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novembre 22, 2007 / Climacter

Annusarsi
 
No, non so cucinare. Ho un palato sopraffino? Non direi. Distinguo a malapena il dolce dall’amaro, il buono dal cattivo, il naturale dall’artificiale, l’edibile dal tossico, il sapore arriccianaso del rimedio omeopatico da quello del farmaco sintetico – che è un po’ come distinguere il cd dal vinile- la bolognese dalla bolognaise, che è più acidula e zuccherosa, ma il vinile fa le fusa; è un po’ come discernere il grana padano dal parmigiano reggiano e così, più castrato che vergine, mi fermo inebetito di fronte al dilemma se sia San Daniele o Parma o magari culatello, che al tatto è viscoso forse o forse più liscio e asciutto, ma è di gusto che disputiamo, non di lino o di velluto. Da un po’ di giorni ho uno chef che mi gira per i sogni e nei sogni stessi gira -è uno chef, non un regista-; vagola in autobus insomma o a piedi come uno che è solo di passaggio e passando osservi una mappa senza neppure saperlo e sulla mappa discerna ciò che è straniero e altro rispetto a quella cucina un po’ antro un po’ atelier dell’artista un po’ tana tapezzata di raso e gianduia, soffermandosi appena per il tempo necessario a ingannarsi e dimenticare il tempo. Il tempo e la mappa. La cura che dedico alle mani con creme alla glicerina e alle unghie e tutt’attorno, quello smussare le crepe minuscole di quando l’urto con la forma a cilindro dalle alette di metallo cromato, oppure alluminio anodizzato sbrecca, trancia, frastaglia o quel microscopico rugomare con i denti davanti le pellicine che si sollevano, lo sfregamento della carta vetrata che abrade: questo è tutto ciò che conosco. Evitare che le asperità di milioni di cellule morte facciano da uncino al filo più volte ritorto, voluminizzato che, trascinato nel cataclisma, smaglia una trama altrimenti perfetta; di questo saprei scrivere, non certo del viaggio mentale di un cuoco (la cui mappa sia fatta di tappe concrete come dati sensibili che anneriscano caselle vuote) che sui sensi interrogandosi in un’epifania finisca col disquisire di gusto e d’olfatto e di morte e vi s’impatani. E’ un progetto in cui affondare fino alla gola.
Che lui veda un gatto ciondolare su di un marciapiede non lontano dalla fermata dell’autobus; che un altro gatto s’avvicini al primo, vi si strusci per poi sotto la coda odorarlo, dove risaltano testicoli grossi come noci; che lui sia colpito dalla loro grandezza e dal turgore e che poi, come illuminato, certo incuriosito, voglia conoscere da uno dei passeggeri, quello con l’aria più saggia (perché ormai è salito, l’autobus è partito, il viaggio comincia, mi sento a disagio) se siano il bucetto o i genitali a informare di qualcosa gli animali; beh, a me sembra poco verosimile per uno chef di cui non saprei abbozzare neppure un frego di ritratto. Cucire la punta di calze da donna è il mio lavoro; un lavoro che si dipana al ritmo di 36 tubi al minuto. Tubo è il gambaletto, il calzino, la calza, il collant appena sfornato dalla macchina circolare di tessitura; un cilidro la cui sommità viene fatta scorrere sotto una tagliacuci che applica ai due lembi di tessuto compresso tra un piedino premistoffa e una griffa trasportatrice e sagomato ad arco da una speciale forbice automatica l’intreccio, detto catenella, di tre fili di nylon ordito dall’ago e da due crochet (navetta) in ragione di otto dieci punti al centimetro. Mi chiamo operatore. Sono seduto. Viaggio. Osservo dal finestrino in un certo senso. Da una cesta che contiene le calze smacchinate alla mia destra abbranco un tubo per il bordo elasticizzato e lo posiziono su una sorta di gambale orizzontale alla mia sinistra facente parte di un apparato ruotante a dieci bracci. Al passaggio dell’elastico, tre fotocellule azionano e coordinano una puleggia in gommapiuma (ruota di carico) che fa scivolare la calza per tutta la sua lunghezza sul braccio in modo tale che la punta venga a trovarsi all’altezza giusta per essere cucita e contemporaneamente fa scattare l’apparato rotante -dovete pensare ad un mulino- che fa salire un nuovo gambale pronto per essere caricato. Il braccio è un cilindro con delle alette di metallo che facilitano il posizionamento: la calza già cucita incontra una nuova puleggia (ruota di scarico) che ne agevola l’ingresso nel cilindro all’interno del quale viene risucchiata da una corrente d’aria compressa e sospinta fino ad un convogliatore (curiosamente chiamato Dream) che la deposita ordinatamente in una cesta. Il termine operatore mi definisce. Cucio circa mileottocento calze all’ora. Il mio braccio in fondo non è diverso dai bracci del macchinario. Preciso. Inflessibile. Posso fare tutto senza concentrarmi, libero di viaggiare con la mente. E’ da operatore che sogno ad occhi aperti il sogno dello chef che gira e gira e dal finestrino dell’autobus vede ora cavalli trainare carrozze ma ecco che l’odore si trasforma in un miasma ed eccolo pensare a come l’olfatto sia una recente riscoperta, perché il tanfo era, è insostenibile. Gli uomini che vennero prima di noi non potevano sentire gli odori. E’ ridicolo indugiare un istante sulla parola aromi. Per strada merda di cavallo e merda d’uomo e scaracchi che lo portano d’incanto dentro le case, ai cubicoli dei poveri come negli alloggi dei borghesi, sotto ai letti, lenzuola e materassi zuppi di piscio mai lavati, neppure i vestiti, pitali gonfi che debordano, e le finestre che si aprono e per una scagazzata e del piscio scaraventati fuori a lordare i muri la strada i passanti nuove zaffate invadono le camere e si mescolano a sperma sudore denti marci ratti morti frattaglie vomito malattia morte; tutto è talmente forte che per poco non ci rimetti la pelle. E davvero non vorrei essere uno chef adesso che mi trovo circondato dal fetore di corpi in decomposizione che nessuno si preoccupa di bruciare (lui pensa), in una palude focolaio di malaria, in un lebbrosario, inseguito dal raschio della tubercolosi. La cucina è poesia. Sono innamorato del tuo odore. Il tuo profumo è memoria di lusinghe e piaceri che indugiano sul palato. Il tuo odore è quello del rimorso ora che te ne sei andato. Il tuo odore. E il sogno finisce.
 
