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aprile 14, 2006 / Climacter

Frattaglie e frattali: la collocazione della prostata (il tanto atteso cazzo di finale per il racconto ‘se vuoi… di quando l’ignoranza mi ha salvato’)

E’ sotto lo sguardo apatico di uomini e donne accalcati contro le pareti che mi calo i pantaloni. L’ambulatorio è una topaia, mancano i topi, anzi no, ce n’è uno che saetta tra le gambe degli astanti, uomini e donne ormai appiattiti, confusi nel grigio delle pareti e sempre più lontani, come se lo stanzino si fosse dilatato, e il topo è una scia colorata che zigzaga, ancor più colorata adesso, che è un mucchietto di pelo sprizzante liquore nero da sotto un anfibio corazzato del medico, un anfibio che macina piano mentre ossa gracili si frantumano, bianche come sabbia intrisa di canicola. E’ imperioso il medico che ancora non ha terminato di sminuzzare la poltiglia d’ossa e tempera rossa, ormai nera, mentre mi chiede di liberarmi di ogni residuo di pudore, d’avvoltolare i miei stracci su una sedia che s’accompagna ad un tavolo dalle gambe che lo fanno simile a una barella svolta, esili e arcuate, d’un metallo rugginoso, mentre il piano, su cui è steso un panno misero e un cuscino stracciato, spesso come una lastra di granito, evoca per solidità e non solo il banco del macellaio. Nudo, il corpo aureolato da sguardi che sfiorano terra e mai si posano se non per un soffio sulla pelle che per il freddo aggrinzisce, freddo anche lo sguardo, freddo quel letto improvvisato su cui ancora non mi stendo, perché balugina nell’occhio del medico una scintilla d’interesse che di riflesso m’induce a sbarrare con un braccio il seno e coprirmi il pube con la mano libera, ora so con certezza che la realtà da cui fuggivo era stata il rifugio.

Orlando 

Mi ha picchiata, strappando una cinghia ad uno degli astanti grigi, che, invece di far festa come gli uomini in accappatoio, i quali, adunati dal rumore di metamorfosi hanno violato l’ingresso all’ambulatorio del macellaio e si sono impilati tutt’attorno simili, identici a porci che il muso tuffano in una pozza di sterco e sangue rappreso, invece di gridare -puttana- e riderne nel naso, grugnendo, mugghiando, ruggendo, ancor più dilatando i muri e confondendovisi hanno mantenuto un silenzio che danza mutilato sull’imo sparso dai maiali, mi ha battuta prima con la cintura e poi a calci, facendomi rotolare sino al fondo della spelonca, troppo lontano da immaginare, infine mi ha trascinata su quel letto di frattaglie che si sono avvicendate, imprimendosi sul panno, sul cuscino fatto a brandelli, mi ha trascinata per i capelli e qui ha continuato a battermi, sulla schiena, nelle reni, spezzandomi una caviglia sotto i cingoli degli stivali marziali. E sul letto, divaricandomi le gambe, senza incontrare resistenza, perché ancora credevo e credo che la punizione fosse giusta per aver voluto fuggire una realtà di sogno che all’incubo era rifugio, sul letto mi ha stuprata, per consegnarmi poi, disgustato, ai suoi porci. Non per paura ho abbandonato la fantasia che mi faceva uomo. La stessa immaginifica sequenza di fantasticherie mi ha scacciato; nessun luogo, per quanto sgretolato, può sostituirsi a questa prigione e nessun luogo mi accoglierà, neppure da morta, perché persino il regno dei cieli di Orlando ha vergogna. 

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8 commenti

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  1. TirNanOg / Apr 14 2006 9:58 am

    …mi fermo per un salutino veloce, per gli auguri di rito e un abbraccione…Buona Pasqua!

  2. gattaca / Apr 15 2006 1:09 pm

    il finale di un racconto (non ho letto i precedenti, è la prima volta che vedo il tuo blog), un qualsiasi racconto, mi da sempre la sensazione di incredulità, incredulità data dal fatto che si crea un ambiente, persone e storie, un luogo, e la chiusura di un racconto (sempre necessaria) (mi) lascia sempre quel senso di attesa.

  3. brezzamarina / Apr 18 2006 5:11 pm

    questa decisamente non me l’aspettavo!

  4. anonimo / Apr 19 2006 10:02 pm

    Diobono che roba tosta. Per adesso sono diffusamente impressionata. Dovrò però rileggere per capire bene.
    Baci, climmino. Che è una vita che non ci si.

  5. anonimo / Apr 19 2006 10:04 pm

    Sono tulipani. Non vorrei mai che.

  6. Climacus / Apr 20 2006 12:17 pm

    Saluti a te, tirna, sempre in partenza alla volta di.
    Interessante ciò che dici, gattaca, anche se andrebbe riferito non tanto ai racconti in generale quanto ai pessimi racconti. Un buon racconto, questo è ciò che penso, deve chiudersi senza interrompere il senso di credulità che nasce dal patto tacito tra narratore e lettore. Se il patto si infrange, interviene la frustrazione, che in fondo può essere attesa (mai soddisfatta).

    Tulip, sono mesi che mi chiedo a cosa serva continuare a coltivare un blog, nutrirlo di scoramento, accudirlo con le unghie, se tu non ci sei. E infatti mi sa che chiudo i battenti (prima però salvo il salvabile e lo infilo in una gigantesca mail).
    Brezza, l’idea nasce da un film demenziale che ho visto 50 volte tra gli otto e i sedici anni, Top Secret, di Abrahams e Zucker.
    C’è un cantante americano famosissimo, una specie di Elvis, che parte per una tournée nella germania dell’est degli anni sessanta. La famigerata polizia segreta, credendo sia una spia, lo cattura e cerca di farlo confessare. Mentre viene torturato, il prigioniero sviene e sogna, sogna che si presenta in ritardo a scuola proprio il giorno in cui deve sostenere un esame fondamentale. Quando si sveglia tutto angosciato dall’incubo, l’aguzzino lo sta frustando. Lui se ne avvede e, con un sospiro di sollievo dice -bentornata, cara vecchia accogliente realtà.-
    Ciao a tutti

  7. narcisso / Apr 21 2006 9:02 pm

    arrivo qui per caso e vedo burri. troppo bello.
    ciao

  8. fuoridaidenti / Apr 21 2006 10:14 pm

    Non c’ho capito un cazzo ma è molto bello

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