!- e il libro rimane a impolverare in un angolo della botteguccia, perché l’antiquario, che è superstizioso, comincia a pensare che ci sia di mezzo il diavolo ed è sicuro che gli si seccheranno le palle se si avvicinerà di nuovo al volumetto, finché il cliente, un uomo dalla faccia taurina e i baffi arricciati a formare volute sofisticatissime cui manca soltanto una maglietta senza maniche a righe orizzontali e una barra d’acciaio incurvata stretta tra i pugni per sembrare il forzuto del circo, non si ripresenta dall’antiquario col suo avvocato (magro come una mummia ma con una impressionante pappagorgia traslucida che, arborescente di venuzze, gli dondola scrotale tra la punta del mento e il pomo d’adamo), ritrova il libro dove l’aveva lasciato, osserva due figure in copertina e legge la stessa dicitura in caratteri microscopici che, questa volta, riporta: "anonimo, ritratto di due teste di cazzo". Il titolo del libro è
 
METAFICTION!
 
(continua…)

                                                                                                  

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28 commenti

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  1. Climacus / Gen 3 2008 9:49 am

    “…dell’imbarazzo e della vergogna di provare imbarazzo dei propri silenzi.”
    Vergognarsi del proprio vergognarsi è concetto fondamentale in Wallace, Infinite Jest. La frase riportata è dunque, come altre, una scopiazzatura.

  2. mrka / Gen 7 2008 11:20 am

    perché ho pensato al ragazzino di Paranoid Park, del Gus Van Sant. qualche anno dopo e con paesaggi diversi?.

  3. Flounder / Gen 7 2008 11:27 am

    a un certo punto ho scoperto di essere in apnea da troppi secondi e per continuare a leggere ho dovuto usare una bombola

  4. Climacus / Gen 7 2008 12:53 pm

    flounder amore mio (minchia, non ti vedevo girare qui in zona da uno sbrego di tempo, è bello risentirti!), pensa che io ho smesso di leggerlo ‘sto coso (sarà una catafora o un semplice solecismo?), e non solo per questioni di ossigeno e butano, ma perché mi fa incazzare tantissimo. Così, anche se ho l’impressione che certi periodi non si reggano in piedi, ho rinunciato all’idea di analizzarli ed eventualmente correggerli (anafora?) e sono giunto alla conclusione che mi devo fidare di me. Una cosa che mi dà i brividi, fidarmi di me. Sarebbe un po’ come lasciare i propri figli alla custodia di una baby sitter di 6 anni.
    C’è una serie di domande che stanno alla base di questo esperimento imitativo: perché il Wallace di Oblio (ma anche, in modo meno estremo, di Infinite Jest), dove appaiono pagine in cui lo scrittore deve persino fare uso, in mancanza di meglio, delle parentesi quadre, per riportare incisi che si aprono su incisi che si aprono su subordinate rette da una principale di cui si è persa memoria ormai da decine di righe, riesce a tenerti incollato al testo e a essere avvincente anche se ti gira la testa e devi interromperti di continuo per rileggere e ritrovare il filo? E’ solo una sua scommessa oppure è spaventosamente bravo e lo sa e sa anche (ma come? preveggenza?) che tu non lo manderai a cagare per la complessità imbarazzante del suo periodare? Nella mia pochezza, posso riuscirci anch’io?
    Tu, comunque, resti sempre una gran topa (disfemismo).

    marika!! prima vado a informarmi su Gus Van Sant e sul ragazzino di paranoid park, poi ti rispondo. Naturalmente, a quel punto, fingerò che le figure di Gus Van Sant. e del ragazzino di paranoid park mi siano arcinote da anni e tu fingerai di crederci. Questo commento si autodistruggerà non appena avrò rimediato parzialmente alla mia ignoranza.
    Vorrei usare un disfemismo anche su di te, ma mi viene in mente solo il già utilizzato gran topa, che magari non è un disfemismo, occorrerebbe infatti appurare che topa, usato nell’accezione positiva di bella gnocca, abbia in origine valenza negativa, oppure vecchia spugna, ma tu non bevi abbastanza.
    Tra uomini è semplicissimo usare disfemismi.
    Dialogo:
    A: -Cazzo, finalmente sei uscito dal guscio, sottospecie di mollusco!-
    B: -Non certo per vedere una gran merda come te!
    A: -HAHA, vieni che ti offro una birra!
    B: -Nononono, il primo giro lo pago io!

