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gennaio 10, 2006 / Climacter

Avvertenza: il racconto che segue è gia apparso in maggio su questo rispettabile blog. La versione attuale, tuttavia, appare nettamente diversa dalla prima stesura, risentendo inevitabilmente degli echi delle mie ultime letture (cavie di Palanhiuck o come cazzo si scrive -Palacoso, direbbe Tulipani- e Lunar Park di Bret Easton Ellis). Oltre ad alcune modifiche, ho apportato delle aggiunte, soprattutto nell’aggettivazione e nelle descrizioni, rimpinguando un testo che, pur sembrandomi abbastanza accettabile per alcune intuizioni e per l’organizzazione complessiva, mi disgustava per l’eccessiva esilità.

L’autostoppista

-Senti, non è che mi daresti un passaggio?- disse lui di fronte alla
serranda abbassata del pub in cui ci eravamo conosciuti, masticando qualche
consonante, strascicando le vocali.
Che cosa mi costava, alle quattro del mattino, essere gentile con una
persona chiaramente più debole di me? Trenta euro all’autolavaggio? Il
rischio maggiore, che comunque avrei anche potuto accettare di correre, era
quello che mi vomitasse in macchina, sbronzo com’era. Avevo bisogno di
riflettere, soppesare i pro e i contro, benché apparisse certo che di
benefici, da quell’opera pia, non ne avrei ottenuti. Riflettei sulla parola
‘Sbronzo’, indugiai su quel suono. Sbronzo. Fosse stata una Sbronza a
farfugliare la stessa innocua richiesta, le avrei detto -Ma certo, salta
su!-, senza esitazioni, sfoderando un sorriso arrapato. Eppure, la mia ex
beveva per disperazione e spesso sveniva. Quando non sveniva, vomitava.
Vomitava anche dopo aver ripreso i sensi e, dato che le ero sempre accanto,
devoto come un bastardino al padrone, a rimetterci erano i miei vestiti.
Così mi toccava mentire a mia madre e degradarmi, rinfocolando i suoi timori
che fossi alcolizzato, e confessarle che lo stomaco rivoltatosi come un
guanto sui pantaloni era il mio. Perché il vomito non ha sesso. Mica potevo
dire a mia madre che lei, Laura, la piccola Laura, Laura l’artista, Laura
che forse è troppo magra, si sbronzava da schifo, peggio di un camionista di
Amburgo.
 -Bella roba,- avrebbe sicuramente ribattuto mamma.
 -Se beve è per colpa tua. Come fai a non capire che non le piaci? Allenta
la presa. Gira al largo. Taglia i ponti. Presto sarai tu a pagare per lei.
La tua salute. Non ci pensi alla tua salute?-
Invece, raccontandole che a vomitarmi sui jeans o sugli orribili US Navy,
imitazione a basso costo delle brache che indossano i SEALS, ero stato io,
mamma digrignava i denti perché potesse uscirle di bocca un -disgraziato!-
sibilante, non in italiano, però, in dialetto bresciano, che se lo senti
pronunciare da mia madre con i denti che stridono l’uno contro l’altro, quel
sibilo ti gela il sangue sul serio, pure se non sei suo figlio.
Va da sé che Laura la salute me la rovinò davvero.

-Aspetta che faccio manovra.- dissi, non appena il rimuginio si acquietò.
-Bene,- fece lui, e con passo incerto, si avviò verso la provinciale che
costeggiava il parcheggio sterrato e angusto della Bastiglia, delimitato da
alberi grossi e bassi, forse gelsi. "Bel nome per un pub", pensai,
rammaricandomi di ignorare i nomi delle piante.
L’avrei sistemato sul sedile posteriore, facendogli trovare un finestrino
aperto. Non c’erano altri passeggeri. Si trattava di buon senso: se sbocchi
dal sedile del morto, perché si sa che chi muore negli incidenti è quasi
sempre quello che sta di fianco al guidatore, il getto ti investe tutta la
fiancata. Se sbocchi da dietro, la rosa si restringe, così come lo spazio
esposto alla tempesta di fuoco. Andando abbastanza veloce, ci sono buone
probabilità che resti solo qualche minuscola macchia oblunga da far ripulire
all’autolavaggio, per trenta o quaranta euro, interni compresi.
Così mi siedo in macchina e metto in moto. Accendo i fanali. Mi guardo la
lingua nel retrovisore, che di sicuro è ricoperta da una patina biancastra,
maleodorante, insalubre. In realtà, più che guardarmi la lingua, mi
trastullo, facendo smorfie che mi stravolgono i lineamenti; mi derido
bonariamente, indirizzandomi boccacce. Il gioco delle smorfie mi dispone ad
un certo buon umore, rimpolpato dagli ultimi strascichi benevoli della
sbornia. E’ una forma idiota di narcisismo, almeno credo, perché alla fine
del rito, mi sento perfino adorabile. Un attore che scalda i muscoli della
faccia e si immagina già divo. Magari non è un cazzo di nessuno e recita
bene solo davanti allo specchio.