 
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17 commenti

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  1. amelia1 / Nov 22 2007 11:34 pm

    l’odore di una persona lo senti solo se la ami o la odi.
    altrimenti è come un gambale per le calze. è un gesto senza pensiero.

  2. Climacus / Nov 23 2007 8:58 am

    l’odore di una persona lo senti se la odi. Non è un gioco di parole. Ma è strano come quell’odi faccia confluire insieme l’odiare e l’udire.
    Ci sto pensando sopra, Ame. Quando ami una persona è vero che senti il suo odore; molto meno palpabile è invece l’odore associato all’odio. L’odio può dare la stessa intimità che dà l’amore? Può darsi. Certo dev’essere uno di quegli odori che procurano emicranie, come quando ti trovi vicino a qualcuno che ha messo troppo profumo. Ecco, in una situazione simile, con il profumo che ti brucia nelle narici e il mal di testa che sale, io picchierei volentieri chi ha esagerato con l’intruglio diabolico.
    Forse la tua frase si può ribaltare, tanto qui non si cercano verità dimostrabili, solo illuminazioni istantanee, delle polaroid che uno conserva o getta sulla base di simpatie o antipatie fulminee, convergenze divergenze e idiosincrasie. Ami o odi una persona solo se ne puoi sentire l’odore.

  3. Ubikindred / Nov 23 2007 10:35 am

    L’odio, io credo, può essere molto più intimo dell’amore..nell’esplorare colui che odi, non temi di scoprire qualcosa che possa ferirti…o no? Mah..
    P.S.
    Ma perchè, tu vedi qualche politico in giro? :-D

  4. e.l.e.n.a. / Nov 23 2007 11:59 am

    credo che nell’amore sia contenuto anche un po’ di odio. come quelle fialette di veleno riposte in un anello, o in un pendente. un veleno salvifico.
    serve per farci morire un po’ e, poi, risuscitare nell’amore, credo.
    altrimenti sarebbe soltanto routinaria benevolenza.

    in realtà tu è come se accarezzassi milioni di gambe.
    seppur nella dislocazione del pensiero che ti porta in un altrove più o meno lontano, tu sei, al tempo stesso, preciso e presente, comunque.

    ciao, clim.

  5. amelia1 / Nov 23 2007 12:49 pm

    la faccenda è che tu ami e odi sopraffino. dipende dal tuo odorato. e, sì, la frase si può ribaltare.

  6. Climacus / Nov 24 2007 1:35 pm

    il problema è questo, e me n’ero dimenticato: l’olfatto (come il gusto, che ne è inseparabile, tanto che i sensi dovrebbero essere 4) è un privilegio per pochi. La sfera olfattiva dei non privilegiati è talmente ridotta che, se la si potesse tradurre con una sinestesia in visione, sarebbe poco più di un nero e bianco. Forse su questo rifletteva lo chef: che persino il campo di esperienza senziente dei poveracci è ridotto alla miseria, a un lumicino che si spegne.( Come se me ne fregasse qualcosa, ipocrita del cazzo)
    Sapete, è una di quelle scoperte ovvie che ti colpiscono come una calcio nel culo.

  7. Climacus / Nov 25 2007 12:21 pm

    Cristo elena, tu mi porti a credere che se producessi preservativi, accarezzerei milioni di cazzi!

    No, Ame, è lo chef che ama e odia sopraffino. Io sono un cialtrone sia nell’odio che nell’amore.

    Ubik, esplorerei chi odio solo se fossi un doganiere e lui un sospetto corriere della droga. Ci andrei col guanto di lattice.

  8. IlLinchetto / Nov 25 2007 3:56 pm

    Per odiare bene, per amare e per sentire gli odori – tutte attività primordiali – bisogna allargare lo sguardo. E anche per cucinare, se ci pensi bene!

  9. Climacus / Nov 26 2007 1:49 pm

    a me lo sguardo tocca strizzarlo e farlo passare tra le ciglia, perché sono miope e sebbene porti gli occhiali non ho perso l’abitudine di comportarmi come chi veda davanti a sé solo ombre (grazie d’essere passato, linchetto)

  10. Ubikindred / Nov 27 2007 2:11 pm

    E se poi gli piace? Dovresti saperlo prima ;-)
    P.S.
    L’unica se vivi in centro è rottamarla l’auto, lo dico per esperienza!

  11. amelia1 / Nov 30 2007 6:59 am

    c’è una miopia che mette in condizione di inventare.
    conoscevo una signora anziana che è diventata cieca. parlava poco, prima. poi ha dovuto nominare le cose. non è poco, eh?

  12. tulipani / Dic 3 2007 5:23 pm

    Io non sento l’odore di cimice, forse te l’avevo già detto. Questa lacuna (secondo alcuni vantaggiosa) ha minato profondamente la mia fiducia nella possibilità della conoscenza sensibile e la sicurezza di me in generale. Metti che un’ascella mi puzzi di cimice e io non me ne accorga.

    Invece i tuoi pezzi capita sempre più spesso che debba/voglia leggerli almeno due volte. Qui ci trovo anche un bel pacco di evocazioni tattili, nonostante il tuo scetticismo di poter del tatto parlare. Bravo.