  5. Andylarock / Gen 8 2008 6:47 pm

    CIAO MICHIONE.
    sinceramnete io preferisco la MENAFICTION…

  6. Andylarock / Gen 8 2008 6:49 pm

    intendevo dire ciao MINCHIONE…

  7. Climacus / Gen 8 2008 8:16 pm

    visto? Tra uomini ci si riempie di disfemismi.
    Ma tu non eri partito per la patagonia, Andy?

  8. tulipani / Gen 9 2008 10:29 am

    Io proprio così uguale al lettore che perde il filo ma non tantissimo da non fidarsi, piuttosto solo un po’, quel tanto che basta per trovare un andatura nuova e la sensazione di piuttosto grande soddisfazione di sé che la nuova andatura comporta, come quando camminando sulle racchette dette ciaspole in discesa decidi che non vale la pena di adottare tutte quelle cautele che ti ingessano il piede alla caviglia e la caviglia alla tibia e la tibia all’osso del collo, e scopri che c’è un passo più spericolato, che consiste nell’appoggiare il piede successivo di slancio confidando nel fatto che la neve reggerà, oppure che saprai riallineare tutti gli assi che ti garantiscono l’equilibrio anche nel temibile caso che il fondo precipiti di tre centimetri o che una lastra di ghiaccio bastarda si nasconda sotto quell’innocente coperta spumosa. Insomma un abbandono, un rischio che ti puoi permettere, un piacere intenso. Mi è piaciuta intensamente tutta la descrizione della depressione e anche (da metterla in un film) la scena dell’anello.
    Buon anno, climmino.

  9. Climacus / Gen 9 2008 12:28 pm

    dio mio, tuli (buon anno meravigliosissima creatura che, se fossi Voltaire, affermerei dimostrare con la sua sola presenza l’esistenza di un creatore divino!), quando mi commenti così io, mi si perdoni l’espressione (anche facciale), sburro! Sai una cosa? Tutta quella metafora avvolgente della discesa in ciaspole mi ha riportanto alla mente Hans Castorp che esce per farsi una sciata, perde l’orientamento e poi si ritrova disperso nel bel mezzo di una bufera, e rivivere per un istante le emozioni provate mentre leggevo quelle pagine è stato grandioso. Un grande regalo di inizio anno, baby.
    So già come portare a termine Metafiction, lo dico perché generalmente, quando alla fine di un post inserisco il (continua…) è perché non so come continuare (pensavo tra me e me che apporre il to be continued inglese sarebbe nel mio caso più onesto e corretto), ma so che non continuerò. Questa frase è orribilmente ambigua. Intendevo dire che generalmente so già che non continuerò nonostante il (continua…). In questo caso, invece, potrei continuare, ma non so se lo farò. Mi dispiacerebbe non farlo perché ho in serbo una storiella carina su un mago e la sua valletta. Ma ho scoperto di non sapere un cazzo di metafiction e che ciò che lo scrittore sostiene riguardo alla sua essenza ( metafiction è quel tipo di impianto narrativo anulare sul modello ipersfruttato del nastro di Möbius in cui allo scrittore e al lettore reali vengono opposti e sovrapposti uno scrittore e un lettore fittizi che ovviamente, in un momento epifanico del processo di metacomunicazione, risultano risucchiati all’interno della narrazione stessa ) può essere liquidato con una citazione presa da Wallace (autorità e uso della lingua, in “considera l’aragosta”, einaudi):

    Questa affermazione è talmente stupida che a momenti sbava
    Insomma, si vedrà.
    Sappi però che tu mi lusinghi :)

  10. amelia1 / Gen 9 2008 4:38 pm

    da tempo ho un sassolino nella scarpa e ci cammino sopra lo stesso concentrandomi anche su quel dolorino che di dolorini è meglio fare scorta in attesa del vero dolore quello che nessuno sa che cazzo sia perché anche la depressione, in fondo, è un orcio enorme, (enormissimo?) in cui i maghi della pische infilano tutto senza timore che qualcosa maturi, dentro l’orcio. anche un suicidio, perché no? qualcosa matura sempre.
    c’è un espressione per dire che questo modo di scrivere è ad anello?
    o a cerchio? e il suo raggio è fortissimo.

    ti scrivo in privato.

