Skip to content
giugno 1, 2006 / Climacter

Circumnavigando il mappamondo

"(…) ha cominciato a realizzare su un foglio di carta da imballaggio marrone (…), un bel sogno per il quale fino ad ora le era mancato il tempo: dipingere realisticamente la sezione di un solo strato della retina. Leni è davvero decisa a farci stare sei milioni di coni e cento milioni di bastoncelli, e tutto questo con la scatola di colori per bambini lasciatale da suo figlio (…)."
Heinrich Böll, Foto di Gruppo con Signora

Il post che segue scaturisce dall’anticamente fitta corrispondenza con la persona cui va ascritto il merito d’aver inventato il Caffeluce, marika.

Chi è pratico di vita mondana, difficilmente vivrà in un eremo e ancor più difficilmente ignorerà l’esistenza del Caffèluce, che è il luogo che mi sforzerò di illustrare all’ipotetico cenobita, allo stilita, allo Zarathustra che ha appena salutato l’alba insieme ai corni e ai timpani di Strauss Richard e che, ridiscesa l’erta col bastone e i sandali, non potrà che bussare all’uscio della Locanda, il Caffeluce appunto.

Entra con me, viadante, e sfregati via le cataratte dagli occhi, giacché non crederai a una sola parola di polvere di smeriglio che, goccia su goccia come collirio -ah, vedi come la luce già impregna il mio stilo e come le assonanze e, t’accorgi, le rime, sodali dell’ineffabile (possano le prime discordare e le seconde dissonare o viceversa), nel calamaio chiedano asilo!- ti riverserò negli orecchi. E se giudicherai le parole che vado stillandoti menzognere, ohibò, prova a sbugiardarmi: di quelle stesse pusillanimi ciancicone dovrai servirti, diffidente che non sei altro! (Possano i diffidenti fidare siccome i mendaci avverare, o viceversa)
Exordior, adunque!
 