Una notte, prima che la mia salute se ne andasse a puttane, Laura vomitò per
circa sei ore, emettendo rumori indescrivibili. Secondo me aveva già
sbattuto fuori il tossicume, mix di alcolici e psicofarmaci, durante i primi
tre o quattro conati, che erano stati impetuosi, torrenziali, per cui sono
quasi certo che passò le restanti 5 ore e cinquanta minuti a rigettare
saliva e "tuonare". Tuonare, già: era come se quell’affarino di 40 chili
fosse completamente vuoto e un mestolo, rigirato al suo interno, sbattesse
reboante contro pareti sottili di latta.  Ero seduto di fianco a lei, in
macchina, la stessa macchina di adesso, parcheggiata in un campo, e la tipa
se ne stava raggomitolata, con la testa che, suppongo, penzolava senza vita
dalla portiera aperta. Riuscivo a vederle la schiena, nuda fin quasi al
reggiseno, e un pezzetto di culo che si affacciava dai jeans strettissimi,
da fighetta. Non per vantarmi delle mie conquiste, rare per quantità e
qualità, ma aveva un culo strepitoso, da attacco di panico. Perciò me ne
stavo lì a sghignazzare in silenzio, immaginando che prima o poi, da quel
trancio di schiena magrissima con la lisca centrale in rilievo, seghettata,
sarebbe spuntata fuori la testa di un Alien.
 Dai rumori inenarrabili che udivo, infatti, era palese che una creatura
viscida e nera, un verme di due, forse tre chili venuto dallo spazio, con la
coda di drago e i tentacoli, le stesse raschiando le viscere, tuffando le
molteplici teste nei succhi gastrici, strappando con le molteplici bocche
brandelli di tessuti. La cosa mi sembrò straordinariamente buffa.
 Andò a finire che apersi la portiera dal mio lato e vomitai anch’io.
Sghignazzando.
Poi, dimostrandomi gratitudine per non averle fatto mancare il mio sostegno,
mi fece un pompino. Ma ricordo che non ci baciammo, neppure quando la
riaccompagnai a casa.

Mentre smanetto per abbassare il finestrino, ancorandomi con il braccio
sinistro al poggiatesta del sedile del morto, mi viene in mente, vuoi per lo
sforzo, vuoi per la difficoltà di mantenere il corpo in torsione, vuoi
perché il sangue mi va alla testa e il freno a mano o forse il cambio mi
urtano il bacino, vuoi per lo squittio della manovella; mi viene in mente
che il tipo che mi aspetta è uno stronzo. E’ una rivelazione fulminea e
inspiegabile, quasi soprannaturale. Sicché faccio manovra, mi immetto sulla
provinciale e, a passo d’uomo, vado verso di lui. Mi convinco di essere
cattivo, un vero bastardo. Farei qualsiasi cosa perché lo stronzo,
rinfrancandosi dallo stordimento, percepisse me e la mia macchina come una
severa minaccia.
E’ lì che barcolla in mezzo alla strada a cento metri di distanza, come
fosse sul ponte di una nave, mare forza duecento. Poi i tre specchietti
retrovisori, di concerto, mi rimandano una luce accecante. Lo spostamento
d’aria fa danzare la mia golf sulle sospensioni. Una jeep sparata almeno ai
trecento orari si è materializzata alle mie spalle (wow!), mi ha superato,
schivandomi di un pelo e fracassandomi i timpani, quasi avesse frantumato la
barriera del suono, infine si è avventata sull’ubriaco. Lo stronzo viene
colpito in pieno e catapultato in aria. Impiega almeno tre minuti per
atterrare sull’asfalto. La jeep, impazzita, va a spiattellarsi contro un
albero e si incendia all’istante. Wooom. Che figata, porca puttana!

Ad ogni modo, se avessi potuto raggiungere il tipo prima che finisse
maciullato, gli avrei sicuramen
te detto che io, sulla mia golf, non carico
gli stronzi.


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20 commenti

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  1. Climacus / Gen 10 2006 12:13 pm

    Cazzo, non ho mai riso così tanto in vita mia! Ieri ho inviato questo racconto a una mailing list di scrittura creativa e stamane mi è arrivata una recensione che non posso fare a meno di riportare:

    carlo nazzari spezia ha scritto:
    Perciò me ne stavo lì a sghignazzare in silenzio, immaginando che prima o poi, da quel trancio di schiena magrissima con la lisca centrale in rilievo, seghettata, sarebbe spuntata fuori la testa di un Alien.

    Ahahhaha…bellissima l’immagine di alien che spunta fuori dal culo della tipa!

    Scorrevole. Ben articolato e ben congegnato. Il protagonista-narratore mi sta proprio antipatico. Ha tutte le carte in regola per essere uno sfigato. Scarica le sue frustrazioni e le sue insoddisfazioni di una vita sostanzialmente triste,di una fidanzata sostamzialmente tristissima, su un povero ubriaco, che chissà perchè si era ubriacato ( forse solo gli andava di bere). Il finale é agghiacciante. Lui sorride,quasi compiaciuto del fatto che lo sbronzo fosse stato colpito come un birillo. Questo protagonista-narratore è un mostro. Non voglio credere che sia la proiezione frustrata della società odierna. Non può essere così. Voglio limitarmi a pensare che questo narratore sia uno stronzo-sfigato, frustrato, troppo stanco per ragionare bene, visto l’orario, che l’indomani mattina si pentirà di tutte le cattiverie che avrà pensato e magari passerà trenta secondi della sua vita in raccoglimento per quel povero ubriaco della notte prima.

    Silvia

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  2. mrka / Gen 10 2006 9:41 pm

    scorrevole. ben articolato e ben congegnato. il protagonista-narratore mi ha fatto venire voglia di guidare. e dire che io non sono capace. forse proprio per questo, andrei fino a casa della signora, per sentire qualche singulto stridente in dialetto bresciano. vomito poco, solitamente brevi sprazzi aromatici. il conato si scorda subito, bastano cinque secondi e già ti sei dimenticato del terrore che ha attraversato la tua fronte. ( non è incredibile?). dall’alto dei miei 49 chili vado a raccogliermi, o a ubriacarmi, devo decidere.
    [ odio solamente la parola tipa, però capisco, nel contesto è utile].
    finalemente, bentornato!
    m.

  3. Climacus / Gen 11 2006 9:24 am

    Marikaaaaaaaaaaaaaaaaa! Quello che hai scritto è tutto vero e dannatamente intelligente:
    (in ordine sparso) La parola tipa fa schifo anche a me. La cosa buffa è che ho imparato a dire ‘tipa’ frequentando un giovane della mia età (Andy conferma) che conosce solo tipi e tipe, che di nome fa Tiziano, e che, ironia della sorte, tutti chiamano Tizio.