  11. tulipani / Gen 10 2008 8:55 am

    meravigliosissima creatura? cioè, niente gran topa? :( :)

    … (Ho cancellato qui un lunghissimo commento sulla mafiosità della poesia rendendomi conto che era di una disarmante povertà concettuale. La scrittura serve anche a questo: a liberare in una bolla d’aria un oscuro e macchinoso fermento interiore. Un rutto, se mi si passa il disfemismo.)

  12. e.l.e.n.a. / Gen 11 2008 6:19 pm

    clim, mi piace questa circolarità ché sì può iniziare il racconto da un qualunque capoverso, mi piace la storia dell’anello ché poi in germania sulle autobahn ci sono i ring, appunto, e gli anelli devono essere vistosi e mi fanno venire in mente gli sposi e the bride stripped bare e pure una foto di david la chapelle con una stupenda drew barrimore e anche io una volta mi sono percepita dall’esterno come mi stessero filmando ed è quando avevo preso in una volta sola una dose prevista per otto giorni di un analgesico per l’emicrania e poi aspetto che tu continui la metafiction per chiudere il cerchio o riaprirlo, chissà.

    (marika, nessuno è mai pronto per paranoid park…)

  13. Climacus / Gen 14 2008 12:58 pm

    nel mio dialetto, dire a qualcuno -te sét èn gran gnok- significa denigrarlo, perché essere degli gnocchi equivale a essere buoni ma tonti. Qui si sopravvive solo se si è duri e scaltri, in una parola “bastàrsc”.
    Sostenere che ame, tuli e elena sono delle gnocche è, con qualche doloroso torcicollo, un disfemismo.

    Ame, ho sempre trovato il concetto di circolarità di un testo troppo arduo da mettere in parole o troppo fumoso. In genere, sulla circolarità di un’opera mi affido alle impressioni: mi sembra che sia circolare perché mi sembra che, idealmente, descriva una circonferenza ritornando su se stesso, anche se non so spiegarmi, neppure in forma metaforica o allegorica o di semplice analogia, come un qualsiasi testo possa avere (o possa non avere)un “punto tematico” centrale che abbia una qualche somiglianza con C (“dati un punto C del piano ed un numero reale positivo r, si definisce circonferenza il luogo dei punti del piano aventi distanza r da C.”)
    Molto probabilmente mi incasino perché commetto l’errore di pensare a una circonferenza e non a un circuito. Ecco, la metafiction potrebbe essere rappresentata da un circuito di informazioni avente la forma di una bottiglia di klein
    superficie di klein

  14. anonimo / Gen 14 2008 1:19 pm

    mi sono perso nella bottiglia, a tuli e elena rispondo più tardi.
    Clim

  15. Climacus / Gen 16 2008 12:37 pm
  16. Climacus / Gen 16 2008 7:13 pm

    dopo essermi sparato in vena una dose eccessiva di topologia, che non so bene che cosa sia (in effetti ho letto senza capire un cazzo ma la bellezza delle figure mi intrappolava ai testi e alle parametrizzazioni come un bambino in età prescolare che adocchia un manga ultratecnologico e ne resta rapito), sono andato a leggermi una biografia di Charles Dodgson alias Lewis Carroll, perché cercavo una conferma all’idea, piuttosto scema in realtà, che la tana del bianconiglio in cui cade Alice senza in effetti cadere altro non fosse che una sorta di bottiglia di Klein e ho così scoperto strane coincidenze oltre a terribili sospetti sul conto dello scrittore inglese (che forse erano già noti a tutti tranne che a me). Riguardo al mal di testa, di cui parla elena ( da bambino una dose eccessiva di analgesico mi fece letteralmente cagare addosso. Cioè, ero sul divano semisvenuto e sentivo che dovevo farla, però non riuscivo ad opporre resistenza, come in un incubo, e così lasciai che le mutande mi si riempissero per benino, pensando a quale scusa assurda avrei accampato di fronte ai miei genitori. La vicenda deve avermi traumatizzato, perché uno dei miei incubi ricorrenti è quello di cagarmi addosso in un luogo affollato e di vedere una folla spersonalizzata e monodimensionale trasformarsi improvvisamente in un pubblico estremamente critico), a Carrol fu diagnosticata erroneamente l’epilessia, quando in verità il suo problema era una forma molto rara di emicrania che nel manifestarsi può dare sintomi neurologici simili all’epilessia (aura). Elena parla anche di fotografia, e Carroll (che allora era ancora Dodgson) divenne famoso proprio grazie alla fotografia. Il fatto che nella stragrande maggioranza delle sue opere (purtroppo andate perse o distrutte dall’autore stesso) fossero rappresentate bambine nude (che a detta di Dodgson erano incarnazione dei suoi principi estetici) suscita ancora dibattiti sulla sua presunta pedofilia. A discolpare Dodgson non viene in aiuto la constatazione che egli richiedesse sempre la presenza di uno dei genitori (generalmente la madre) dei soggetti ritratti mentre posavano per lui, cosa che da taluni viene interpretata come una forma di autodisciplina che il futuro creatore di Alice si imponeva per non cedere a una orribile tentazione. Va detto però che nell’inghilterra vittoriana le immagini di bambini nudi non suscitavano scandalo e che vari grandi fotografi immortalarono modelli di bellezza puerile incontaminata. E poi Carroll ebbe un numero elevatissimo di amanti (adulte), così preferisco pensare che lui fosse effettivamente interessato ai bambini per ragioni astrattamente estetiche e, più in concreto, per scoparsi le madri. Chissà.

    Tuli, non puoi lanciare la pietra nascondendoti dietro un dito (com’era il detto?), voglio un riassunto del commento lunghissimo sulla mafiosità della poesia sulla mia scrivania entro domani.
    Cos’è che ti ha fatto decidere, in quel momento, di scrivere sulla ruffianeria della poesia?
    Ame, un giorno devo raccontarti del dottor O.

  17. anonimo / Gen 18 2008 5:09 pm

    Cazzo, sono tuli. Mi è partito il commento precedente mentre ero loggata come orientista (e adesso non mi ricordo più la password per tulipani, tra l’altro). Se mi cancelli il commento, te lo riposto come si deve.

  18. Climacus / Gen 18 2008 5:46 pm

    hahaha! (risata sadica!)

  19. tulipani / Gen 18 2008 6:46 pm

    Sei un amico :)
    Riecco il commento che avevo prudentemente copincollato:

    ***

    Beh, il commento se l’ho cancellato è perché mi pareva sciocco, e mica voglio passare per una gnocca sciocca.
    Comunque questa bottiglia di Klein è fichissima. E pensare che io credevo di poter risolvere il problema della circolarità con un banale sistema a petali!

  20. e.l.e.n.a. / Gen 19 2008 4:54 pm

    le fotografie di mr.dodgson non andarono tutte perdute.
    io ne vidi alcune.
    http://caterpillar.splinder.com/post/11729342#11729342
    (finepost)

    (ciao clim, perdona la citazione)

  21. Climacus / Gen 19 2008 5:56 pm

    bel post, elena, grazie per averlo segnalato. Bisogna leggerlo.
    Cito:
    “Distrattamente in posa, appoggiate sui gomiti, lo sguardo penetrante, fiero e dritto, in equilibrio a bolla fra innocenza e perversione in nuce.” (e.l.e.n.a)
    E’ il tuo sguardo -come al solito- ad essere penetrante :)