  13. anonimo / Dic 5 2007 12:50 pm

    eccolo quando meno te l’aspetti, il climacus. Firefox e Explorer non mi lasciavano più accedere alla finestra dei commenti, non solo la mia, ogni finestra che si rispetti, così ho dovuto installare un nuovo browser compatibile per windows 98, e nella ricerca del suddetto browser ho scoperto che i tecnocrati dell’informatica guardano con raccapriccio a chi come me non si adegua alle novità tanto che il tenutario di un sito con vari programmi scaricabili per windows 98, a mo’ di scusa per aver inserito tanta obsolescenza nella sua paginetta web, accanto alla voce “dowloads per win 98” aggiungeva addirittura un inciso veramente sprezzante tipo “ebbene sì, c’è ancora chi lo usa” con tre punti esclamativi. Il preservativo spray sarà pure sicuro e straordinariamente calzante, ma tu non mi puoi ghettizzare se io uso ancora il goldone di budello. Arriverà un giorno in cui chi usa windows 98 sarà considerato à la page, un vero genio dell’anticonformismo, un sofisticato e autoironico arbiter elegantiarum, e le donne vorrano ispezionare il vostro sistema operativo prima di darvela e io sarò l’idolo della figa.
    Cara Tuli, sai che non sono per niente soddisfatto del pezzo? L’ultima parte è sgonfia, approssimata, inconcludente, muta. Il fatto è che la descrizione tecnica del macchinario mi ha devastato. E visto che mi impongo di iniziare, terminare, rivedere, postare un brano in un giorno solo, possibilmente di getto, il viaggio finale attraverso il lezzo riverbera la mia stanchezza. Ho anche omesso una storia che doveva incastrarsi nel viaggio e che reinserirò in una seconda versione del pezzo.
    Penso che tu abbia ragione sulle evocazioni tattili, anche se sono più un risultato inconsapevole che il prodotto di una ricerca. Sono tutte alimentate da quella descrizione centrale, dalla percezione che chi fa quel genere di lavoro abbia sviluppato una sensibilità tattile molto accentuata, anche se nel testo non viene detto esplicitamente.
    Peccato che anche l’excursus nel linguaggio tecnico che spiega certi meccanismi e che è un tentativo di imitare quelle pagine incredibili di Pastorale Americana in cui Philip Roth, attraverso Lo Svedese, riporta nei minimi particolari tutte le operazioni che servono per fabbricare un guanto da donna in pelle (che libro!), sia piuttosto miserello.

  14. appenaintempo / Dic 7 2007 9:00 am

    Ho questo ricordo di un odore pungente, subito dopo averle sfilato le mutandine. E non lo so mica, se ora non la odiassi, se me lo ricorderei così.

  15. Climacus / Dic 9 2007 11:48 am

    favoloso, sono riuscito ad entrare! (nella pop up, si intende)
    Mutatis mutandis, per certe donne che continuo cordialmente a odiare, conservo memoria di odori luccicanti come di odori opachi. L’odore luccicante è stroboscopico, persiste come le macchie che veleggiano negli occhi chiusi, sotto le palpebre, dopo essere stati abbagliati. E’ come elettricità statica. E’ salato. E’ di un blu cangiante. Acuto ma non stridente. E’ un falsetto ridente.
    L’odore opaco invece è proprio quello dei crisantemi sfioriti. Esce dalle froge delle vacche. E’ una lingua di manzo messa a bollire. Un a fetta di melone che appesta il frigorifero. Cose così.
    Hai fatto bene, appenaintempo, a ricordare che anche gli odori, sebbene più evanescenti, si fermino nella memoria e da questa vengano trasfigurati, come le immagini.

    Ame, qui si ritorna a DeLillo e Underworld, che già avevo citato per te altrove. Il grassetto è mio.
    Senti che bello:
    “Si sporse sopra la scrivania e fissò i miei stivali bagnati.

    -Nominami le parti. Coraggio. Qui non siamo così ricercati, non siamo così intellettualmente chic da non poter esaminare uno studente faccia a faccia.
    -Nominare le parti, -dissi. -D’accordo. Stringhe.
    -Stringhe, una su ogni scarpa. Procedi.
    Alzai un piede e lo girai goffamente.
    -Suola e tacco.
    -Sì, continua.
    Posai di nuovo il piede a terra e guardai lo stivale, che mi parve inespressivo quanto uno scatolone chiuso.
    -Procedi, ragazzo.
    -Non c’è molto da nominare, non le pare? Un davanti e un dietro.
    -Un davanti e un dietro. Mi fai venire voglia di piangere.
    -La parte arrotondata sul davanti.
    -Sei talmente eloquente che devo fare una pausa per riavermi. Hai nominato le stringhe. Come si chiama il lembo sotto le stringhe?
    -La linguetta.
    -Be’?
    -Il nome lo sapevo, solo che non l’avevo vista.

