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novembre 29, 2003 / Climacter

Edvard Munch (186…

Edvard Munch (1863-1944) The Sick Child

Dialoghi sulla guerra: 2) Madre

“Dove sei finito?”, pensa.
Il respiro greve, la donna che riposa, “è una donna, ormai”, l’incavo del ginocchio che si libera dalle coperte, il polpaccio, il tendine e il tallone passati in rassegna di sottecchi, sguardo-polpastrello che scorre sulla patina glabra delle cose inconsistenti perché distanti, inarrivabili illusioni prospettiche, tracciando disegni che sfarfallano come la sigaretta accesa di un uomo che gesticola nell’oscurità.
“Raccogli i vestiti” pensa, e immagina le sue mani simili a rastrelli veleggianti tra foglie morte; le dita spazzano il tappeto su cui dormono indumenti fradici ch’ella affardella e spinge contro il petto. Gettati nel cesto della roba sporca, in un angolo del bagno, appiattiti da un braccio nudo, livido fino al gomito, dove la manica del maglione stinto si acciambella, essi ricordano alla madre, la donna macilenta che non osa (non ancora) introdursi nel segreto orribile della figlia custodito dal sonno, d’essere evasi per un istante dall’inanità esanime per rigurgitarle in grembo linfa di pioggia. Vita e amore dilavati, acqua benedetta, saliva d’angeli, acqua nell’aspersorio del ciclope, il braccio del titano mena fendenti nell’aria che si scosta, diradandosi. Madre e figlia: ventri spianati, lisci, ventri un tempo immacolati, cosce che si aprono e stringono, fulgidi sensi e il perpetuarsi di una pervarsione, i sensi sono ganasce che non mollano la presa, l’uomo germoglia nei ventri, nell’acme disperde pulviscolo di specie che l’utero conserva, il ventre è prosecuzione, liscio pallone, sempre uguale, appendice e proemio, ode alla continuità dell’errore. Vagano i germi, uomini bacillo, le infezioni non placano l’encomiabile sostanziarsi della salute, amore ti amo, ti amo amore, la voluttà proclama insensatezze, la voluttà santa protrettrice dei màrtiri, epopea che mai si tradisce, l’amore è farmacopea, ganasce e forcipi attanagliano il portalettere, dottore sono contraria all’aborto.
-Sono sveglia- dice la figlia.
-Non volevo svegliarti- risponde la madre.
-Ero sveglia prima che tu arrivassi- dice la figlia, ma la madre sgomita, alzando con rimproverante fragore le tapparelle.
Sveglia fingevi di respirare pesante, pasciuta di gravido torpore quando lui si è tolto dal letto, quando lui si è infilato i vestiti zuppi, “attento a non perdere l’equilibrio”, gli leggevi nella vacuità d’espressione mentre si infilava una calza dondolandosi sul trampolo muscoloso intirizzito dal freddo della lontananza, ah! il suo cuore batteva all’impazzata prospettando allo stomaco raggrinzito di fame la corsa di fuggitivo transfuga silenzioso. E il seme piano colava, colava una lacrima lieve sul cipiglio dell’attrice dormiente poco navigata. Ma come! Tu che mi sollevasti la gonna, quando il temporale scrosciava, uomo bacillo, lingua di serpe. Tu, tu, meraviglioso afrore, vapore sarcomatoso, io l’anima ho dissuggellato, vattene mente, morta sono io spalancandoti il culo, fa male, non lo sento, ora va meglio, fai piano, più sotto ti voglio, dove carne deborda, linfa schiumante io sono morta. Pensieri di madre che si intrecciano in volo a quelli della figlia senza cautela, pensieri pietrosi che rovinano dalla china di una volontà che digrigna i denti come allora, al tempo del ventre rigonfio, del cordone ghigliottinato.
-Dov’è scappato?- domanda alla figlia.
-Lungo le scale, attraverso le porte, giù nel vicolo- risponde alla madre.
-Sai come si chiama?-
-Dimentico in fretta.-
-Sarai tu a restituiglierlo.-
E’ una domanda o un’ affermazione? Non importa.
-Che cosa?- chiede la figlia, e trattiene il respiro.
-Questo- risponde la madre, porgendole un distintivo.


Passeggiando lungo Clock Street io conto i lampioni. Aspetto che sia
notte, notte sulfurea, tramonti e aurore boreali di bombe e contraerea,
e cammino di buona lena e conto i lampioni.
Nessuno che mi veda quando prendo la rincorsa per entrare nel cerchio
violetto, quando balzando sbreccio la barriera luminosa e mi pianto nel centro
del cerchio e la mia ombra segna la nona ora, nel centro del buco, nel centro
del pozzo, la nona ora. E’ buffo il collo dei lampioni di Clock Street, collo di cigno
la lanterna appesa al becco,becco da cicogna, da tucano. Tucano che ingoia la lanterna e nella

sacca, l’ingluvie del gargarozzo, lo stoppino non si stufa, ravviva di

continuo la fiammella, la fiammella come filamento di tungsteno e il

gozzo lampadina membranosa, pelle che traspira luce viola. Così io segno

l’ora, nella polla di luce viola. Nessuno che mi veda, è notte fonda, i

fabbricati periferici, giganti assonnati, pareti sclerose dell’arteria,

Clock Street dritta come una stecca da biliardo, nessuno che mi veda

tirarmi dietro la rosa di ombre deboli che mi stanno tra i piedi nel

mezzo di due lampioni. Aspetto la successiva polla di luce, per avere

una sola ombra che segni, che pazzia, l’ora sbagliata, le nove di mezzanotte
.
Ecco, io passeggio e conto i lampioni.

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19 commenti

Lascia un commento
  1. Climacus / Nov 29 2003 4:38 pm

    Bookman old style per omaggiare Mk

  2. netta / Nov 29 2003 4:41 pm

    ciao climacus anche io avevo dei dubbi su ansimo e ho controllato prima di postarlo.. ora devo uscire per un po..co.. ma poi vorrei leggerti con calma .. grazie per esserti fatto “conquisere” dalle mie parole!! sei sempre un giovanotto premuroso!!

  3. Climacus / Nov 29 2003 5:24 pm

    (non dovresti stare dieci ore consecutive davanti al piccì, climacosuccio bello, che poi ti viene la labirintite la laringite la la lalopatia la latticemia la lambliasi la lassità la lascivia la lateroversione la lambretta la lanugine la latrina la lampreda la langa la larviparità la la laurea la lavasciuga la lampo la lavanda la lavagna la lava la la lampada la laparoscopia la lazio la lavastoviglie la lavatrice la lamentela la lattuga la lamiera la laboriosità la lacedemonite la la lapislazzulosi la lacrima sul viso.)

  4. tulipani / Nov 29 2003 5:58 pm

    Non cancellare niente, che ora vado via ma domani devo leggere tutto.

  5. Akin / Nov 29 2003 6:50 pm

    E dacci oggi la nostra follia quotidiana…^_^ Bentornato Clim!

  6. Ati / Nov 29 2003 6:51 pm

    conosco munch e’ un gran pittore. Ati

  7. Climacus / Nov 29 2003 6:53 pm

    Ciao Akin! Sto per raggiungere la dodicesima ora… In passato c’ero riuscito solo con la playstation (deh, che tristezza… :)

  8. Climacus / Nov 29 2003 7:02 pm

    Allora, Ati, conoscerai anche Schiele, che è il pittore che venero…

  9. Ati / Nov 29 2003 8:06 pm

    si, ma non e’ tra i mii preferiti. mi chiedevo appunto quale fosse il tuo pittore piu’ amato ed ecco la risposta. cosa ti piace di lui, cosa ti trasmette? un bacio Ati

  10. anonimo / Nov 29 2003 8:44 pm

    ^_^

  11. netta / Nov 29 2003 10:28 pm

    l’uomo germoglia nei ventri, nell’acme disperde pulviscolo di specie che l’utero conserva, il ventre è prosecuzione, liscio pallone, sempre uguale, appendice e proemio, ode alla continuità dell’errore.
    ****
    e qui mi sei tanto piaciuto!!

  12. tulipani / Nov 30 2003 10:30 am

    hai cancellato: guarda che me ne sono accorta, sai?

  13. tulipani / Nov 30 2003 10:33 am

    Comunque non è un post da commentare. A me invita al silenzio.

  14. Climacus / Nov 30 2003 11:13 am

    Non saprei, tuly. Sto cercando di sondare a fondo la mia propensione a considerare la vita come malattia in senso Jungiano e soprattutto a vedere nel concepimento e nel parto qualcosa di orribile, una sorta di pervertimento di una legge morale che, sotto la soglia della mia consapevolezza, pervade e intride di un simbolismo morboso ogni immagine che tento di far vivere nei miei scritti.

  15. Climacus / Nov 30 2003 11:26 am

    Forse, rispondendo a tuly, ho risposto anche a Ati. Shiele sostanzia il morbo, raffigura l’isterismo della sensualità, rappresenta con cinismo erogeno l’anatomia di uno spirito gravato dall’atavica conoscenza del peccato originale, del tabù infranto, dell’ affronto agli dei, della hybris.

  16. tulipani / Nov 30 2003 11:36 pm

    (Ricordati che il senso junghiano della vita come malattia me lo devi spiegare) Hai mai visto un animale o una donna partorire?

  17. Climacus / Dic 1 2003 8:29 am

    La mia gatta.

  18. Climacus / Dic 1 2003 10:29 am

    L’ho vista anche divorare un cucciolo deforme.

  19. eddiemac / Dic 1 2003 12:28 pm

    allora anche tu sei venuto a lugano per il buon egon. se hai tempo da perdere fai un giro qui

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