    Nemmeno io so guidare: ieri, con la signora mamma al mio fianco, stavo percorrendo la statale Parma-Brescia, la testa sovraffollata. Pensavo al fatto che mi fossi scordato di bere il caffè (erano le due pm), che le lenti degli occhiali erano luride (cosa insolita, perché le pulisco, sfregandole sui vestiti, ogni cinque minuti e spesso faccio la doccia o mi lavo la faccia o mi faccio il bidè dimenticando di togliermi gli occhiali), che la golf annaspava e che probabilmente mi avrebbe tradito, appiedandomi (ascoltavo attentamente il respiro sofferto del motore, in cerca di indizi, come fanno i meccanici; peccato che la mia competenza in fatto di motori si fermi alla coppia pistone-cilindro e di lì non si muova); pensavo alla rece, chiedendomi se sono davvero così stronzo-sfigato-frustrato-mostro, al mio amico Filippo, che ieri sera mi aveva annunciato, al telefono, con una tristezza inaudita, che la sua cavia (un animaletto dolcissimo e coccolone, che amava essere preso in braccio e dispensava perfino bacini), aveva smesso improvvisamente di mangiare e, qualche ora dopo, era morta, al che io ero riuscito solo a immaginare che in giro ci fosse pure il virus dell’influenza caviaria, ghignando tra me e me e sentendomi sfigato-frustrato-mostro-stronzo; pensavo al dottor. O e a quello che mi sarei dovuto inventare per far passare quarantacinque minuti e impedirgli di commentare, ché tanto non ne ha più voglia e io sono sano (-dottore, qualche giorno fa ho avuto un lieve attacco d’ansia perché pensavo ai tre bambini turchi morti di aviaria, soprattutto ai sintomi… il sangue dalla bocca, diceva il tg, e io non mi sono perso una sola puntata di 24, il telefilm, ha presente? Beh, un’ organizzazione terroristica tiene in scacco il presidente degli Stati Uniti, Denzell Washington, probabilmente, minacciando di contaminare Los Angeles con un nuovo virus ultraletale e, per dimostrare che fa sul serio, sparge una fiala di virus in un hotel e nell’hotel muoiono tutti, e sa… i sintomi iniziali sono gli stessi… il sangue dal naso e dalla bocca, e allora, visto che faccio un lavoro alienante e il mio corpo non ha bisogno della mente, ho viaggiato con la testa finché non mi sono immedesimato troppo, sentendomi male, battito accelerato, sudori freddi, capogiri, e allora ho detto a mio padre che non potevo lavorare e l’ho supplicato di sganciarmi un ansiolitico… Senta dottore, non è che sta nascendo in me una specie di… nevrosi da aviaria? Forse è solo una nevrosi da lavoro? Un rifiuto? Ogni scusa è buona per non lavorare? Oh cazzo! -); e così, mentre pensavo a tutte queste cose e anche al caldo terrificante che faceva in macchina e al sole artico che mi bruciava la pelle del viso, mi sono immesso disciplinatamente in una corsia di preselezione (credo si chiami così) e ho fatto per svoltare a sinistra. Al che mia madre ha emesso un sacco di sibili preoccupati, in bresciano, stridendo un altissimo -ooooh, stattentooooo!- e io, automaticamente, ho frenato. Ho fatto in tempo a vedere una specie di pallottola grigio metallizzato, bmw, con i fanali accesi, proveniente dalla direzione opposta, sfrecciarmi di lato e, in quel microsecondo, sono anche riuscito a notare distintamente l’espressione del guidatore che mutava rapida, passando da una sfumatura viola di panico a una tonalità rosa di sollievo fino a una decisa fiammata di rosso-incazzatura. E ho sentito anche il rumore del clacson, che però sembrava sfasato rispetto alla bmw, effetto doppler? Cioè, era come se la bmw lo stesse trainando con una fune lunga duecento metri, era come se il suono del clacson si fosse staccato dalla bmw, quasi fosse stato spinto con un calcio fuori dall’abitacolo, attraverso uno sportello, avesse roteato sull’asfalto, si fosse rialzato e avesse preso inutilmente a rincorrerla. Ricordo perfettamente che la bmw era ormai scivolata nell’oblio, distante migliaia di chilometri, mentre il suono del clacson, in tuta da ginnastica, guanti di lana, berretto e una forma fisica tutt’altro che inviadiabile, si trascinava stancamente sul ciglio della strada, con il viso rivolto verso di me, gli occhi piantati nei miei e un’aria tra l’allibito e il demoralizzato.
    Rock ‘n roll!

    Ormai mi sto specializzando nella descrizione di incidenti veri, fantomatici, evitati per miracolo.

    Pesi solo 49 chili? Sei la mia donna ideale, a prescindere dal peso.

    Avrei tantissime altre cose da scrivere, ma per ora basta.
    Ciao!

  4. Climacus / Gen 11 2006 9:32 am

    E comunque, è bellissimo ciò che hai detto del vomito (‘sprazzi aromatici’ va conservato) e del conato che scorda subito. Brava, perdìo! :)

  5. Climacus / Gen 11 2006 9:35 am

    Certo che tutti ‘sti avverbi danno fastidio.

  6. Flounder / Gen 11 2006 12:27 pm

    io me lo ricordo quello vecchio, non c’è stato bisognmo di andarlo a ripescare per saggiare la differenza.
    questo è più morbido, più soffice.
    l’altro aveva come una sorta di concisione rabbiosa.
    questo si spalma un po’ di più nello spazio e nel tempo.

  7. Climacus / Gen 11 2006 2:57 pm

    Ciao Flo’. Bentornata :) E’ vero, questo è più dilatato. Non so se sia un bene. A me piace molto di più: il protagonista mi è simpatico, ha acquistato cinismo, delle esperienze dolorose apprezza il lato divertente, è decisamente più maturo e sicuro di sé; il disagio giovanile lo tocca solo di striscio.
    Questo è il tuo commento di maggio, che mi ha riportato a maggio e mi ha rattristato, perché di maggio come degli altri mesi del 2005, escluso dicembre, non ricordo nulla perché non c’è nulla da ricordare (il tuo commento però è fico):

    “troppo pulp. troppassai.
    poi ho letto il finale due volte, la prima volta ho pensato: gesù, mi sono sbagliata, non può essere che il mio clim gli faccia questo.
    e invece era vero.
    poi quella cosa del succhiotto genitale postalcolico. ho pensato all’ultima volta che ho vomitato, in messico (ma perché in messico si vomita per principio?) e a come mi sentivo.
    quella ragazza è un’eroina. la ammiro.

    OT binario. fette di luna non è commentabile. ti decidi a fare un blog democratico?
    OT calma. mi associo a clim. che succede?”

    Malinconica?

  8. mrka / Gen 11 2006 7:52 pm

    non ti preoccupare, solo quando arriverai al punto di camminare con una macchina fotografica appesa al collo, con album neri sottobraccio, pieni di foto di incidenti e di macchine-pacchetto con lamiere sfondate. ecco, solo allora ti dovrai spaventare. ( anchè perchè ti obbligherei a sposarmi, sul ciglio di una strada).
    sono sempre stata esile, dai 13 ai 25 non ho notato grosse modifiche. mi aspetto un crollo o una lievitazione verso i 33.
    ( mi sono *sempre* trovata fanciulli senza patente o con la patente ma senza macchina o con la macchina ma senza voglia/capacità di guida. sempre.)
    m.

  9. tulipani / Gen 12 2006 10:35 am

    Non so, non so. A me stanno simpatici tutti e due, quello del disagio giovanile e quello cinicamente maturo.
    Io di solito non ho il coraggio di aggiungere niente a quello che scrivo, perché temo poi si veda la cucitura. Tolgo di solito invece con molta allegria e compiaciuto cinismo (ma credo sia per via del disagio mezzetale).
    Qui in certi punti mi pare di non riconoscerti (sarà per via di Palacoso o di Ellis) e questo un po’ mi condiziona nell’impressione complessiva.
    Riconosciuto comunque (e molto apprezzato) nel commento #3 (io ho fatto il cancelletto davanti al tre; tanto per essere chiari, che magari poi vien fuori chissà che).

  10. Climacus / Gen 12 2006 12:30 pm

    Già, anch’io mi riconosco nel commento 3#, che continuo a rileggere. Se non fosse per tutti quegli avverbi, mi piacerebbe da matti. Ho superato me stesso quando riassumo la trama di 24, il telefilm.
    Credo di aver capito: mi preferite quando infurio con pennellate rabbiose sulla tela, un po’ a casaccio, ma genuinamente. E se anche non si capisce che cosa ho dipinto, o lo si intuisce a fatica, assaporate l’illusione che dietro il garbuglio di colori, vi sia una buona mano.
    Ecco, sento già il disagio giovanile che si impossessa di me :D
    (i particolari che ho aggiunto, in effetti, sono tutt’altro che indispensabili) (insomma, devo riflettere)

    Marika, hai visto fight club? Il tipo che cammina con la macchina fotografica appesa al collo, con album neri sottobraccio, pieni di foto di incidenti e di lamiere, non sarà per caso Edward Norton?
    (il mio amico Andy gli somoglia moltissimo, fidati)

  11. Andylarock / Gen 12 2006 5:33 pm

    PrePrefazio: grazie mille per la somiglianza con E.Norton (tra l’altro il personaggio di Palacoso che preferisco, forse perchè norton mi piace, come attore, che siet dre a pensà???

    Prefazio: per quel che riguarda il termine “tipa” do piena ragione a Clim. Una volta un Tizio mi disse: “Andy, ti ricordi quella tipa? Ma sì, quella che stava col tipo; beh, guarda questa di tipa, non è meglio dell’altra tipa? Mi piacerebbe tanto essere il suo tipo.”

    Commento al racconto: scrittura scorrevole, vero.
    Da correggere secondo me la ripetizione molteplici teste molteplici bocche, e da ridimensionare la velocità della jeep. Mai vista una ai trecento! Capisco che è un’affermazione buttata lì per rendere l’idea della velocità, ma forse troppo esagerata (cazzo che palle, a forza di partecipare a concorsi e ricevere critiche, sono diventato troppo critico e pignolo), tutto il resto mi pare OK.
    Mi è sembrato un tantino autobiografico, nel senso che hai pescato quà e là da fatti +- veri. :)

    P.S. io sarò fissato coi glutei, ma tu non scherzi: il termine culo stratosferico mi pare lo cacassi di bocca già quando ci strafogavamo di litri di birra al giardino.

  12. Andylarock / Gen 12 2006 9:10 pm

    Ha ha. Quella della birra non è affatto una cattiva idea, ma io ho smesso. Ora bevo solo Guinness, Tickstone, Pilsner urquell, Beamish, Tennet’s Stout, Paulaner,e la mia personalissima produzione di digestivi e assenzio(ma non dirlo a nessuno). Comunque se ti va di rischiare, sappi che potremmo viaggiare di pub in pub e che io, e qui non so tu se ti senti un tantino Rimbaud, dopo alcune birre vagheggio e mi credo Verlaine, con la differenza che possiedo solo una scacciacani. Tuttavia sapendo che tu sei un vecchio cane randagio ;) il suo lavoro lo farebbe bene.
    Dimine,damine o come cazzo si dice: Diamine, ecco! Quando mi ci metto mi ci ne sparo di cazzate!

  13. Climacus / Gen 14 2006 10:17 am

    Cazzo, ho smesso anch’io di bere. Ieri ero da Phil, in quella cazzo di cascina diroccata che chiamano sala prove. Per entrare abbiamo dovuto sfondare il cancello, che era saldato al terreno da una cerniera indistruttibile di ghiaccio. Il freddo non mi dava tregua, così ho preso una bottiglietta di birra, ne ho sgranocchiato un sorso (era un tantino ghiacciata), l’ho appoggiata sulla stufa elettrica, ho atteso due ore, infine ho bevuto. Temperatura ottimale. Ad ogni modo ho smesso.
    Il tastierista, che abita in culo ai lupi, è arrivato a mezzanotte. Ok, si era detto alle nove e mezza, nove e trequarti. Però abita in culo ai lupi. Quando abbiamo finito di suonare erano le tre. Mai avuto così freddo in vita mia. Phil mi dice -l’On the road chiude alle 5, vieni a berti un birrino?-
    Io ho smesso.
    Arriviamo all’On the road, che poi è una riedizione del pub del Cacio che c’era una volta a Piadena, quello che è andato a fuoco in circostanze poco chiare. -Che fine ha fatto il Cacio?- chiedo.
    -Beh, l’On the road è suo- mi rispondono.
    -Bene,- dico io, -con questo cazzo di freddo, andare a fuoco sarebbe perfetto.-
    Però ho smesso.
    Un tale, uguale a un sacco di altri tali che si vedono in giro, mi guarda, mi sorride, mi riconosce, mi porge la mano, mi fa -ehi, come va!-
    Io gli stringo la mano, scaccio l’espressione interrogativa ma-chi-cazzo-sei dalla faccia, dico -alla grande, e tu?-
    Poi, arriva uno che stava giusto dietro di me, stringe a sua volta la mano al tipo e gli dice -alla grande, e tu?-
    Perciò, mentre mi trovo stretto tra due sconosciuti che non si vedono da un mucchio di tempo, che hanno passato un natale magnifico, che presto andranno a vivere da soli in uno splendido monolocale che, per essere mono, sa tanto di stereo, mi faccio largo e mi abbandono esausto con il busto riverso sul bancone. Mi accorgo che la cameriera dietro il bancone è una gran figa. Provo a darmi quel contegno aristocratico tutto mio cui nessuna donna sa resistere. Lo trovano divertente. Farle ridere è importante quasi quanto farle godere. E qui potrei fermarmi, perché questa è una di quelle cazzate che gli scrittori sottolineano andando a capo.
    Dico -avvìcinati,- e penso -baby-.
    Lei agisce di conseguenza.
    Io ho smesso, cazzo.
    -Senti,- faccio io, pentendomi perché avrei voluto dirle ‘senti, sorella’; -non ho mai avuto così freddo in vita mia.-
    Pausa.
    РNon ̬ che mi porteresti un buon th̬ caldo?-
    Dio, mi sembra di sentirle quelle parole che risuonano nella sala, rendendo l’atmosfera assai cupa.
    -Portami anche una birra. Media. Chiara. Grazie-
    Ho smesso.
    E infatti, mentre sono al tavolo e una musica giuliva sparata a tutto volume mi sodomizza rudemente, assaggio un goccio di birra che sembra contenere in sé una lunga teoria di sboccate al chiaro di luna, quando l’indice e il medio della mano destra erano i miei migliori amici.
    Ne resto semplicemente schifato.
    Quando ce ne andiamo, la mia birra è ancora lì, al centro del tavolo, pressoché intatta.
    Mi viene in mente quello che diceva Daniel San (te lo ricordi? Ma sì, cazzo, quello dello Stratos. Non costringermi a fare cognomi) a proposito della sua vita affettiva:
    “La mia donna è la tazza da cesso, dico davvero. Non passa notte in cui non mi ritrovi abbracciato a lei, cazzo.”
    A me Daniel San è sempre piaciuto, perciò, anche se sospetto che quella frase l’avesse mandata a memoria, trascinandola fuori da qualche telefilm tipo Friends, non mi perito di attribuirla a lui, affinché i posteri ne conservino memoria. Amen

  14. Climacus / Gen 14 2006 10:23 am

    … che poi, nel commento che precede, dovevo semplicemente dirti -ok, chiamami quando sei libero, ma ti avverto di una cosa: tu sarai pure un po’ Verlaine e io un po’ Rimbaud, ma il mio culo, fratello, te lo puoi scordare.-
    HAHA!

    E ora si va a nanna.

  15. Andylarock / Gen 14 2006 1:14 pm

    Non voglio neanche sapere perchè tu vai a nanna quando la gente si sveglia stamani!
    Ok, fammi capire. ti devo chiamare, ma tu sei in possesso di quello strano apparecchio che la gente è solita chiamare telefono? O ti mando un piccione?

  16. Climacus / Gen 14 2006 5:11 pm

    Avvicinati!
    Dove cazzo va messo l’accento, eh?
    Ho dormito poco, e, mentre dormivo, credo di essermi fatto una sega. Non so. Avevo il pisello sanguinante. Fossi stato sveglio, avrei maneggiato il coso con più cautela, come imitando la mano della fata turchina. Certe donne, quando ti toccano, cambiano aspetto, struttura fisica, visione del mondo; sono come muratori. Ecco, nel sonno devo aver imitato una donna muratore.
    Scendo al piano terra, mi pulisco il pisello nel lavandino, passandomi del sapone attorno al glande. Il filetto, il frenulo o come ti piace chiamarlo, è lacerato. Ha smesso di sanguinare, sicché mi infilo un altro paio di boxer e, già che ci sono, anche se non mi scappa, faccio pipì.
    Spingo come un forsennato per un paio di minuti, ma non esce neppure una goccia. Ammetto di essere spaventato, sebbene mi sforzi di rimanere calmo. Così mi siedo, deciso a rimanere sulla tazza finché non riuscirò a farla. Tutto inutile. Il tempo passa, le gambe mi si informicolano, ma dalla vescica non filtra nulla.

  17. Climacus / Gen 15 2006 10:09 am

    Avvicìnati!
    Risolto l’arcano.
    L’ambulatorio del medico è a due passi da casa. Data la vicinanza, mi risolvo ad andare a piedi: camminare velocemente, traendo profondi respiri, mi aiuta a distogliere i pensieri dall’ansia e dal battito accelerato del cuore. Sarà lui a spedirmi, se necessario, al pronto soccorso (il medico, non il cuore, spero); la situazione, a mio avviso, non è ancora così grave da richiedere l’intervento del 118. Va detto che, tachicardia a parte, non sento alcun tipo di dolore. Mentre stavo accovacciato sul water, ho buttato fuori tutta l’aria dai polmoni, appiattendo l’addome, ammassando i muscoli e il grasso del ventre sotto la gabbia toracica, poi ho fatto pressione, con colpi energici a pugno chiuso, nel punto in cui, suppongo, si trova la vescica. Niente. Niente fitte, solo una specie di innaturale mancanza di sensibilità, come se, là dentro, ci fosse il vuoto. Uretere, uretra: durante la breve, devastante passeggiata, quando mi rendo conto che sono bagnato fradicio di sudore e che le gambe cominciano a tremarmi, per non focalizzare l’attenzione sul pensiero che da sempre innesca quella serie di reazioni incontrollabili che mi conducono all’infermità, alla fissità spasmodica, carica di un terrore senza fondo, che segna l’acme dell’attacco di panico (sto per morire, è così ovvio, il cuore non reggerà), mi concentro con tutte le forze (il palazzone già si vede) sui termini uretere-uretra. Non riesco più a distinguerli e, nonostante la loro differenza mi sia ancora chiara, non so quale dei due sia il tratto finale del tubicino, quello che probabilmente, forse per un minuscolo calcolo, forse per colpa della sega, si è occluso. Sì, l’uretere o l’uretra sono intasati, ecco tutto. Non so perché (forse perché l’immagine di un tubicino trasparente di gomma con un sassolino che lo ottura, ingenuamente didascalica, non ha nulla di terribile) ma, mentre suono il campanello dell’ambulatorio, non sono più così agitato.
    E’ la prostrata ad avere un potenziale distruttivo, una nefasta influenza sulla mia psiche: quel nome va taciuto, oppure, come faccio in questo istante, non appena la porta scatta, aprendosi, -prostata, prostata, prostata,- va urlato ai quattro venti, va disperso insieme a questo miraggio invernale, va bandito dalla realtà inconsistente di un sobborgo ibernato e deserto, spazzato dal vento, sporcato dalla neve unta e nerastra che si è raccolta ai bordi dei marciapiedi, va destituito di ogni fondamento. Io sono il creatore di ciò che mi attornia; ciò che vedo esiste in funzione del soggetto conoscente, è opera mia, qualcosa di più di un sogno, d’accordo, ma non ha importanza, perché prostata è ora puro flatus vocis, nulla più di una scoreggia. Sovverto gli accenti -prostàta-, francesizzo, forte della pronuncia blesa -prostatà-, cazzeggio -passò un soldatino col tamburo et voilà, prostatà tatà tatà taratatà-, salgo le scale (l’ambulatorio è al secondo piano di un condominio, un fabbricato nuovo, dipinto di rosa all’esterno) -tatà-, fisso per un momento la targhetta dorata sulla
    porta -dott. Prostatà (Massari), medico chirurgo-, entro nella sala d’aspetto -tadaaa- e, finalmente, mi imbatto in un nucleo famigliare così imponente da estendersi ai pronipoti, ai cugini di terzo grado, alle false parentele costruite ad hoc, un nucleo famigliare di Pakistani, credo, oppure di immigrati bengalesi che non sanno una sola parola di italiano e tengono in mano con apprensione un plico di documenti, in cima al quale risalta una tessera verde.
    -Tu sai a cosa serve la prostata,- dico a una delle dodici donne che affollano la sala; è un affermazione, non una domanda.
    La donna è proprio carina, con quegl’occhioni enormi e la pelle serica e tante altre cose che noterei se non fossi sul punto di morire avvelenato dal piscio che mi circola in corpo:si stringe nelle spalle, manco avesse capito il significato del mio delirio; – io,- e punto l’indice accusatorio verso di me, -io non so a cosa cazzo serva. Voglio dire… uhm… ne ignoro la funzione, capisci?-
    Un cugino di secondo grado della fanciulla mi si para davanti, agitando le mani, scuotendo la testa, un cipiglio scocciato stampato sul viso. Dice -noi aspettiamo che sono due ore!-
    Dice -noi finisce, poi andare tu, cazzo!-

  18. Climacus / Gen 15 2006 10:14 am

    Famigliare dovrebbe essere corretto, anche se raro. Ho controllato sul voc.

  19. Climacus / Gen 15 2006 10:39 am

    Andy, chiamami a casa, il numero ce l’hai, giusto? Beh, è il solito, quello in rima baciata. Ho un cellulare ma tanto è inutile che ti dia il numero, lo porto con me ma lo tengo sempre spento. Ciao. (chiamami martedì o mercoledì, io esco solo nei giorni lavorativi)

  20. Seymandi / Gen 16 2006 9:27 pm

    Ciao Climacus.
    Nuova versione, vedo, ma con tracce di intingolo…non me l’hai più riportato.
    Ma, cristo!, quando cazzo ti farai vivo dalle mie parti?C’è un chirurgo che ti aspetta.

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