Al caffeluce si incontrano solo artisti. Qualcuno viene dalla Parigi anni trenta del secolo scorso, per lo più scrittori che non riuscirono a eguagliare Joyce e Celine, che vissero alla Henry Miller ma che, dalle esperienze vitalistiche cavarono fuori 6 pagine memorabili e centomila righi di -ismi. Qualcuno ancora deve nascere, e già si dice che sarà il prossimo Salinger. I prossimi Salinger sono seduti ai tavolini negli angoli della prima sala, sorseggiano poesie neorealiste, giocano a scacchi con Ingmar Bergman, parlano delle notizie di dopodomani, come la guerra nello Yucatan, la seconda presa della Bastiglia da parte dei clochard venuti da Marsiglia, dell’ufo avvistato a Miami e abbattuto da un satellite militare cinese, capitanato da Lao Zedong e dalla scimmietta Lee Xi, della conquista dell’ultima vetta inviolata, una montagnola di guano alta poco più di mille metri, dove le rondini svernano e innalzano roccheforti di stoppie, nel deserto del Kalahari. La prima sala del caffeluce ha un lucernario infisso nel pavimento, da cui sale una folgore verde fino al controlucernario appeso al soffitto altissimo e conico, che all’esterno sembra il becco di un fenicottero. Le ombre, anziché stampigliarsi contro le pareti o srotolarsi fin sotto la porta di ceramica, lungo l’acciotolato di via Marzapane e oltre, nella fontana che adorna l’isoletta galleggiante nel mezzo di Piazza Basamento, raggiungibile attraverso un ponte di barche di carta, e oltre, sotto l’arco che segna l’ingresso dell’acropoli, e oltre, sui tetti e le terrazze della città bassa, vengono risucchiate verso l’alto dall’abbaino che tronca il cilidro aguzzo o spinte, sempre verso l’alto, dalla folgore verde, senza mai perdere la forma e il volume dei corpi di là da venire cui appartengono o, per meglio dire, apparterranno. Nella seconda sala del caffeluce, fatti tre gradini, ci sono i pittori dadisti, vestiti come operai metalmeccanici, le tute rabberciate da brani di tele miniate, paesaggi bucolici, idilli amorosi, putti e vergini paffute, ammantate d’aerei tessuti. I rattoppi sono sostenuti da bulloni, veri omaggi all’estetica e all’ironica poetica che riabilita l’uomo qualunque, facendone istrionico buffone di corte, furbo e vincente come i servi delle commedie di Plauto e Terenzio, magari Moliere. I bulloni sono in perpetuo movimento, perché i dadisti piroettano; gracidando, essi saltabeccano da una ninfea all’altra, ammonticchiandosi su di un fior di loto carnivoro che si squaglia, scivolando fuori dal dipinto per essere calpestato dal cameriere di turno, un Rimbaud grassoccio e ammutolito, e promanare schizzi di colore puro che fecondano nuovi stagni e nuove ninfee, nuove nature morte caravaggesche, divoranti l’iridescenza che anima il caffeluce per spalancare spelonche da cui affiorano, ben prima che l’alba divampi, antelucani progenitori di miti e lunari carcasse viventi alla Lucian Freud (corpi nudi, corpi decomposti come foglie d’acquitrino, autoritratti di Bacon). E’ l’anima scura del caffeluce, l’anima niestzchiana, la metafisica che cospira contro la metafisica, quella che conduce, attraverso un portone marcescente, in un vicolo ostruito da rampicanti che, convergendo dai muri laterali si giungono come dita di mille mani ossute e nodose, alla Schiele, come l’ordito di una rete da pescatore, inestricabile, come bocche e orifizi mostruosi d’un cetaceo millenario che porti stampato a fuoco sul dorso il monito che lì finisce il mondo, lì finisce la terra, che al cospetto dell’intrico, il gioco del superuomo, con la sua risata di rapace, si infrange contro i frastagli delle colonne d’Ercole, simili a fiordi vertiginosi. Da quei fiordi, sdraiato a sfiorare con lo sguardo l’abisso, Poe vide il Maelstroem e solo aggrappandosi a una botte non rimase invischiato alla feccia della fossa delle Marianne. Ecco il vicolo dove i mangiatori di patate vanno a smaltire la sbornia, inciampando nei loro stessi lacci, senza mai tornare indietro. Dicono che al di là del muro di rampicanti vi siano altri caffeluce, oppure deserti del Gobi, oppure lo stretto di Bering, oppure vigneti abitati da gatti selvatici del Nilo con profili da alieni. Dalla terza sala, la vista su Nuova York è indimenticabile. Se sbirci dalla feritoia a nord, puoi ammirare le alpi. Quando imbrunisce, il Monte Rosa si fa di porpora e svetta più dell’Aconcagua che, al vespro, è di un giallo abbacinante; al mattutino invece, visto dalla 45esima strada, all’incrocio con eastside street, proprio su quel fazzoletto di marciapiede dove ho incontrato Jefferson; visto da Jefferson, un amico barbone che mi indicò la stella polare e nei cui occhi dovrai allignare, lettore, l’Everest sembra fatto di coralli che gli indigeni della vicina isola di Marutea raccolgono sulla spiaggia, dopo il primo acquazzone monsonico, e trasportano nella giungla, un brulichio selvaggio di mosche leone, la criniera bianca, per adornare il sagrato di una capanna circolare ronfante senza entrate che è il pantheon degli dei dormienti. Cercando tra grattacieli di container zeppi di diamanti, carbone e legname proveniente dalla Selva Ercinia, legname già senza corteccia che segue il corso del Reno sospinto dai pellicani trampolieri e dai pesci siluro allevati in polle sulfuree dai taglialegna nani venuti da Karlsruhe e che poi, superato Amburgo, superati i bastioni di ghiaccio del Baltico, spingendosi verso Dover, nella terra di Albione, sprofonda come un sacco di iuta riempito di sassi tra i flutti e, unitosi alla corrente del golfo, calda come lo Yucatanan conteso tra Messico e Argentina, la percorre a ritroso, mentre l’Atlantico, poco più sopra, mareggia e inghiotte isolotti intieri insieme alle voragini che il risucchio dei vulcani della dorsale, tremila metri più in basso, creano a ogni novilunio, voragini, voragini che branchi di tonni pellegrini e crocchi di piccoli pesci lanterna, lambiscono appena, rimanendo aggrappati alla soglia opalescente del gorgo, come a sfidare poseidone; cercando tra quei superammassi smaltati d’arancio che gocciolano resina di ferro ossidato, posti a difesa del porto, più imponenti delle mura di Troia, donde Astianatte fu lasciato cadere dalla mano infanticida degli atrivi e a cospetto delle quali, le mura di gerico hanno lo spessore dei cerchi concentrici che enumerano gli anni di una pianta novella; cercando una breccia microscopica ai piedi dei quasar di container pesanti come piccoli pianeti, Jefferson ha trovato gli ormeggi del vascello dell’Olandese, un relitto in verità, che imbarca acqua come un colino, eppure così sicuro da veleggiare sui marosi circumnavigando il Nord America, passando attraverso la baia di Hudson, insidiando le coste della penisola di Melville e dell’isola di Baffin e poi più su, oltre l’isola Victoria, scavando un solco nello stretto di McClure, sopra i ghiacci delle regioni inesplorate del Canada che, quando l’inverno è inclemente, fanno tutt’uno con la Groenlandia, discendendo per la costa pacifica una volta pagato il pedaggio agli inuit di punta Barrow, gettandosi nel pacifico non appena ha toccato la coda desertica della california per portarti in pochi giorni nella Melanesia, dove i nativi di Atlantide parlano un olandese vecchio di duecento e più anni. Ma vi sono altri atolli, poco più in là, dove conquistadores e genoani hano dato vita a un idioma che è un ibrido tra il latino commerciale, il catalano, e l’arabo. Con l’olandese, Jefferson ha discusso d’affari qualche giorno fa. Chiedeva foglie di canapa indiana in cambio di un viaggio fino al tropico del capricorno. Jefferson vuole vedere se al tropico corrisponde qualcosa di tangibi
le, che so, un tavolino di mogano sotto una pergola di viti rubizze, un pareo abbandonato sull’erba. Ha faticato parecchio per procurarsene della miglior qualità, dovendo persino avventurarsi nel Queens, quartiere di taxisti che uccidono per non sganciare il resto di dieci dollari e poi a Harlem, ma quando si è ripresentato ai docks con la mercanzia sudata, non ha più saputo ritrovare la via per il vascello. E ora l’Olandese sarà già partito per Papua con quell’avvocato che era stufo di andare in vacanza alla casa negli Hamptons. E Jefferson sarà tornato a dormire su quel fazzoletto di marciapiede che è la terza e ultima sala del caffeluce.