    La bottiglia è favolosa, tulip, solo che se la guardo per troppo tempo mi viene da vomitare. In testa mi si formano immagini impossibili da visualizzare se non attraverso distorsioni da capogiro di bottiglie di klein immerse in altre bottiglie di klein. L’iperbottiglia che ne risulta è semplicemente spaventosa: ho scoperto di non avere bisogno di acidi per farmi dei trip, mi basta la bottiglia.
    Senti… mi spiegheresti che cosa intendi per banale sistema a petali? Ho provato a fare una ricerca con google ma devo aver digitato alla cazzo, perché sono finito nel sito ufficiale delle biciclette graziella.

  22. anonimo / Gen 20 2008 12:13 am

    Mi hai fatto venire in mente la parola “autoingerimento” che a sua volta mi evoca qualcosa tipo paradosso di Russell oltre che una forma esasperata di bulimia. Devo andare a ritrovare tutto perché ora come ora non sono sicura di niente.

    Il sistema a petali ha il vantaggio di essere appena bidimensionale. Cioè, io avevo in mente una margherita, che fai il giro del petalo sul bordo e poi ti ritrovi quasi al punto di partenza e parti lungo il petalo successivo. Se non arrivano api, è un gioco da ragazzi.

    Sempre tuli, ancora sloggata.
    Buonanotte

  23. amelia1 / Gen 22 2008 11:37 am

    la spirale è circolare. ed è la forma della vita. non sto qui ad annoiarti con le teorie al riguardo. ma mi sto convincendo che
    o partiamo dal centro e ruotiamo all’infinito in avanti
    oppure partiamo dall’infinito grande per diventare infinitamente piccoli. un punto.

  24. Climacus / Gen 26 2008 10:15 am

    scusate il ritardo. Passo troppo tempo a scervellarmi con il sokoban. Ho pure dimenticato come doveva proseguire METAFICTION! So che c’era questo eiaculatore precoce che cercava una soluzione ai suoi problemi e la trovava qui sul mio blog ma poi non ricordo più nulla.
    Stamane mi sono svegliato con il sangue che mi ribolliva per la rabbia perché in un sogno, nonostante i miei ripetuti atti d’eroismo, una ragazza che pure aveva dimostrato per me interesse e intima simpatia, finiva col preferirmi il mio migliore amico. Questo si riallaccia a un dibattito iniziato sul blog di elena
    (caterpillar.splinder.com) e che riguardava i sogni in generale e più in particolare quella capacità che a volte sperimentiamo di poter cambiare intenzionalmente il corso di un sogno se esso raggiunge uno snodo a noi decisamente sfavorevole (l’inseguitore armato di scure ci ha ormai raggiunti, i motori dell’aereo su cui viaggiamo si rompono e un’ala si stacca, i nostri superpoteri si interrompono bruscamente mentre stiamo facendo roteare sulla nostra testa un’autocisterna di 200 tonnellate). La rabbia nasceva dalla consapevolezza di aver rinunciato alla possibilità di mutare gli eventi e conquistare definitivamente la ragazza contesa per 2 motivi:
    1 il narcisismo che mi contraddistingue e che mi ha imposto prove di coraggio e forza come quella di sventare uno scippo dopo una violenta colluttazione con un individuo evidentemente psicotico e dotato di coltello da cucina, dimostrazioni queste che ottenevano l’effetto indesiderato di rendere il mio migliore amico e rivale in amore più desiderabile agli occhi della donna contesa proprio per la sua ‘normalità sfigata’ di contro al mio esibizionismo (ancora più sfigato) che però rendevano me più desiderabile ai miei occhi. [tutto ciò si può riassumere nella frase: ho preferito i miei ai suoi occhi.]
    2 la mia assoluta ingenuità nel lasciarmi abbindolare dalla ‘normalità sfigata’ summenzionata, una mancanza forse solo ‘studiata’ nel mio amico-rivale di personalità e talento che, per compassione, mi induceva ad abbandonare la sfida ancor prima di riflettere e realizzare che, se nel sogno quello fico sono io, nella vita reale è l’esatto contrario e perciò se c’era qualcuno che meritava una donna e che avrebbe dovuto far uso del potere di cambiare il corso degli eventi sognati, facendo magari scomparire l’amico d’infanzia in un tragico incidente automobilistico causato dalla sua ubriachezza, dopo una nottata passata a piangersi addosso e bere disperatamente per lo scontento e il disprezzo nei confronti di sé per non aver saputo intervenire con altrettanta fermezza nell’episodio dello scippo, quello ero io.

    Tuli, amo i paradossi. So che su wikipedia è dedicata una sezione intera ai vari paradossi storici. Aspetta che la trovo.

    Ecco qui, amor mio
    http://it.wikipedia.org/wiki/Elenco_di_paradossi
    Qualche giorno fa mi è venuto in mente un falso paradosso che recitava più o meno così:
    se New York è capitale del suo Stato, Seattle non può essere capitale dello Stato di New York. Ma lo è.
    A proposito, il mio paradosso preferito rimane sempre quello di Epimenide, per la sua semplicità da brividi: questa affermazione è falsa.
    L’ultimo paradosso incontrato, invece, è quello di Berry.

    Ame, non so perché, ma credo che per le donne sia più semplice concepire la vita in forma di spirale.
    Questa visione io la faccio dipendere dal ciclo mestruale, ma non ho argomenti per una dimostrazione.
    Tra l’altro, quando ho letto per la prima volta il tuo commento, mi sono ritrovato a pronunciare quasi inconsapevolmente il nome di Bergson. Ci dev’essere qualche affinità tra la spirale e la curiosa biologia-tassonomia bergsoniana, basata sulla teoria dello slancio vitale, che Monod, nel famoso ‘il caso e la necessità‘, liquidò come una favoletta graziosa.

  25. Climacus / Gen 26 2008 10:26 am

    ah, tuli, ho appena scoperto, leggendo la parte di wikipedia dedicata al paradosso di Berry, che quello di New York, che io ho chiamato provvisoriamente finto paradosso, si definisce (come altri finti paradossi considerati a lungo veri) antinomia linguistica.

  26. Ubikindred / Gen 28 2008 2:58 pm

    Vedendo l’ardito spettacolo di questi giorni, francamente ne dubito (amico Clim, era un po’ che non ti si leggeva, come butta?)

  27. anonimo / Gen 29 2008 1:42 am

    Ogni volta – ogni volta, io dico – che leggo quello che scrivi, c’ho il cervello che mi si spacca in tre parti: la prima, che si prostra in adorazione verso la figura – te, per inciso – che sta sulla sommità d’uno ziggurat, stagliata contro il sole; la seconda, che svisiona su tutta le possibile nomotetica necessaria (che cazzo sto dicendo fermami ti prego) per seguire non solo la narrazione a nastro (di mobius – ché quando l’hai nominato mi sono piegato in due da un fiotto eiaculatorio istantanea) ma anche i commenti (porca puttana citi anche la bottiglia di klein); e il terzo che pronuncia in continuazione analnatrak utwas betodh dokiel dienvé piangendo e ridendo.

    Sei un grande :)

    – Akin

  28. Climacus / Gen 29 2008 12:15 pm

    minchia akin, dopo il tuo commento ogni volta che scriverò qualcosa mi cagherò addosso per paura di non essere all’altezza delle tue aspettative. Otto anni di psicoterapia per ridurre le mie proprie aspettative riguardo a me stesso gettate alle ortiche. Ormai ti ho interiorizzato: sei il mio io ubriaco. Ah!
    Scherzi a parte, per caso tu hai studiato matematica (oppure una materia che richiedesse conoscenze matematiche superiori) all’università?
    Oh, grazie mille per i complimenti, pazzo che non sei altro :D

    Ubik, la soglia dell’indecenza, in effetti, è in continuo avanzamento f.fwd. La politica corre verso la pornografia. La pornografia corre verso lo snuff. Achille insegue la tartaruga. Io me ne sto seduto.
    Insomma, per buttare butta, ma occorre an-estetizzarsi.

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