    -Non l’hai vista perché non sai guardare. E non sai guardare perché non conosci i nomi.
    … [qui il maestro, che è un gesuita, padre Paulus, si toglie una scarpa e la mette sulla scrivania]
    -D’accordo, -disse. -Suola e tacco li conosciamo.
    -Sì.
    -E abbiamo identificato la linguetta e le stringhe.
    -Sì,- dissi.
    Delineò con il dito una striscia di pelle che attraversava il bordo superiore della scarpa e scendeva sotto la stringa.
    -Cos’è?- chiesi io.
    -Dimmelo tu. Cos’è?
    -Non lo so.
    -E’ il risvolto.
    -Il risvolto.
    -Il risvolto. E questa sezione rigida sopra il tacco. Questo è il rinforzo.
    -Questo è il rinforzo.
    -E questo pezzo a metà tra il risvolto e la striscia sopra la suola. Questo è il dorso.
    -Il dorso,- ripetei.
    -E la striscia sopra la suola. Quello è il guardone. Ripetilo, ragazzo.
    -Il guardone.
    -Lo vedi, come restano nascoste le cose di tutti i giorni? Perché non sappiamo come si chiamano. E l’area frontale che copre il collo della scarpa, come si chiama?
    -Non lo so.
    -Non lo sai. Si chiama tomaia.
    -Tomaia.
    -Ripetilo.
    -Tomaia. L’area frontale che copre il collo della scarpa. Credevo di non dover imparare le cose a memoria.
    -Sono le idee, che non devi imparare a memoria. E non prenderci troppo sul serio quando arricciamo il naso di fronte all’apprendimento a memoria. La ripetizione a memoria aiuta a costruire l’uomo. E la stringa la fai passare attraverso che cosa?
    -Questo dovrei saperlo.
    -Certo che lo sai. I buchi su entrambi i lati e sopra la linguetta.
    -Non mi viene in mente la parola. Occhiello.
    -Forse ti lascerò vivere, dopotutto.
    -Gli occhielli.
    -Sì. E il rivestimento metallico su ciascuna estremità della stringa.
    Diede un colpetto all’oggetto in questione con il dito medio.
    -Questo non lo saprei neanche tra un milione di anni.
    -L’aghetto.
    -Neanche tra un milione di anni.
    -Il puntale o aghetto.
    -L’aghetto,- ripetei.
    -E il piccolo anello di metallo che rinforza il bordo dell’occhiello attraverso cui passa l’aghetto. Stiamo facendo la fisica del linguaggio, Shay.
    -L’anellino.
    -Lo vedi?
    -Sì.
    -Questa ̬ la guarnizione, Рdisse.
    -Oddio ragazzi!
    -La guarnizione. Imparala, conoscila e amala.
    -Sto andando fuori di testa.

    -Le cose di ogni giorno rappresentano la conoscenza più trascurata. Questi nomi sono vitali per il tuo progresso. Cose quotidiane. Se non fossero così importanti, non useremmo una parola così splendida di derivazione latina. Ripetila, – mi intimò.
    -Quotidiano.
    -Una parola straordinaria che suggerisce la portata e la profondità del luogo comune.”
    Don DeLillo, Underworld (Einaudi)

  16. amelia1 / Dic 10 2007 5:36 pm

    esattamente così.

    se potessi, ora mi inchinerei. le cose esistono se le sappiamo nominare.

    meneghello ne era un maestro, anche.

    (grazie)

  17. appenaintempo / Dic 12 2007 1:43 pm

    Gran bel libro quello lì. Non me la ricordavo quella scena. Io mi sa che ho dissezionato allo stesso modo L’arcobaleno della gravità di Pinchon.
    A ognuno il suo.

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