Annunci

8 commenti

Lascia un commento
  1. shemale / Giu 1 2006 8:26 pm

    Non credo sia un post, tecnicamente. Sempre che l’espressione “tecnicamente” abbia un senso in relazione ai post (che non possono reputarsi soluzioni retoriche consolidate come il sonetto petrarchesco, l’endecasillabo sciolto o il distico elegiaco). Ma, in buona sostanza, intendo dire che meriterebbe una lettura cartacea, soffice, attenta, disponibile alla pause e non impietosa nei confronti di iride e retina come questi malvagi e affilati cristalli liquidi.
    Vedrò di stamparla.
    Incantato, comunque.

  2. Seymandi / Giu 1 2006 11:43 pm

    Sono d’accordo. Anche perchè, parliamoci chiaro, qui è tutta un’altra tavola. C’è, per esempio, un minuscolo elettrodo che si chiama Ermeuna. Un pò come Padua Schiopps, anche il noto medico di Mecenate ha acquistato un nuovo televisore al plasmon. Il problema, è evidente, sta proprio nell’impossibilità di prendere il pane e rendere grazie. Una divisione piana. Un gradino di solitudine. Un elefante sotto i clichè. E se più tardi, come è accaduto nel 1997, fosse possibile fecondare un omino che tartaglia, ecco che comincia il giro che Terrence F. Gurt definì “incespato”.
    Un ululato di granelli. Semplici interlacciamenti che sanno di torrone. Weber, studioso che scrisse, tra le altre opere, “Eventualmente 3 volte” con il concetto (3) scritto per la prima volta in cifra e non in parola, ebbe modo di intendere e di volere.
    Ma cosa ne è stato di Ferìto Arescam?

  3. Climacus / Giu 6 2006 2:27 pm

    porco ex machina, i post troppo lunghi rompono i coglioni. Grazie d’avermi letto, seymandi and shemale. Da ora in poi scriverò solo cacate brevi. Tipo
    -E’ solo una formalità, signora. Con la firma, lei formalizza il suo consenso.
    -A cosa?
    -All’autopsia.
    РPerch̩, ci sono dei rischi?

  4. e.l.e.n.a. / Giu 6 2006 2:43 pm

    io ho assistito ad un’autopsia.

    certo che ci sono dei rischi!
    aver riscontro delle proprie supposizioni: trovare un uomo senza cuore. per esempio.

  5. Climacus / Giu 8 2006 11:13 am

    Ho un amico, detto Inos o forse Hynos, facciamo Inos, che, a seguito di una crassa crisi di nervi dava sfogo al suo disagio giovanile succhiando Tampax usati che comprava dalle compagne di classe a cifre esorbitanti, tipo venti sacchi, ahò. Lui lo raccontava orgoglioso ma nessuno gli dava credito, finché un giorno, di fronte a 10 persone disposte in cerchio attorno a lui, non estrasse l’assorbente dal portafoglio, lo mostrò agli astanti, che dall’odore di sardina (cito Joyce) e dal colore rugginoso stabilirono che era autenticamente usato e poi se lo infilò in bocca e succhiò avido. Se il qui presente Climmaco non vomitò, fu solo perché si era a inizio serata e ancora non era ubriaco. Climmaco interrogò poi Inos sui motivi di tale abito, e Inos rispose con noncuranza che valeva la pena farlo non tanto per il mestruo quanto perché in quell’assorbente si poteva assaporare il gusto vero di una figa.
    Inos era ed è tuttora inquietante. Si è iscritto a medicina e fila come un treno verso la laurea. Tutte le volte che lo vedo mi dice: “guarda che se vuoi assistere ad un’autopsia, il modo di farti entrare lo trovo senza problemi.”
    Ecco, io non voglio assistere con Inos vicino.

  6. narcisso / Giu 8 2006 12:11 pm

    bello. bello. scrivi bene.
    un saluto rosso plastica

  7. e.l.e.n.a. / Giu 8 2006 12:44 pm

    sì, meglio non averlo vicInos…

  8. Climacus / Giu 9 2006 12:28 pm

    Verissimo, Elenuzzola, Inos ci ha un alito che ammorba (e il poster di Pacciani in camera da letto).

    Grazie Narcisso, sono onorato. Di Burri si può dire che morì per l’arte aspirando l’arte. Spero dunque che il saluto rosso plastica non contenga miasmi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: